Sei in Gweb+

Testimonianze

Medici e infermieri: «Il Covid, una lezione da custodire»

02 luglio 2020, 05:05

Medici e infermieri: «Il Covid, una lezione da custodire»

LUCA MOLINARI

«Quando ho perso mio padre mi sono fermata due giorni e poi sono tornata in corsia ad aiutare i colleghi». A parlare è Maria Chiara Finzi, medico e figlia di Giuseppe Finzi, l’amatissimo medico parmigiano morto a 62 anni per Covid-19.

La sua toccante testimonianza, assieme a quelle di altri medici e infermieri, è stata al centro della serata «Rinascere dopo il Covid-19», svoltasi martedì sera negli spazi esterni del Centro pastorale Anna Truffelli, organizzata dal servizio diocesano per la Pastorale giovanile (guidato da don Roberto Grassi) e l’ufficio pastorale Salute e anziani della diocesi (guidato da Francesco Mineo).

I lavori sono stati introdotti e conclusi dal vescovo Enrico Solmi che ha ringraziato infermieri e medici per la loro straordinaria testimonianza, sottolineando come dall’esperienza vissuta «emerga una verità inconfutabile: la centralità della persona».

Mineo ha quindi ribadito come il tanto dolore vissuto non vada vanificato e debba trasformarsi in un impegno corale per il futuro.

«Durante la pandemia ho perso mio padre, il mio mentore, il mio tutto – ha esordito Maria Chiara Finzi – Sarebbe stato facile mollare e fermarsi. Ma c’era bisogno della rabbia, della grinta e della determinazione di ognuno di noi per vincere la battaglia. E così dopo due giorni sono tornata in corsia. La comunicazione tra colleghi era difficile perché ci si sentiva impotenti e questo ha creato anche conflitti; è dura accettare di veder morire tante persone senza patologie pregresse e comunicare ai familiari di doversi limitare ad accompagnare il paziente al proprio destino. La morte di questi mesi e l'isolamento nascondono una grande forma di altruismo: la volontà di proteggere il prossimo. Questa esperienza, nonostante la grande ferita, mi ha fatto capire che la vita e l’amore per il prossimo vincono sempre».

Marcello Maggio, un geriatra del Maggiore che ha vissuto l’esperienza del Covid da malato e medico, racconta la paura della malattia, vissuta in isolamento nella camera del proprio figlio, il timore di non farcela, il rammarico di non poter aiutare i colleghi. «Una volta guarito, a fine marzo, sono tornato da soldato semplice, in silenzio - dice - tra i colleghi che male avevano metabolizzato i tanti decessi».

Maddalena Mancino è una giovane infermiera che lavora al Maggiore da poco più di un anno. «In un pomeriggio un reparto di degenza è diventato un reparto Covid - ha ricordato - Il 4 marzo abbiamo visto tanti papà, mamme e nonne catapultati in un inferno esploso all’improvviso. Giornate lunghe, cariche di speranze da tener vive, di parole da ascoltare, di mani da stringere. In tv ci hanno battezzati eroi, ma non ci siamo mai sentiti tali, abbiamo fatto solo il nostro lavoro. Non è stato semplice assistere i pazienti in fin di vita, ma ce l’abbiamo messa tutta, ci siamo aiutati come se fossimo una grande famiglia. Chi era di riposo cucinava per chi smontava il turno e lo faceva con sorrisi che nascondevano l’ansia di non fare abbastanza».

«La nostra vita si è interrotta davanti a una realtà sterile e assordante – dice l'infermiere Federico Barraco – Abbiamo assistito impotenti a pazienti che si spegnevano in silenzio, senza i propri cari. Il virus ha segnato per sempre la nostra anima. Confido che quanto abbiamo passato possa renderci persone migliori, che apprezzano la vita».

«Facendo da tramite coi familiari - spiega il geriatra Alberto Fisichella - mi sono trovato a dover ricoprire un ruolo pesante, comunicando spesso il peggioramento di un paziente e, in alcuni casi, la sua morte. C’era chi era consapevole di quanto stava accadendo e chi invece non accettava, anche con rabbia, la morte del proprio caro - ha ricordato - In tutto questo buio una luce c’è stata: sentirsi uniti verso un obiettivo comune. Crescere assieme per capire le terapie migliori e condividere i risultati, a dimostrazione che uniti possiamo superare le battaglie più dure».

 

LUCA MOLINARI «Quando ho perso mio padre mi sono fermata due giorni e poi sono tornata in corsia ad aiutare i colleghi». A parlare è Maria Chiara Finzi, medico e figlia di Giuseppe Finzi, l’amatissimo medico parmigiano morto a 62 anni per...

Abbonati per leggere l'articolo integrale pubblicato sulla Gazzetta di Parma in edicola e accedere alle altre notizie esclusive del giornale di oggi

Costo: 6€/mese

Se sei già un utente abbonato a Gweb+

L'abbonamento a Gweb+ consente l'accesso alla versione integrale degli articoli più interessanti del quotidiano oggi in edicola.Il costo è di solo 6 euro al mese Iva inclusa (invece di €8) utilizzando come modalità di pagamento PayPal