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Coronavirus

Trasferito l'ultimo paziente dal padiglione Barbieri

31 luglio 2020, 05:07

Trasferito l'ultimo paziente dal padiglione Barbieri

ROBERTO LONGONI

Il lockdown ora è qui al Barbieri, proprio dove la frenesia dell'emergenza faceva da contraltare alla città ammutolita e bloccata dal «nessunesca». Niente più colpi di tosse in corsia, nessun rumore di ventilatori, vociare di medici, infermieri, operatori socio-sanitari e malati. Niente più angoscia misurata a respiri sempre più affannosi, annunci dell'intubazione e spesso dell'ineluttabile. In uno dei reparti-prima linea nella lotta alla pandemia non c'è più un letto occupato. Anche l'ultimo degente è stato trasferito l'altro ieri. È una donna sulla settantina che non presenta nemmeno sintomi correlati con il Covid-19, ma, ricoverata per altre cause, è risultata positiva al virus. Ora è in isolamento al Monoblocco, agli Infettivi, nel reparto diretto da Carlo Ferrari. Ieri era l'unico paziente legato al coronavirus ancora al Maggiore.

Impossibile da credere solo poche settimane fa: al terzo piano del padiglione Barbieri, nelle sue «stecche» da 12 e 18 posti e nel day hospital da 27, al rumore di fondo dei respiratori e del viavai dei carrelli si è sostituito il silenzio. La prima a stupirsene è la responsabile. «Ieri sera (mercoledì, ndr) - racconta Tiziana Meschi, direttore dell'Unità operativa di Medicina interna e Lungodegenza critica del Maggiore - ci sono entrata, ed è stato un piacere ascoltare tutto questo silenzio». Basti ripensare ai bollettini di guerra di quando nei giorni più neri di marzo e aprile si contavano fino a 700 ricoverati con il Covid-19 al Maggiore. «Ai quali andavano aggiunti i pazienti nelle altre strutture ospedaliere della provincia e delle altre sedi con cui abbiamo collaborato: eravamo arrivati a 1.200 malati. Abbiamo avuto anche 180 pazienti al Pronto soccorso bisognosi di cure e abbiamo anche superato i 70 ricoveri a notte. C'è stato un momento in cui sembrava non fosse più possibile affrontare la situazione».

Nessuno parla di vittoria, ma di tregua (almeno per ora) e Tiziana Meschi lo sottolinea: «Il reparto non è né smantellato né chiuso: è "congelato", in stand-by. Pronto a rimettersi in funzione e in tempi brevissimi, nella malaugurata ipotesi che si presentino nuovi casi, anche se speriamo proprio che non sia necessario». Ma anche chi ora guarda ai prossimi mesi con un certo pessimismo, legato soprattutto alla fine della bella stagione, deve considerare che qualcosa è mutato. In meglio. «Ci sono motivi per avere più fiducia - prosegue la responsabile dell'Unità operativa di Medicina interna e Lungodegenza critica -. Il Covid, ora, siamo in grado di affrontarlo con armi più adeguate. Ci siamo trovati di fronte a un'emergenza nuova, costretti ad affrontare una malattia mai combattuta prima. Ora, le nostre terapie sono state adattate all'esperienza e agli studi sul campo di questi mesi. Abbiamo capito quando e come usare le giuste dosi di cortisone ed eparina: non è tutto, ovviamente, ma già significa molto». I risultati si vedono.

«Ai primi di luglio - ricorda Tiziana Meschi - è stato ricoverato un paziente con sintomatologia Covid con un quadro polmonare piuttosto serio. In un paio di settimane siamo riusciti a curarlo, ottenendo miglioramenti insperabili nelle prime fasi dell'emergenza». Meglio evitare, se possibile. E per questo restano fondamentali le (ormai) vecchie tre buone norme: «rispettare il distanziamento sociale, usare la mascherina e lavarsi spesso le mani. In attesa del vaccino, se vogliamo continuare a godere del recupero dei margini di manovra attuali - sottolinea la professoressa - dobbiamo tenere sempre presenti queste cautele per noi e per il prossimo».

Attenzioni spesso non osservate come da noi oltre confine. «L'Italia ha reagito con misure conformi alla situazione. Altri non sono stati così intransigenti: la Spagna, la Romania e la Croazia, tanto per citare alcuni, ora registrano un alto numero quotidiano di contagi. Noi, se a suo tempo non fossimo corsi ai ripari in modo drastico, avremmo visto collassare il nostro sistema. Invece, abbiamo cominciato a vedere i primi miglioramenti dopo 10-15 giorni dall'inizio del lockdown».

Con tutte le cautele del caso, se ne parla al passato, leggendo tra le cicatrici. «C'è un prima e un dopo rispetto al Covid - ricorda Tiziana Meschi -. Queste sono esperienze totalizzanti. Tutto quello che avevamo lo abbiamo messo: ci abbiamo provato fino alla fine, con tutti, e perdere dei pazienti è stato sempre un dolore. Quel che posso dire è che chi ha affrontato questa emergenza, mi si scusi il gioco di parole, non ha avuto paura di avere coraggio. E poi la solidarietà: ne è emersa tanta. Tra noi operatori, ma anche tra i pazienti: quante volte abbiamo visto aiutare chi sembrava volersi lasciar andare». Nulla sarà più uguale, qualunque sviluppo riservi il futuro. «Anche noi medici ne usciamo ridimensionati - conclude Tiziana Meschi -. A volte pecchiamo di superbia. Ora ci è stato ricordato che non siamo onnipotenti. E ci è stato restituito il senso profondo della nostra professione: aiutare il prossimo».