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TRIBUNALE

Botte e vessazioni alla convivente: condannato un fidentino

11 luglio 2020, 05:05

Botte e vessazioni alla convivente: condannato un fidentino

ROBERTO LONGONI

Lei gli diede tempo, il tempo di cambiare, lui rispose aggiungendo violenza alla violenza. Le urla, le bestemmie, le ingiurie e le minacce gridate a raffica in faccia alla convivente rappresentavano la parte più leggera del suo repertorio. Spesso le parole non bastavano al 52enne fidentino: e allora erano botte. Fino a quando lei, più giovane di una ventina d'anni, non ha deciso di denunciare. L'uomo, finito in carcere, in carcere resterà: il giudice Annalisa Dini lo ha condannato ieri a tre anni di reclusione, sei mesi in meno di quanto chiesto dal pm Marirosa Parlangeli.

La donna, stando a quanto emerso in aula, sembra che le abbia passate proprio tutte in quella casa diventata da nido d'amore a luogo di torture. Dai bicchieri scagliati in faccia ai pugni. E pensare che lui durante l'interrogatorio ha provato anche a ribaltare le accuse, dicendo che era lei a investirlo con violenza e ad aggredirlo. Lui, si sarebbe limitato a difendersi e basta. Magari con quello che aveva a disposizione in quel momento. Come la volta in cui le avrebbe detto «adesso ti piscio addosso», per urinarle davvero sulle gambe, dopo averla afferrata per il collo e sbattuta contro una parete della stanza.

Il motivo di tanta rabbia? Pare fosse la gelosia. Gonfiata dai troppi bicchieri. Lui cercava di limitare il più possibile i suoi contatti con altri uomini, anche a vederla maneggiare il telefono si innervosiva. Pare che schiaffi e spintoni fossero all'ordine del giorno. Le sfuriate a volte avvenivano anche in presenza di altre persone. Ma più spesso erano avvertite dai vicini che davano l'allarme. E al suo arrivo la pattuglia di turno trovava i due agitati. Lui in preda all'ira e all'alcol, lei terrorizzata, spesso con i segni della violenza addosso. Come per quel bicchiere che l'aveva centrata a uno zigomo. O come quel giorno più da incubo degli altri in cui lui, appena rientrato a casa la prese a calci e pugni, per poi tornare a colpirla poche ore dopo. La raffica di schiaffi proseguì anche dopo che la donna era stata immobilizzata sul letto.

A una sberla più forte delle altre sarebbe presto seguito un occhio nero. Lei provò a fuggire e lui l'afferrò per il vestito, strappandoglielo. «Se esci ti do fuoco» le sibilò. E con la sigaretta accesa le ustionò entrambe le gambe. Un'altra volta, mentre lei dormiva a letto, lui le fu sopra con un cuscino, come se volesse soffocarla. Lei cercò di divincolarsi e fu investita da schiaffi e colpi in tutto il corpo. Colpi che alla fine hanno fatto venir meno l'ostinata decisione della donna di non denunciare, restando in quella casa come in prigione. Solo quando lui è finito in manette, lei si è liberata.

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