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Ricordo

Addio a Eduardo Quarantelli, eroe borghese

di Roberto Longoni -

02 agosto 2020, 05:05

Addio a Eduardo Quarantelli, eroe borghese

Estratto dall'imballaggio, il televisore di ultima generazione sloggiò il vecchio. Domenico e Raffaele sintonizzarono i pochi canali d'allora. Al rientro dalla procura, il padre li trovò incantati davanti allo schermo. «Mi spiace: rimettete tutto nel cartone» disse Eduardo Quarantelli, leggendo il biglietto della consegna. Il sorriso non accettava repliche. Il televisore era un dono: per la gentilezza, la solerzia e la comprensione con cui Quarantelli aveva sbrigato la pratica di un cittadino. Aveva fatto solo il suo dovere, l'allora primo dirigente della procura, silenzioso eroe borghese: niente regali, grazie.

L'altro ieri, nella chiesa di Maria Immacolata, è stato dato l'addio a Quarantelli, spirato nel sonno a 90 anni. La morte del giusto, dopo una vita da giusto. In pensione, era andato nel 1997: nella storia delle scrivanie, 23 anni misurano quasi una generazione. Ma in procura o in tribunale al suo nome ancora si associa la parola «galantuomo», anche da parte di chi ne ha sentito solo parlare.

Il sorriso fu sempre il suo biglietto da visita. E pensare che la vita gli aveva presto presentato il conto. Nato a Ercolano, Quarantelli rimase presto orfano: a 13 anni, in guerra, cominciò a lavorare per gli inglesi. L'obiettivo era sopravvivere, crescere e far crescere la nidiata di fratelli più piccoli. Sacrificò l'infanzia, ma riuscì a far studiare tutti e a diplomarsi, vincendo il concorso da cancelliere nel 1959. Quattro anni alla procura di Avigliano Lucano, e poi Parma: in procura dal '63 al '67, in tribunale fino al '78, come direttore della cancelleria, quindi di nuovo in procura: primo dirigente facente funzione. Casa e lavoro e anche lavoro a casa: abitava in via Einstein, nel cosiddetto palazzo dei giudici. «Non era laureato - ricorda un collega - ma sapeva sempre tutto. E aveva una soluzione per ogni problema. In sette anni non l'ho mai visto arrabbiato. Il suo aplomb da gentiluomo del Sud era leggendario». Signorile e semplice, con poche passioni oltre al lavoro e alla famiglia: l'orto in via Mantova, le estati a Monterosso, le partite a carte, le giornate spese a preparare conserve di pomodoro...

Rimettendo in ordine i documenti, i figli Domenico e Raffaele hanno trovato un encomio del 1969. «Ella ha saputo coordinare, distribuire e rendere veramente efficienti tutti i servizi - scriveva il presidente del tribunale di allora - eliminando anche gli arretrati a prezzo di costante applicazione e sacrifici personali». La sintesi di una carriera. E di qualcosa andato oltre: dopo la pensione fu scelto dai notai come uomo super partes per elaborare i piani di riparto. Anche da loro i figli stanno ricevendo attestazioni di stima e affetto, così come da tanti grati per essere stati «aiutati a ricongiungersi con i figli, per aver sbrigato pratiche che hanno significato risparmi di denaro o di rischi di condanne». Morta la moglie Rita, Quarantelli si era trasferito a Lesignano, dove vivono i figli. Problemi di salute gli avevano fatto perdere l'uso della parola. Sempre elegante e signorile, veniva salutato dalla gente per strada. Alle domande rispondeva con il sorriso di chi sa dare bellezza al mondo. Non parlava più, ma riusciva ancora a dire tutto.

 

Estratto dall'imballaggio, il televisore di ultima generazione sloggiò il vecchio. Domenico e Raffaele sintonizzarono i pochi canali d'allora. Al rientro dalla procura, il padre li trovò incantati davanti allo schermo. «Mi...

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