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PARMIGIANI

I 90 anni di Michelotti, oltretorrentino doc

14 luglio 2020, 05:04

I 90 anni di Michelotti, oltretorrentino doc

Un ragazzone di novant’anni, Alberto Michelotti. Cresciuto nella miseria dell’Oltretorrente degli anni Trenta del secolo scorso e arrivato alla vetta del calcio, con la giacchetta nera e il fischietto in bocca. La storia di Miclòt è una bella favola a lieto fine. La storia di uno passato attraverso la guerra, i bombardamenti, il sogno di diventare un concertista interrotto da un professore che gli dà del bastardo di fronte a tutti i compagni, il ritrovarsi capofamiglia a tredici anni, con tre fratellini da accudire mentre la madre e la nonna girano il centro con un carretto per vendere frutta e verdura, e sempre a tredici anni finire in officina. Arriva all’arbitraggio molto tardi (quasi a 29 anni) e dimostra in fretta di saperci fare, bruciando poi le tappe e diventando uno dei migliori arbitri del mondo. I successi nel calcio sono stati anche un riscatto sociale. Ma Michelotti è rimasto sempre sé stesso, schiena dritta e pane al pane e vino al vino. Rispettando sempre gli insegnamenti di sua mamma Elsa, che gli ha fatto da madre e da padre. E tenendo sempre l’Oltretorrente nel cuore.

Domani compie novant’anni: in questa intervista ripercorre gioie e dolori di una vita che sarebbe la sceneggiatura già scritta di un film. Lo aveva pensato Gianni Mura, scrivendo la prefazione di una biografia di Michelotti uscita dieci anni fa, curata da chi scrive (“Dirige Michelotti da Parma”, Mup editore). E si era anche divertito a immaginare gli attori: «Per Michelotti, Jean Gabin o Massimo Girotti. Per sua madre, Anna Magnani o Lea Massari. Per il regista, obbligatorio restare a Parma: uno dei Bertolucci o Bevilacqua. Il sonoro me lo sono immaginato in dialetto, con sottotitoli».

 

ECCO L'INVERVISTA

Come festeggerai i tuoi 90 anni?

«Con tutta la famiglia. Andremo in trattoria, saremo in tantissimi, con mia moglie, i miei fratelli, le figlie, tutti i nipoti. Sono tutti belli da matti, sono il mio orgoglio. Sono bisnonno, sai? Il più piccolo è Tito, ha quattro anni. “Nonno Albertino – mi dice – sei un po’ vecchio, lo sai?”. Lo so, lo so».

Il 15 luglio 1930 ci fu una grande festa in Oltretorrente.

«Mia madre mi fece vedere a tutti. Appena nato pesavo sei chili. “Questo è il più bello del mondo”, si vantava. Che donna, mia mamma Elsa. Straordinaria».

Elsa di Bramante, per via della passione per la lirica.

«Certo. Dal “Lohengrin” di Wagner. Una passione incredibile di tutta la mia famiglia. Che io ho ereditato e coltivato sempre».

Cominciando a frequentare il Regio quando eri un bambino.

«A sei anni andavo a vendere le caldarroste durante gli intervalli, mia nonna aveva un fogón sotto la volta di borgo Angelo Mazza. A volte non mi trovavano più: perché magari mi ero infilato nella buca dell’orchestra per spiare gli spartiti sui leggii. Quei pentagrammi avevano un fascino straordinario».

Famiglia molto numerosa, la tua.

«Sì, stavamo tutti in via Imbriani, al 17. Oggi c’è un garage, che finisce in borgo Marodolo. Mia nonna Marietta aveva fatto dieci figli, prima di rimanere vedova a 37 anni. Mio nonno Napoleone, bravissimo cantante, è morto di ritorno da una tournée in Argentina».

Altro gran bel personaggio, tuo nonno.

«Lo puoi dire forte. Faceva il ciabattino, aveva una voce incredibile. La gente andava nella sua bottega per sentirlo cantare. In Argentina ha cantato 18 volte l’”Aida”. Poi ha preso un virus e se n’è andato».

Hai sempre detto di essere stato «slattato con dil s’cìàpi».

