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Intervista

Mazzieri: «Il mio film sul perdono all'Astra»

20 giugno 2020, 05:04

Mazzieri: «Il mio film sul perdono all'Astra»

Filiberto Molossi

«L'ho girato in 16 giorni e mezzo, con budget ridotto, a Strognano, in una casa dove ho abitato: è un film semplice e profondo che parla attraverso piccoli gesti, i silenzi, gli sguardi». Ed è soprattutto un film bello e sincero, intimo, reticente e insieme rivelatore, quello che restituisce al cinema Marco Mazzieri, il regista parmigiano che con l'anteprima nazionale di «Se un giorno tornerai» inaugura giovedì prossimo alle 21.30 la stagione dell'arena più grande e storica della città, quella dell'Astra, incontrando il pubblico prima e dopo il film. Che (distribuito da Movie Day) rimarrà in programmazione nell'arena dell'Astra fino a domenica.

Hai spesso definito «Se un giorno tornerai» un film sul perdono: perché?

«Perché insieme agli altri sceneggiatori, Lorena Ravanetti e Carlo Fontana, volevamo raccontare la storia di una possibile riconciliazione dopo una separazione dolorosa. Una giornata particolare: un'occasione creata dalla donna che se ne ne era andata, davanti a cui l'uomo, un pittore, amandola ancora, ha il coraggio di mettersi in discussione, di mettersi, così come lei, alla prova. Il tema è: siamo capaci di perdonare chi ci ha ferito durante una relazione? Siamo capaci di essere uomini nuovi, di rapportarci a una donna che pretende di essere amata con tutte le attenzioni del caso? Credo sia un film di assoluta semplicità ma che tocca corde molto profonde».

Perché hai deciso di ambientare «Se un giorno tornerai» a Strognano, in luoghi che ti sono molto cari e vicini?

«Perché il tentativo di andarmene da questi luoghi si è rivelato sempre vano: avevo 23 anni quando sono partito per Roma per fare cinema, ma non è servito a nulla. La lontananza ha solo rafforzato il mio desiderio di scrivere storie legate alla mia identità, alle mie radici. È un cordone ombelicale che non sono riuscito a tagliare. Nel film c'è molto di me, il mio lavoro di pittore ad esempio: la serie di volti che dipinge il protagonista li ho fatti io, sono parte di un progetto su cui sto lavorando e che vorrei esporre l'anno prossimo. Addirittura il protagonista indossa gli stesi vestiti sporchi di colore che uso per dipingere. È il dramma intimo, psichico, irrisolto di volersi raccontare attraverso il filtro del cinema. E poi quelle colline, Torrechiara, sono la mia formazione al cinema: da «Ladyhawke» a «La tragedia di un uomo ridicolo».

 

Il tuo è un film a due voci, le interpretazioni degli attori diventano ovviamente fondamentali: e sia Paolo Pierobon, il Berlusconi di «1994» che Antonia Liskova mi sono sembrati davvero in parte, bravissimi. come li hai scelti?

«Sul cast è accaduto qualcosa di miracoloso: all'inizio il ruolo del pittore avrei dovuto farlo io. Ho mandato la sceneggiatura a Pierobon, chiedendogli se voleva fare la parte dell'antagonista. Lui mi chiama alle 2 di notte e mi dice: "Faccio il film, ma solo se mi fai fare il protagonista". Ho protestato in maniera blanda e alla fine ho ceduto. Per il ruolo della donna cercavo un'attrice bella e inquieta: ho provato con la Liskova e mi ha detto subito di sì. Entrambi hanno colto completamente il senso della drammaturgia, hanno dato al film una svolta interpretativa che nessuno si sarebbe aspettato. Tra l'altro loro due non si conoscevano e anche il fatto che durante le riprese non si frequentassero ha aiutato a creare la distanza tra i due personaggi».

Personaggi distanti ancora prima del distanziamento obbligatorio...

«Guarda, in effetti il mio in un certo senso è un film preveggente, oserei dire necessario: racconta, in un momento come questo in cui mai come prima siamo stati vicini alla morte, l'urgenza e il bisogno di rivedere il proprio percorso, di dare spazio ai sentimenti più profondi e segreti al costo di rimettersi in gioco in maniera pericolosa».

 

Parlami dell'iter produttivo.

«L'ho proposto a Rai Cinema a cui il copione è piaciuto subito: la cosa bella, anzi determinante, è stata ritrovare Gabriella Manfrè di Invisibile film, con cui c'era l'idea di girare un giallo sul Po. Ma è stato fondamentale anche il coinvolgimento della Film commission dell'Emilia Romagna, dell'ufficio cinema del Comune di Parma e del Comune di Langhirano. Così come dell'Apt. Gabriella è stata poi affiancata da un altro produttore indipendente, Francesco Bonsembiante della Jole film. Sono riusciti a raccogliere tante adesioni anche grazie a Parma io ci sto. Così come Paolo Tanara , che ha coinvolto il territorio langhiranese. Tutti questi sforzi mi hanno permesso di radunare e tornare a lavorare con una troupe eccellente, formata dallo scenografo Lorenzo Baraldi, dalla costumista Gianna Gissi, dal direttore della fotografia Massimiliano Gatti, dal montatore Carlo Fontana, da Pietro Cantarelli che ha firmato le musiche minimaliste e suggestive... E non voglio dimenticare gli attori locali: Davide Borchini, Chiara Rubes, Mario Mascitelli, Laura Cleri».

È il tuo primo progetto senza tuo fratello Luca...

«Sì, si puo dire che a 60 anni debutto da solo: abbiamo preso strade differenti, siamo contentissimi entrambi: ma non escludo che un giorno torneremo a lavorare insieme».

 

Che effetto ti fa tornare all'Astra?

«Sono ancora più emozionato di quando nel 1995 ci portai con mio fratello Luca "I virtuali", il nostro primo film: tornare all'Astra e accorgermi che noi malati di cinema siamo ancora qui, legati a questo luogo mitico che è l'arena, dove abbiamo visto tutto, così come rivedere negli occhi di Ivan De Pietri questo affetto nei confronti del mio lavoro, mi commuove. Parma capitale della cultura è anche questo: ritrovarsi in un percorso. L'Astra per me rimane qualcosa di irrinunciabile e fare vedere il film in arena è ancora più bello, è una benedizione».

Filiberto Molossi «L'ho girato in 16 giorni e mezzo, con budget ridotto, a Strognano, in una casa dove ho abitato: è un film semplice e profondo che parla attraverso piccoli gesti, i silenzi, gli sguardi». Ed è soprattutto un film bello e...

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