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Coronavirus

Le storie di chi si è ammalato e ce l'ha fatta

02 giugno 2020, 05:05

Le storie di chi si è ammalato e ce l'ha fatta

Cristina Bruni (infermiera)

Per Cristina Bruni, di Pellegrino Parmense, infermiera al pronto soccorso dell'ospedale di Vaio, i momenti più brutti sono stati le reazioni dei figli: una bambina di 9 anni e un bambino di 10.

«Era metà marzo, i giorni vicini al picco. Alla tv vedevamo il bollettino quotidiano di contagi e decessi, le scene degli ospedali al collasso. Io avevo scoperto di avere il Covid il 9 marzo. Mi ero reclusa al secondo piano della casa, mio marito e i bambini erano al primo piano. Una sera mio figlio si è avvicinato alla porta, ha aperto quel tanto che bastava per sbirciare e mi ha detto con le lacrime agli occhi: "mamma, ti prego non morire". E lì mi sono davvero sentita morire».

In realtà il virus con l'infermiera di Pellegrino è stato abbastanza clemente: «Febbrone a 39, ma solo per tre giorni. Soprattutto una forte astenia, avevo difficoltà anche ad andare in bagno. E per 20 giorni non ho più sentito nè odori nè sapori», dice la donna. Più che i sintomi del virus, Cristina ha sofferto l'angoscia della malattia: «Da infermiera vedevo bene i peggioramenti repentini dei pazienti: gente che entrava sulle proprie gambe e parlava normalmente che nel giro di poche ore doveva essere messa sotto ossigeno, incosciente. E se capita anche a me?, mi chiedevo. Come fanno i miei ragazzi? Mia figlia saliva spesso al secondo piano, sentivo la paura anche nelle sue domande: come stai? respiri bene? Solo a 10 giorni dai primi sintomi ho capito che il peggio era passato e ho ritrovato la serenità».

Con la serenità è tornata la voglia di stare in corsia: «Chi fa questo lavoro vuol essere d'aiuto, non ne potevo più di stare in casa in un momento simile. Anche quella è stata una tappa verso la guarigione psicologica».

Gianfranco Bandiera (tecnico di laboratorio)

Il responso del tampone, che decretava l'infezione da coronavirus, Gianfranco Bandiera l'ha avuto in tempi brevi, brevissimi. D'altronde, lui è tecnico di laboratorio proprio al laboratorio universitario di virologia di via Volturno e in quei giorni gli passavano fra le mani decine e decine di tamponi da refertare, la maggioranza positivi.

«Era la mattina del 9 marzo, già dal giorno prima avevo una fastidiosa tosse secca. Soffro di allergia, pensavo fosse quella. Ma con il lavoro che faccio ho voluto vederci chiaro».

La febbre, dice Gianfranco, è durata due settimane, «nonostante tre tachipirine al giorno». Per fortuna non è stato necessario il ricovero, anche se ci sono stati giorni di respiro corto, angoscianti.

Giornate difficili, mentre piovevano notizie di conoscenti ammalati e purtroppo anche morti: «Un collega di 67 anni, un amico di 53. Ero spaventato, anche perché vivo da solo. Brutto non poter condividere paure ed emozioni. Ed ero spossatissimo, come mi fosse passato sopra un tir».

In quelle giornate buie, dice il tecnico di laboratorio, è stato importantissimo un vicino di casa: «Per giorni mi ha lasciato i pasti fuori dalla porta. Bussava e mi avvertiva che era pronto. Lui e la moglie sono stati impagabili, ed è questo il lascito più importante del virus: capire il valore della solidarietà. In seguito sono stati un amico e mio fratello ad aiutarmi con la spesa. Da solo non ce l'avrei fatta».

Anche altro Gianfranco ha imparato dalla quarantena: «Prepararmi la pizza, gestire meglio il mio tempo, dare agli svaghi la giusta importanza, abituarsi ad una vita più sana, meno consumista, sprecona ed inquinata».