Sì, alla sera mia nonna e mia madre, che facevano le ortolane e giravano con il carretto, tornavano a casa con gli avanzi: qualche mela bacata, un peperone con il buco. Era la nostra cena. In alternativa, minestre con un po’ di lardo pesto e di aglio».

Un’infanzia di povertà, ma anche di grandi principi.

«Sono nato e cresciuto in trincea. I miei erano socialisti. Poi, nel ’22, quando tanti sono passati con i fascisti, sono diventati anarchici. E hanno sofferto le pene dell’inferno. Con grande dignità e rettitudine, sempre. Senza mai piegare la schiena. Mio zio Nello era impiegato in Posta: un lusso, per quei tempi. “Devi prendere la tessera del Partito fascista”, gli hanno detto. “Neanche morto”. Si è dimesso, ha preso un carretto e si è messo a girare per vendere cianfrusaglie. Poi l’hanno ucciso i tedeschi, schiacciandolo sotto un camion in piazza Garibaldi. Abbiamo avuto tre morti in guerra, noi Michelotti».

Chi erano gli altri?

«Telramondo è morto a 23 anni di crepacuore. È scappato da una squadraccia di fascisti: è arrivato a casa con un tale affanno che si sentiva respirare dalla strada. È morto poco dopo. E poi Ildebrando, che era partigiano, morto di infarto».

E tu facevi la staffetta?

«Sì. Nel ’43 avevo tredici anni, andavo in bici a portare dei messaggi ai miei zii, che erano nella zona di Varano. Al ritorno, mi davano sempre qualcosa – un pezzo di burro, un po’ di farina – perché potessi giustificarmi, se mi avessero fermato. Mi hanno fermato, un giorno: alla Cornaccina, appena fuori Noceto».

E com’è andata?

«Male. “Dove vai?”, mi ha urlato Bragón. Era un compagno di scuola dei miei zii, un altro figlio del popolo: ma aveva scelto il fascismo e aveva tradito tutti i suoi vecchi amici e compagni di mille avventure. “Porto queste cose ai miei fratellini”, ho provato a dire, terrorizzato. “Chi sei?”. “Sono il figlio dell’Elsa”. “Allora sei andato dai tuoi zii partigiani”. E mi hanno portato alla Brigata nera, di fronte al Petitot».

Come l’hai scampata?

«Grazie a mia madre. Si è subito sparso un tam-tam, che è arrivato in Oltretorrente. “Hanno preso il figlio dell’Elsa”. Mia madre è arrivata come una furia, quando si è trovata di fronte Bragón gli ha sputato in faccia. “Non ti vergogni?. Metti le mani addosso a me, se hai il coraggio”. Mi ha portato a casa, sanguinante e malmesso, con tutte le botte che mi avevano dato. Poi Bragòn ha fatto una brutta fine, pochi giorni dopo l’hanno ucciso».

Donna molto coraggiosa, Elsa di Bramante.

«Altroché. Era un’ardita del popolo, non aveva paura neanche del diavolo. Lo sapevano bene tutti, anche i suoi fratelli. Ha fatto quattro figli, e tutti portano il suo cognome. “Sono nati dal mio ombelico e sono dei Michelotti”, diceva. Non era facile, in quegli anni, essere una ragazza madre: ma lei era una forza della natura».

E vi ha insegnato a stare al mondo.

«Onestà, rispetto, educazione, coraggio. E non essere invidiosi di nessuno. Questo era il suo motto. E se non lo rispettavi, a 't riväva dil slépi chì parävon àsi da stir (ti arrivavano delle sberle che sembravano assi da stiro)».

Se n’è accorto il tuo maestro di solfeggio. Un aneddoto celebre, che non ci si stanca mai di ascoltare.

«Indimenticabile. Ero entrato in conservatorio a undici anni, dopo la quinta elementare. Era il coronamento di un sogno: imparavo l’oboe e mi immaginavo già concertista. Il maestro Lazzari, quando seppe che non avevo un padre, mi diede del bastardo. Un po’ di giorni dopo, mia madre, che mi vedeva strano e capiva che c’era qualcosa che non andava, mi fece sputare il rospo».

