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CLIMA IMPAZZITO

Val Baganza e Val Parma: uno studio contro la siccità e il rischio alluvioni

19 luglio 2020, 05:04

Val Baganza e Val Parma: uno studio contro la siccità e il rischio alluvioni

PIERLUIGI DALLAPINA

La Pianura Padana ha sete, ma anche in Appennino la siccità si è fatta sentire con conseguenze allarmanti: qualche estate fa alcune località sono state «dissetate» solo grazie all'arrivo delle autobotti. Negli ultimi anni un cambiamento climatico sempre più rapido e violento ha dimostrato quanto l'acqua sia una risorsa preziosa, da conservare con estrema cura.

Dall'altro lato le alluvioni, come quella catastrofica del Baganza nell'ottobre 2014, mostrano con una frequenza sempre più preoccupante quanto possa essere alto il potere distruttivo dell'acqua.

Alluvioni e siccità però non sarebbero in antitesi, ma facce della stessa medaglia, conseguenze estreme ed opposte di un clima impazzito. Qualcuno dice per colpa dell'uomo. Ma se è l'uomo che ha creato il problema, tocca all'uomo trovare un rimedio.

A livello locale c'è chi sta cercando di capire che tempo farà nei prossimi anni, nel tentativo di trovare una soluzione alla mancanza d'acqua e al suo contrario.

L'Autorità di bacino distrettuale del fiume Po ha affidato all'Unimore - l'Università di Modena e Reggio Emilia - uno studio sulle risorse idriche del bacino idrografico della Parma e del Baganza per capire quanta acqua c'è, ma soprattutto quanta ce ne sarà nei prossimi anni e come fare per garantire che ce ne sia a sufficienza per gli usi civili, agricoli e industriali. Nel caso in cui mancassero all'appello svariati milioni di metri cubi d'acqua non sarebbe da escludersi la costruzione di una invaso.

Negli ultimi anni è stata l'Unione parmense degli industriali a promuovere diversi studi sull'opportunità di costruire una diga nella stretta di Armorano, pochi chilometri a monte di Calestano, per provare a rispondere a tre obiettivi: immagazzinare acqua utile durante i periodi di siccità sempre più prolungati, mettere al riparo la valle e la città in caso di piene e, non da ultimo, produrre energia «pulita» sfruttando la potenza del torrente.

Lo studio commissionato dall'Autorità di bacino a Stefano Orlandini, professore di costruzioni idrauliche dell'Unimore, allarga il campo di interesse non solo alla Val Baganza, ma anche al bacino della Parma.

«Vogliamo realizzare un'analisi dettagliata dei due comparti per verificare tutto ciò che c'è sul campo, tutta l'acqua che abbiamo in dote e la quantità d'acqua che avremo nei prossimi anni. In base alle necessità e alla risorsa idrica a disposizione, anche alla luce dei cambiamenti climatici, se ci sarà un deficit lo studio potrà valutare anche la costruzione di un invaso, al fine di recuperare la quantità d'acqua mancante», spiega Meuccio Berselli, segretario generale dell'Autorità distrettuale del fiume Po, intenzionato a capire come gestire al meglio quello che ormai viene chiamato oro blu.

Una ricerca simile a quella che riguarderà la Val Baganza e la Val Parma è stata fatta per il bacino idrografico dell'Enza, nel Reggiano, e a breve lo studio sarà consegnato alla Regione, mentre l'indagine condotta da Orlandini nel Parmense dovrà iniziare a breve e in meno di un anno mettere nero su bianco alcuni modi per evitare di restare a secco o di finire letteralmente sott'acqua.

«A novembre si concentrano le maggiori precipitazioni, mentre ad agosto, quando non piove, c'è il grosso della richiesta idrica. L'unico modo per trattenere le piogge di novembre e avere a disposizione l'acqua ad agosto è costruire degli invasi. Diversamente, le precipitazioni dell'autunno si lasciando andare verso il mare e non si avranno scorte idriche durante i mesi estivi», avverte Orlandini, prima di passare al secondo beneficio delle dighe. «Servono anche alla mitigazione delle piene», assicura, senza bisogno di ricordare i disastri che provocò quella del 2014, con il Baganza che in città allagò due quartieri, il Montanara e il Molinetto, e che distrusse il ponte della Navetta.

«In questo momento, e nemmeno in un prossimo futuro, è prevista la possibilità di avere sistemi di immagazzinamento di grosse quantità di energia, se non ricorrendo agli invasi», aggiunge, ricordando che le dighe possono servire anche a produrre energia idroelettrica, cioè energia pulita che non sfrutta petrolio o carbone.

Entrando più nel dettaglio, Orlandini ricorda i risultati degli studi sulla diga di Armorano portati avanti in passato. «Nella stretta a monte di Calestano ci sono le condizioni per realizzare un invaso da 60 milioni di metri cubi d'acqua».

 

 

PIERLUIGI DALLAPINA La Pianura Padana ha sete, ma anche in Appennino la siccità si è fatta sentire con conseguenze allarmanti: qualche estate fa alcune località sono state «dissetate» solo grazie all'arrivo delle autobotti. Negli ultimi anni un...

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