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Intervista

Pizzi: «90 anni di impazienza, curiosità e ironia»

14 giugno 2020, 05:07

Pizzi: «90 anni di impazienza, curiosità e ironia»

Mara Pedrabissi

VENEZIA Il secolo breve di Pier Luigi Pizzi, 90 anni di vita domani, e quasi 70 di "mestiere", da architetto del teatro, prima scenografo e costumista, poi anche regista. Una produzione ricchissima la sua, diversificata (le mostre e il nostro Gotha) eppur dalla riconoscibilissima cifra stilistica: Pizzi «si è sporto pericolosamente e vittoriosamente verso il fluire tragico e comico delle cose del tempo; se ne è lasciato turbare, ha cercato di ricomporlo, ha portato azzardi e nostalgie», per dirla con Lorenzo Arruga. «Impazienza, curiosità, ironia» sono le virtù che si ascrive lui, in una ariosa chiacchierata nel suo palazzo-museo veneziano, che fu la "botega" di Tiziano, nella stessa calle in cui si erge la storica casa di Carlo Goldoni.

Maestro, nell'inquadrare una carriera di quasi settant'anni (l'anno prossimo), ci si potrebbe perdere se non ci si agganciasse a un filo conduttore, quello dell'architettura.

«Certo, la mia formazione è di architetto; studi che ho compiuto con la consapevolezza che mi interessava l'architettura che passa per il teatro. Una vocazione che ho sviluppato fin da bambino. Sono milanese, la prima volta che mi portarono alla Scala, alla matinée di "Hansel e Gretel", rimasi entusiasta della dimensione del sogno, del vivere fuori dalla realtà. Per fortuna la mia famiglia mi lasciò coltivare i miei interessi».

C'erano artisti in casa?

«No, c'era della musica, però. I nonni suonavano, per passione non per professione. Papà era un industriale, nel campo degli apparecchi di illuminazione. Anche nelle scelte delle vacanze, papà, che pure era molto severo, mi lasciò libero: andavo a visitare luoghi-museo o a seguire spettacoli. Curiosamente, mio compagno al ginnasio Manzoni di Milano era Renzo Palmer che in verità si chiamava Bigatti. Ereditò poi il nome d'arte della madre adottiva, Kiki Palmer, famosa attrice. Un anno, durante le vacanze, seguii Renzo a Napoli dove la madre interpretava Puck nel Sogno di una notte di mezza estate. Cercavo queste occasioni. La sera andavo sempre a teatro, c'era moltissimo da vedere nel dopoguerra».

Poi gli studi hanno dato la loro impronta...

«Ho fatto tutto in modo rapido, perché sono nato impaziente. Ho scoperto che dal liceo classico si poteva prendere la maturità artistica che mi valeva per la facoltà di architettura. Così ho scoperto il disegno, la storia dell'arte attraverso Guido Ballo. Una serie di combinazioni fortunate. In quel periodo nasceva a Milano il Piccolo e compresi che per me sarebbe stato importantissimo conoscere Giorgio Strehler. Seppi che cercava dodici giovani comparse per "Riccardo II", riuscii a farmi prendere. L'anno dopo, di nuovo, per "Riccardo III". E' stata una grande scuola. In quell'ambiente conobbi anche Ivo Chiesa che sarebbe diventato direttore dello Stabile di Genova. Da lui ebbi il primo invito a fare uno spettacolo teatrale come costumista e scenografo. A quel punto mio padre, che non mi aveva mai ostacolato, pose un aut aut: "Non se ne parla proprio, prima la laurea o fuori casa!". Presi la mia grande decisione, convinto che certe opportunità non si ripresentano. Andai fuori casa, trasferendomi a Roma».

Quando si è riconciliato con papà?

«Dopo qualche anno, quando ha visto che lavoravo. Ha avuto ragione lui, intendiamoci. Mi ha messo di fronte a una responsabilità: quella di non fallire. Poi è stato il primo a riconoscere che stavo facendo questo mestiere con successo. E, per una serie di circostanze, ho avuto la fortuna di non avere mai dei vuoti, delle crisi».

Il collezionismo da dove arriva?

«Sono diventato collezionista tardi, già vivevo a Parigi. Direi che tutto è iniziato nel 1989 quando mi chiesero di allestire la mia prima mostra: al Grand Palais per conto del Louvre, una grandissima esposizione dedicata alla pittura italiana del Seicento presente nei musei di Francia. Partecipai con i curatori anche alla fase di ricerca, studiai il fenomeno del collezionismo come forma d'arte che segue un dato filone. La mostra ebbe straordinario successo, venne giudicata rivoluzionaria. Un giorno venne a vederla da Milano l'amico Edoardo Testori, storico dell'arte e gallerista, nipote di Giovanni, e mi propose un San Giovannino alla fonte che comprai immediatamente. In quel momento non era attribuito a nessuno ma subito si accese un grande interesse tra gli studiosi francesi e, a seguire, gli italiani da Gianni Papi a Mina Gregori. Oggi si pensa che sia di Cecco del Caravaggio, se non di Caravaggio stesso. Quell'interesse mi gratificò molto, cominciai la mia collezione».