E si presentò alla lezione successiva di solfeggio.

«Entrò in aula e si chiuse la porta alle spalle. Il maestro Lazzari urlava “Cosa fa? Se ne vada”. E lei: “Sìt bón äd ripétor a còll ragas chì còll ch' a 'd gh'é dìtt?” (sei capace di ripetere a questo ragazzo quello che gli hai detto?). E giù una raffica impressionante di zoccolate in faccia».

«Ho dovuto lasciare il conservatorio e sono andato in officina, dai fratelli Compiani, a barriera Bixio. C’era bisogno di una paga: nel frattempo erano nati Giorgio e Telramondo, nel ’38, e Maurizio, nel ’42. A tredici anni ero il capofamiglia».

E lì hai conosciuto Gino Bolzoni.

«Siamo stati soci per 54 anni, sempre andati d’accordissimo. Lui aveva quattro anni più di me, mi ha fatto anche da maestro. Ci siamo messi in proprio nel ’55, quando i Compiani si sono trasferiti. Abbiamo sgobbato giorno e notte, volevamo arrivare. Sempre riparato camion, sapevamo fare di tutto, dal telaio al motore. Adesso, mi scappa da ridere: se si rompe un pezzo, si sostituisce. Noi riparavamo tutto. Ci siamo indebitati parecchio, i primi tempi. Ho sempre trovato gente pronta ad aiutarmi, così come poi io, da quando ho potuto, sono sempre stato il primo ad aiutare gli altri. Certe cose ti restano dentro».

Il 1955 è un anno importante. È anche l’anno in cui hai sposato Laura.

«Ci siamo conosciuti all’asilo, in Guasti di Santa Cecilia. Ci ha sposato don Dagnino, prete d’assalto. Luna di miele in Liguria, in treno. In stazione, mio suocero ha aspettato che Laura si girasse e mi ha messo una mano in tasca, sussurrandomi nell’orecchio “Tò, omén: stì via 'na giornäda 'd pu” (tieni, ragazzo: state via una giornata di più)». Mi ha allungato 500 lire, non voleva che nessuno vedesse. Mi commuove ancora: più che il regalo, la delicatezza».

Quando è nata la passione per il calcio?

Da quando ho imparato a camminare. Da ragazzino ho giocato con gli Stimmatini, poi sono arrivato in serie C, con il Parma vecchia. Poi Codogno, Salso, Fidenza, Borgotaro».

Borgotaro era il regno di Ferruccio Bellè.

«Un grande, uno a cui devo tantissimo. Se ho fatto l’arbitro è stato grazie a lui e a Valdo Franceschi. Bellè l’avevo conosciuto in officina, perché aveva una ditta di autotrasporti ed era mio cliente. Da Franceschi andavo a comprare i cuscinetti. Dai e dai, mi hanno convinto».

Per fortuna, visto com’è andata.

«Be’, sì. Ho finito il corso che avevo quasi 29 anni, poi ho bruciato le tappe».

Facendo tanti sacrifici.

«Sì, tutte le mattine alle 6 allenamento in Cittadella, per poter essere puntuale in officina. Ma ne è valsa la pena».

Il successo nell’arbitraggio, la fama, la popolarità sono stati anche un riscatto sociale?

«Sì, senz’altro. Mi si sono aperte porte che non avrei mai immaginato avrebbero potuto aprirsi. E poi, il calcio mi ha insegnato tante cose. Ho imparato a leggere e scrivere. All’inizio, era un problema compilare il referto che l’arbitro deve redigere a fine partita».

E come hai imparato?

«Bellè mi ha ripetuto infinite volte di essere preciso, di descrivere gli episodi con minuzia di particolari. Ho avuto grandi maestri, da Campanati e Barbè, lo storico giudice sportivo, a Cesare Zavattini. Tanti grandi giornalisti mi hanno insegnato tante cose, da Brera a Raschi. Una delle più belle soddisfazioni è stata quando la “Gazzetta dello Sport” ha pubblicato integralmente il mio referto, dopo un incandescente Roma-Inter, commentando: “Ecco come si fa un referto: descrivendo i fatti come un giornalista”. Impagabile, per uno come me, che ha fatto la quinta con il bidello».

