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Reportage

La gente di Setterone: «Tragedia annunciata»

02 luglio 2020, 05:07

La gente di Setterone: «Tragedia annunciata»

Dal nostro inviato

ROBERTO LONGONI

BEDONIA

U Rüssu. Era rimasto Il Rosso anche dopo essere del tutto incanutito, era rimasto prigioniero dei propri demoni anche dopo aver smesso di bere. Impulsivo, immediato, senza freni. Sergio Molinari a parole avrà ucciso decine di persone centinaia di volte (e forse per questo qualcuno lo immaginava inoffensivo), ma l'altra sera, a meno che non si sia tutti vittime di un abbaglio generale, lo ha fatto per davvero. E pare che lo abbia anche annunciato, poco prima, con la sua voce cantilenante, nel dialetto di lassù, ben più ligure che padano. Con Luigi Guareschi aveva avuto qualcosa da ridire a proposito di un muretto confinante tra le due proprietà. L'altro, paziente come sempre, aveva cercato di tranquillizzarlo. «Ne parliamo con tuo fratello, la prossima volta che viene su. Sistemiamo tutto». Ma niente. Nemmeno il giro all'osteria di Alpe in compagnia del cognato di Guareschi era bastato a calmarlo.

Per Molinari da quel momento la giornata aveva preso una brutta piega, quella di quando lui si sentiva solo contro il mondo. «Ora vado a letto» ha ripetuto un paio di volte all'altro che lo riaccompagnava a casa. E invece proprio contro chi lo aiutava nel suo piccolo mondo stava per scagliarsi, armato di un bastone, colpendo in testa fino a stenderlo a terra quell'amico 69enne. Un vicino che con la propria moglie gli stava accanto non solo per questioni di numero civico a Iavole di Setterone, sulla strada per i Perini. Gli dava da mangiare, lo aiutava ogni volta che poteva.

Un omicidio tra vicini nell'Appennino disabitato, terra di retroguardia nella quale si entra dopo aver svoltato a Pontestrambo nella valle della Sissola, al cospetto della sentinella del Groppo. Mal di vicinato in un deserto di boschi, cinghiali e caprioli: come se tutto non fosse già abbastanza assurdo. E ora questo piccolo Aspromonte nostrano piange Luigi, l'uomo della pianura che si era fatto montanaro per amore delle terre alte e di Maria. L'aveva conosciuta una quarantina di anni fa a Ponteceno, di là dal passo della Tabella, dove all'ombra del Penna si aggiunge quella del Tomarlo. Lei aiutava in cucina, nella trattoria dei Chiappari, lui era in villeggiatura proprio da loro. Si erano innamorati, forse già allora si erano promessi di andare a vivere lassù, nella casa di famiglia di lei. Lei che si chiama Molinari, proprio come chi gli spezzato la vita. Quassù, tra Setterone, Alpe e Strepeto, le tre frazioni del Penna, il cognome più diffuso è questo, con Federici e Manfredi. Pochi cognomi per spropositi di case addossate abitate ormai solo da ombre. Dimore minuscole, un tempo ribollenti di vita e bocche da sfamare. Partire da qui è sempre stato un verbo coniugato all'imperativo. Prima forniti solo di buona volontà o al minimo di mani da tendere, per chiedere elemosine. Poi in compagnia di scimmie e orsi (chi, tra uomo e plantigrado in mezzo a queste ripide valli fuori dal mondo si sarà sentito più a casa propria al rientro dalle grandi città del nord?). E infine, esperti nell'arte del gelato e della sopravvivenza. Pronti a incassare soprusi, ma anche fortune crescenti specie in Inghilterra: cono dopo cono, «bloody (maledetto) italian» dopo «bloody italian», quando essere italiano era una colpa.

Terra di espatri. Oltremanica, d'accordo. Ma anche Francia e soprattutto Parma e Tigullio lontano solo pochi crinali. Sangue sparso altrove, ma non dalla follia distruttrice. Sangue che ha scritto molteplici storie di riscatto, anziché formare pozze sull'asfalto sbrecciato di un ponticello. Le Terre alte del Taro e del Ceno ora versano lacrime per Guareschi, uomo gentile con un cognome tanto padano, ma con la forza di risalire la corrente di chi se n'è andato, fino a farsi montanaro.

Ma anche per Molinari ci sono, se non proprio lacrime almeno sospiri. Almeno di misericordia. A sua volta vittima: e non solo di se stesso. Si parla di tragedia annunciata: anche se nessuno si aspettava potesse costare tanto. Gli scoppi d'ira du Rüssu finora si erano concentrati sopratutto sulle cose. Pare che un paio di volte abbia sfondato la porta di un amico di Casale, frazione vicina, di là dal Taro. L'altro non aveva aperto a una sua visita, e lui era tornato con una mazza: questa volta non aveva chiesto permesso. «Sergio era così. Alla vista di un'auto con le chiavi nel cruscotto magari prendeva e partiva». Un personaggio. Anche nel bene. Quando i cento euro alla settimana passati dal tutore non gli bastavano, chiedeva un prestito. E puntuale lo restituiva.

«Molte volte gli abbiamo dato da mangiare anche se aveva le tasche vuote - racconta Giuseppe Oppici, titolare dell'omonima trattoria di Montevaccà, sopra Bedonia -. Appena poteva, saldava». Consigliere comunale con la delega alla Protezione civile, Oppici ricorda le tante volte in cui, in piena emergenza Covid, ha bussato alla porta di Molinari. «Gli portavo le provviste, secondo il piano del Comune. Lui chiedeva aranciata, latte, pane, pasta. Ospitale, mi invitava in casa, e ogni volta gli spiegavo che non si poteva, per il distanziamento». Finito il lockdown, U Rüssu aveva ripreso a tornare a Bedonia per le proprie necessità. In corriera, a piedi o con il trattore. O in autostop. Un passaggio non gliel'ha mai negato nessuno. Così come una micca di pane. Avesse compreso che gli veniva data con il cuore, forse avrebbe sfamato anche la sua solitudine di uomo contro tutti, a cominciare dagli amici.

 

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