L'avvocatessa (due malati in famiglia)

Due figli ventenni, un marito medico (cruciale in questa evenienza) e un incontro fra conoscenti che ha scatenato la malattia. E' la storia di un'avvocatessa parmigiana, «inciampata» nel Covid il 24 febbraio scorso.

Che proprio del virus si trattasse e non di una semplice influenza stagionale l'avvocatessa l'ha scoperto quando ha chiesto al servizio di igiene pubblica dell'Ausl di essere sottoposta ad un tampone: «Dopo alcune domande dell'operatore è venuto fuori che avevo incontrato qualche giorno prima un conoscente poi ricoverato per il virus».

La conferma della positività è arrivata poco dopo, mentre l'avvocatessa era alle prese con una febbre a 38,5, «fortissimi dolori muscolari alle gambe e alle articolazioni e una pseudo-varicella pruriginosa alle spalle e alla pancia». Quasi nessun problema respiratorio e la decisione di curarsi a casa con l'aiuto del marito. Che però si è pure ammalato poco dopo.

«Sono stati i nostri figli, un ragazzo di 23 e una ragazza di 20 anni, studenti universitari, a preoccuparsi per la spesa. Abbiamo continuato a vivere tutti e quattro assieme, condividendo i pasti. Tanto ormai i buoi erano usciti dalla stalla e abbiamo accettato l'eventualità, per fortuna non verificatasi, che anche loro si potessero ammalare», dice la donna.

Non c'è stato bisogno di interventi di terzi a casa per risolvere il problema: «Ho seguito le terapie suggerite da mio marito e dai suoi colleghi. Devo dire che sono sempre rimasta abbastanza serena. Il contagio era all'inizio, l'informazione ancora ambigua, il problema sottovalutato. Anche mio marito era tranquillo e in una decina di giorni ne siamo entrambi usciti, anche se con uno strascico di stanchezza».

Cosa resta di questa esperienza? «Aver riscoperto l'importanza di godere di se stessi e della famiglia. Per quanto mi riguarda - conclude l'avvocatessa - il virus mi ha dato più di quello che mi ha tolto».

La neurologa (una doppia prova)

Non c'è niente che ho imparato da questo terribile periodo. Nessuna lezione di vita o altro. Mi sento solo di dire "maledetto virus"».

E' una giovane mamma, con un bimbo di cinque anni e in attesa di un altro maschietto, quella che parla da una spiaggia romagnola. Una vacanza, la prima dallo scoppio dell'epidemia, per riacquistare forza e serenità.

Perché la giovane donna, una neurologa, è stata doppiamente provata dal Covid: le è morto il padre ed è stata lei stessa infettata dal virus. Una prova fisica ed emotiva molto dura che ha fatto passare in secondo piano le preoccupazioni per il proprio stato di salute e per quelle del nascituro.

«Papà è stato ricoverato all'ospedale di Parma proprio nei giorni in cui avevo saputo di aver contratto l'infezione ed è morto poco dopo. Francamente il dolore per questa perdita, assieme all'impossibilità di poterlo rivedere almeno un'ultima volta, è stato così forte che tutto è passato in secondo piano», dice.

Il virus poi, per fortuna, su di lei non ha infierito: «Ho avvertito i primi sintomi il 7 marzo, e l'11 sono stata sottoposta al tampone che ha dato esito positivo. E quasi non ci credevo, perché non stavo così male. In due giorni la febbre se n'è andata e ha lasciato solo uno strascico insolito: non riuscire per tre giorni a sentire nè odori nè sapori».

E' seguita la lunga quarantena in casa, in una situazione abbastanza protetta: marito in telelavoro e figlio al suo fianco. «Abbiamo cercato di non far pesare la situazione al bambino, coinvolgendolo in varie attività casalinghe. Ha reagito tutto sommato bene alla clausura».

La gravidanza è proseguita senza scossoni: «Ho un ginecologo di fiducia che ha continuato a seguirmi, compatibilmente con le limitazioni imposte dalla situazione. Oggi sono al quarto mese di gravidanza, il 3 aprile ho avuto la conferma della negatività ai tamponi». La vita riprende, in riva al mare.

 

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