La prima partita in A?

«14 aprile 1968, Napoli-Varese, ero emozionatissimo. Ma dopo 13 minuti il Napoli vinceva 3-0, sono stato fortunato. Mi ricordo bene anche come fui svegliato dal telefono alle sei del mattino».

Chi era?

«Mio fratello Giorgio. Era venuto a vedermi, facendomi una sopresa. Sceso in treno con un salame nella borsa».

Il giocatore più corretto che hai arbitrato?

«De Sisti. Quando ho smesso di arbitrare, mi ha mandato una lettera, affettuosissima: “Adesso che hai smesso, posso darti del tu?”».

Il più simpatico?

«Pecci. Una volta, in un Perugia-Torino, continuava a beccarsi con Bagni, altro peperino. All’ennesimo fallo, Pecci si è alzato e ha dato un manrovescio a Bagni. Non ho fatto in tempo a estrarre il cartellino rosso che mi ha detto: “Vado, Alberto. Vado fuori”. E un attimo dopo, passandomi davanti: “Alberto, una: mi raccomando”. Una giornata, voleva dire: cioè, non calcare la mano, nel referto. E io sono stato bravo: “La sua mano incocciava il volto dell’avversario” ho scritto. Una sola giornata».

Il più furbetto?

«Chiarugi. Era sempre per terra. E io lo sgridavo: “Adesso basta, mi hai rotto le balle: la prima volta che cadi ti caccio fuori”».

Il più bravo?

«Tanti, non saprei fare un nome. Uno che mi è rimasto impresso è Bettega. Bravo e furbo. Una volta, dopo un mio fischio, l’ho beccato che scuoteva la testa. “Ehi Roberto – gli ho detto, severo – a me certi gesti non li fai”. E lui: “Ma no! Mi stavo dicendo “non fare questi falli”, ha ragione Michelotti”».

E tra gli allenatori, con chi hai avuto il più bel rapporto?

«Con tanti, ho legato con tutti. Penso a Trapattoni, a Bersellini. Il più schietto era Carletto Mazzone, diceva sempre quello che pensava, siamo diventati amici».

Qual era la tua prima dote?

«L’empatia. Avendo giocato, capivo al volo cosa voleva fare un giocatore, come si comportava».

Tra tantissimi successi, una sola delusione: i Mondiali in Argentina.

«Lì mi hanno tradito. Quel Mondiale spettava a me, invece hanno scelto Gonella, ma solo per le sue conoscenze. Mi volevano mandare come riserva. “Non se ne parla”, ho tagliato corto. Ero troppo deluso, perché era un’ingiustizia».

Il ricordo più bello?

«Tanti. Uno è l’ultima partita in serie A, a Napoli dove avevo cominciato. 17 maggio 1981, Napoli-Juve. Ingresso in campo da pelle d’oca: i tifosi partenopei hanno srotolato un enorme striscione: “Alberto, tu si’ na cosa grande”. Mi commuove ancora oggi».

Parliamo del “caso Rivera”.

«La polemica più rovente. Cagliari-Milan, torneo 1971/72, il Milan inseguiva la Juve a due punti di distanza. A tre minuti dalla fine, sull'1-1, diedi un rigore al Cagliari: mani di Anquilletti in area. Gol di Riva: 2-1».

E scoppiò il finimondo.

«Sogliano si mise a urlare “Se è un uomo, proverà vergogna”. Espulso. Negli spogliatoi Rivera esplose in una raffica di dichiarazioni pesantissime, contro Campanati e contro di me. “Tra errore e furto c’è una bella differenza”. Per settimane non si parlò d’altro. Alla fine, Rivera fu squalificato per due mesi e mezzo».

Faceste la pace solo molto tempo dopo, grazie a Nereo Rocco.

