Sei in Gweb+

Aveva 49 anni

Addio a Enrico «Eggio» Vernizzi, il capitano della squadra del dono

di Mara Varoli -

03 agosto 2020, 05:06

Addio a Enrico «Eggio» Vernizzi, il capitano della squadra del dono

Lo vogliamo ricordare con un'immagine a occhi chiusi. Mentre esulta per quel gol da capitano della Nazionale italiana calcio trapiantati contro il Parma. Sul campo e nella vita: grinta e riconoscenza.

L'esempio di Enrico Vernizzi, scomparso all'età di 49 anni in un letto dell'ospedale di Pavia, non deve svanire, così come rimane per sempre la gioia per quel rigore andato a segno contro la porta gialloblù.

Un testimonial d'eccezione, per chi conosce l'importanza del dono: per dieci anni ha dovuto lottare con la leucemia. «Chi mi conosce sa quello che sto affrontando - aveva scritto in un post su facebook -. Non mi piace mettere troppo in piazza cose personali, ma tante persone come me hanno bisogno quotidianamente del vostro sostegno. Se state bene, andate a donare». Un capitano coraggioso, che sapeva guidare la «squadra»: «Grazie al trapianto sono arrivato in Nazionale e adesso - aveva detto in un'intervista alla Gazzetta - sono punta di diamante nella squadra dei trapiantati che porta in giro per l’Italia il suo messaggio di solidarietà. La donazione è l’unica speranza di vita. Lo sa bene chi è costretto a letto per mesi e fa i conti con dolore e una lista d’attesa che pare interminabile. Ho trovato la forza di andare avanti grazie ai miei figli, ma non nego di aver avuto momenti di scoramento. Donare significa davvero offrire una rinascita a chi rischia di non farcela». E la rinascita, l'ultima volta Enrico l'ha avuta lo scorso gennaio, grazie alla figlia Martina e al suo gesto di infinito amore: «Ho donato il midollo osseo al mio papà - aveva detto la figlia Martina -. Vent’anni fa lui mi ha dato la vita e poterla ridare a lui, mi rende immensamente orgogliosa e piena di gioia».

Il suo primo ricovero era stato nel 2010, prima a Parma e poi alla Fondazione Irccs - Policlinico San Matteo di Pavia. Sono seguiti due trapianti, grazie a due donatori sconosciuti del Registro nazionale italiano donatori di midollo osseo. La malattia era stata fermata, dopo il primo intervento nel 2011, ma poi una nuova ricaduta. Nel 2014, un altro trapianto. E dopo cinque anni una seconda ricaduta, ma attingere di nuovo ai donatori della banca dati era complicato e l'unica strada era cercare un donatore in famiglia. Quella stessa famiglia che gli è sempre stata accanto: la mamma Terry, il papà Raffaele, con cui lavorava nell'azienda di rifiniture d'interni insieme al cognato Francesco, la sorella Alessia, gli adorati figli Martina e Mattia, la compagna Paola. «Mio fratello aveva tanti interessi - ricorda la sorella Alessia -. Il calcio e la passione sfrenata per la montagna e lo sci. Andava molto fiero di aver concluso il cammino di Santiago di Compostela con il gruppo di pellegrini, nonostante le sue difficoltà. Ma sopra ogni cosa c'era la famiglia e lo stare in compagnia. Aveva sempre la battuta pronta, anche nei momenti difficili: un'ironia buona, la sua. Enrico era pieno d'amore per tutti». Quei tanti amici: «Siamo cresciuti insieme intorno a piazzale Maestri - racconta Max Ravanetti -. Con Eggio, soprannome coniato all'epoca delle elementari, giocavamo in cortile: partitone a sinalcoli con i tappi di bottiglia e le gare in bicicletta. Poi, le scuole, la squadra di calcio del Montebello, e le superiori all'Itis da Vinci. Eggio ha sempre avuto una forza unica al mondo, anche durante la malattia. E mi aveva chiesto se potevo giocare nella Nazionale trapiantati in un'amichevole con il Parma: Eggio fece addirittura gol. Una forza esemplare, tant'è che diceva sempre: "Io non mollo niente". A un certo punto le nostre vite si erano divise, ma siamo sempre rimasti in contatto. Eggio era una di quelle persone che anche se non vedi per tanto tempo, quella volta che la rincontri è come se l'avessi vista il giorno prima». E conclude Ravanetti: «Abbiamo perso un testimonial incredibile».

«Era lui che dava coraggio agli altri - aggiunge Luca Ampollini -, nonostante la malattia, che ogni tanto si faceva viva e che alla fine lo ha sconfitto. La sua morte mi addolora molto. Era una persona di grande cuore, di grande temperamento: una persona vera».

L'ultimo saluto a Enrico Vernizzi si terrà domani mattina alle 11 nella chiesa della Trasfigurazione, dove questa sera alle 20,30 sarà recitato il rosario. Un ultimo saluto pieno di dolore per l'amico Bruno Grisendi: «Siamo sempre stati insieme - fa fatica a parlare il portiere della Nazionale calcio trapiantati -: Enrico era un fratello. Quando eravamo piccoli, suo padre ci caricava sul camioncino e ci portava a Schia. Enrico era una persona molto responsabile e con un grande senso del rispetto: andava nelle scuole per parlare della donazione. Era un forte promoter». E Katy Russo, presidente dell'associazione Nazionale italiana calcio trapiantati confessa: «E' un duro colpo. Enrico aveva tutte le qualità: allegro e disponibile, ma la vita questa volta gli ha girato le spalle. E la notizia della sua scomparsa lascia tutti senza fiato. E' entrato nella nostra associazione nel 2011: era il nostro centrocampista e uno dei pilastri per diffondere l'importanza della cultura del dono attraverso lo sport. Organizzava anche manifestazioni: sapeva stare in gruppo e mantenerlo. Enrico era trainante per i compagni».