Le collezioni sono organismi palpitanti, che raccontano chi le ha raccolte. La sua collezione cosa dice?

«E' una collezione del Seicento e dice che sono un uomo di teatro. Sono quadri di figura. Figura che passa attraverso la sofferenza e il senso drammatico dell'esistenza».

Lei, però, sembra esorcizzare il dramma con l'ironia.

«L'ironia mi ha molto aiutato. Tre doti ho: l'impazienza, la curiosità, l'ironia. L'impazienza, in sé, non è una virtù ma è un buon motore: la quantità di lavoro che ho macinato in questi 70 anni nasce da un bisogno, anche fisico, di agire anche perché per me il teatro è un mestiere come un altro. La curiosità è ciò che ancora oggi mi dà voglia di guardarmi attorno, non isolarmi nell'indifferenza. La terza è l'ironia che mi permette di non prendermi sul serio e non cascare nelle trappole della vita».

Qual è la trappola più pericolosa?

«Proprio l'indifferenza, direi. Questo lockdown avrebbe potuto essere una trappola terribile per dirmi sto chiuso in casa, ho risorse per non annoiarmi e perfino lavorare. Futuro? Mah sono arrivato a 90 anni... Invece no, no, no! Certo, sappiamo che la morte arriva, prima o poi; si è in lista d'attesa da quando si nasce. Ma non ci si può nascondere dietro il "tanto poi..."».

E infatti lei continua a lavorare. Un'agenda da sempre fittissima che l'ha vista spesso a Parma, al Regio (e non solo) dove resta indimenticabile «Un giorno di regno»...

«Un allestimento ispirato da Parma, con un omaggio alla Pilotta e alle abitudini dei parmigiani, amanti della tavola. La Battaglia di Legnano, i Vespri con la Dessì... un rapporto intenso, tanti lavori, fino all'ultimo, l'Otello del 2015».

E' anche stato il magnifico architetto di Gotha, al suo sorgere, che meritò il titolo della vetrina fieristica più elegante al mondo.

«Mi chiamò Marco Rosi, presidente delle Fiere, e mi invitò a creare il percorso. Inventai una città di gusto farnesiano, con quella grande fontana, le sculture. Spettacolare, tanto che fu replicata per alcune edizioni. Poi vi rimisi mano per un altro allestimento».

E le mostre: da quella su Petitot alla più recente su Bodoni.

«La prima, per Fondazione Cassa di Risparmio, un'esperienza condivisa con Giovanni Godi e Corrado Mingardi. Nella seconda ho cercato di raccontare la personalità di Bodoni anche aiutato dalla visione dell'amico, e collezionista, Franco Maria Ricci che si è formato nel culto di Bodoni. Tra l'altro alla Reggia di Colorno ho curato la mostra sulla collezione FMR. Ho avuto anche molti rapporti con Busseto, per il Museo Verdi».

A proposito di amici e colleghi: Zeffirelli, scomparso proprio un anno fa. Siete due "totem" della regia d'opera, quasi coetanei. Gelosie?

«Agli inizi abbiamo collaborato: Franco, già in carriera, aveva sette anni più di me. Le strade si sono separate poiché in quegli anni- era il '55 - presi a lavorare con la Compagnia dei giovani di De Lullo. C'era un forte antagonismo tra Franco e la Compagnia, per dei malintesi. Franco, che era un passionale, interpretò questa cosa come un mio passare al nemico. In seguito ci siamo incontrati ma non abbiamo più lavorato insieme».

Capitolo direttori d'orchestra: sappiamo che, con i registi, il filo è sempre teso...

«Ho lavorato con i più grandi e mi sono sempre trovato bene. Anche con Muti che è quello filologicamente più severo. Ho un mio metodo che non è di tutti: appena mi chiamano per un lavoro, chiedo chi è il direttore e lo contatto per condividere le idee».

Come festeggerà il compleanno domani?

«Al mattino il sovrintendente Ortombina ha organizzato un evento in mio onore qui alla Fenice. Al pomeriggio sarò collegato via Zoom con la Scala per un appuntamento che diventerà un documentario. A casa festeggerò con mio figlio Massimo. Credo che una torta me la faranno».

 

 

 

Mara Pedrabissi VENEZIA Il secolo breve di Pier Luigi Pizzi, 90 anni di vita domani, e quasi 70 di "mestiere", da architetto del teatro, prima scenografo e costumista, poi anche regista. Una produzione ricchissima la sua, diversificata (le mostre...

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