«Personaggio unico. Incrociai il Milan su un aereo per Madrid. Rocco mi venne incontro con Rivera prima dell’atterraggio. Mi chiese di rivederci all’aeroporto alla sera, dopo le partite – il Milan giocava con il Real, io arbitravo a Barcellona – per chiarirci. E, alla sera: “Due numeri uno non possono non parlarsi per tutta la vita. È ora di darci un taglio”. Facemmo la pace e poco dopo tornai ad arbitrare il Milan».

C’era il rigore? Sei sicuro?

«Sì, lo giuro: l’ho rivisto mille volte e non una che mi sia venuto il dubbio».

Quante volte ti hanno accusato di essere juventino?

«Infinite. Ho sempre alzato le spalle. Dicevano che avevo preso la Iveco, in officina, perché ero juventino. Tutte balle».

Quanto è stato importante il rapporto con i tuoi guardalinee storici?

«Tantissimo. Soprattutto con Dino Sozzi. Persona straordinaria, amici per una vita. Aveva due anni più di me, anche lui senza un padre. Sempre avuto una sintonia totale. Quando mi slittava la frizione era sempre Dino a frenarmi, a calmarmi. E, in campo, bastava un gesto per intenderci al volo».

Hai stabilito tanti record: uno, aver smesso di arbitrare a 67 anni.

«Tutti mi volevano, io mi divertivo. Quando ho smesso in serie A, ho arbitrato infinite sfide di rappresentative nazionali di ex calciatori, in tutto il mondo. L’ultima a Mérida, nello Yucatan».

E poi hai fatto di tutto.

«Trent’anni presidente dei centri di avviamento allo sport del Coni, presidente della Lega di pallavolo, direttore degli arrivi e delle partenze al Giro d’Italia, tanta attività al Don Gnocchi. Mai stato capace di restare fermo».

Ti piace il calcio di oggi?

«No, mi sono abbastanza disamorato. Dove sono finite le bandiere, l’attaccamento alla maglia? Ci sono troppi stranieri. Adesso, hai sentito che vogliono consentire cinque sostituzioni? Vuole dire che puoi cambiare il 50 per cento della squadra. E ci sono cinque arbitri. Ma ti sembra che sia calcio, questo? No, è business».

C’era bisogno deI Var?

«No, mi mette tristezza vedere un arbitro che sta fermo un minuto ad aspettare che gli dicano nell’auricolare cosa fare. Lo trovo insopportabile».

Tu non avresti avuto bisogno dello spray, per fare rispettare la distanza alla barriera.

«Non scherziamo. Se uno non andava a nove metri e quindici gli davo uno spintone e ce lo mandavo. Lo spray? Ma va là. Non facevo mica lo stradino, io».

Cos’è per te il Club dei 27?

«Tante cose insieme. Un gruppo di amici accomunati dalla passione per Verdi. Un covo dove senti calore, umanità, sentimento. Un pezzo della mia vita: sono entrato nel ’74, oggi sono il più vecchio».

Ma per te, Don Carlo, qual è l’opera più bella di Verdi?

«L’”Aida”. Era la più amata anche in casa mia, da mia madre».

Che pensiero dedichi a Laura, dopo 65 anni che ti sopporta?

«A volte scherziamo. Le dico “sei la mia regina, la mia vita”. E lei, poco avvezza alle smancerie: “Falsone!”. E invece è proprio così: è la mia vita, le devo tutto. Adesso ci sosteniamo l’un l’altra, da poveri vecchietti. Ma ci siamo sorretti tutta la vita. I primi anni dopo il matrimonio, non è che girassero molti soldi in casa. Lei ha sempre lavorato sodo, nella fabbrica di scarpe del padre. Abbiamo avuto momenti belli e brutti: sempre affrontati insieme. Anche quando ci si vedeva poco, tra lavoro in officina e partite in giro per il mondo, lei c’è sempre stata. E poi mi ha dato due figlie stupende, e loro dei nipoti che sono la fine del mondo. Cosa potrei chiedere di più?».

 

Un ragazzone di novant’anni, Alberto Michelotti. Cresciuto nella miseria dell’Oltretorrente degli anni Trenta del secolo scorso e arrivato alla vetta del calcio, con la giacchetta nera e il fischietto in bocca. La storia di Miclòt è una bella...

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