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Ginevra Elkann: «Quei film con nonno Gianni»

08 luglio 2020, 05:02

Ginevra Elkann: «Quei film con nonno Gianni»

FILIBERTO MOLOSSI

Viene dalla produzione e dalla distribuzione ma ha sempre voluto fare la regista, da bimba guardava i film di Gary Cooper insieme all'avvocato Agnelli che lei ovviamente poteva permettersi di chiamare semplicemente «nonno Gianni», ora invece ha esordito con un film garbato, tenero e onesto dove ha messo anche (un po' di) se stessa. E come primo maestro nella strana arte del sogno, nell'illusione, veritiera assai, del cinema, ha avuto un parmigiano illustre, uno di quelli che il cinema lo hanno insegnato facendolo, Bernardo Bertolucci. Ed è nella sua città, la nostra, che stasera arriva Ginevra Elkann, autrice sensibile e serenamente malinconica di «Magari», il film che presenterà all'arena dell'Astra. «Ho iniziato facendo l'assistente alla regia ne "L'assedio" e mi ritengo molto fortunata per questo: vedere come lavorava Bertolucci mi ha molto segnata. Poi siamo rimasti in contatto, lui e i suoi film sono stati importanti per la mia formazione cinematografica: il suo sguardo mi ha fatto capire cosa voleva dire essere un autore. Mi ricordo che mi raccontava di Parma: soprattutto di certe estati della sua gioventù, quando si ballava nelle balere accanto al fiume».

Perché per il suo debutto ha scelto - raccontando la vacanza di tre ragazzini col padre - la storia di una famiglia che ricorda la sua, una vicenda in qualche modo molto personale?

«Perché era questo che avevo bisogno di raccontare: ero maggiormente a mio agio a parlare di qualcosa che conoscevo bene. ma non è tanto lo spunto autobiografico che mi interessava. Quello che vedete nel film in realtà non è mai accaduto, non ho mai fatto questa vacanza, non sono mai andata con i Moon Boot in spiaggia: ma i sentimenti quelli sì, sono autentici, li conosco bene, mi appartengono. Ed è questo che voglio vedere quando guardo un film: l'autenticità di un sentimento».

La sua famiglia come ha preso il film?

«Gli è piaciuto molto: hanno visto immediatamente quello che era vero e quello che non lo era affatto. Mio padre è uno scrittore, sa bene come la realtà si trasformi nella finzione».

Ho letto che da piccola guardava con suo nonno i film di Coppola e Scorsese...

«Non solo: guardavamo molto film insieme, di tutti i tipi. Da quelli con Gary Cooper ai film di Orson Wells, ma anche ai film di guerra, che a lui piacevano molto. Era una cosa che facevamo spesso».

Ha prodotto film bellissimi come «Mektoub, my love: canto uno» e distribuito con la Good Films le pellicole di Dolan e Lanthimos: è lavorando dietro le quinte che le è venuta voglia di debuttare come regista?

«No in realtà io ho sempre voluto fare la regista. Già dai tempi della scuola di cinema: poi sì, ho fatto altre cose ed è stato bellissimo vedere e credere in certi film, come «Mommy» e «The Lobster» e portarli a un pubblico. Ma non ho mai smesso di cercare di raggiungere il mio obiettivo: e adesso per me era veramente arrivato il momento di debuttare. Ora o mai più».

Prima il suo film, poi «Favolacce»: sembra ci sia un ritorno sullo schermo a una realtà vista e filtrata con gli occhi dei bambini...

«Sì, ma il cinema italiano è sempre stato molto rivolto verso i bambini. Penso a "Incompreso", ma non solo».

In «Magari» oltretutto i giovani interpreti sono davvero bravissimi: come li ha trovati?

«Ne ho visti tantissimi: ma la ricerca è stata molto focalizzata perché dovevano parlare sia l'italiano che il francese, c'era insomma una serie di prerequisiti complicati che ci hanno in qualche modo indirizzato verso i ragazzi giusti. E sì, è proprio vero: sono stati molto bravi».

 

FILIBERTO MOLOSSI Viene dalla produzione e dalla distribuzione ma ha sempre voluto fare la regista, da bimba guardava i film di Gary Cooper insieme all'avvocato Agnelli che lei ovviamente poteva permettersi di chiamare semplicemente «nonno...

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