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GENOVA, OGGI LA RIAPERTURA

Ponte San Giorgio, l'orgoglio dei tecnici parmigiani

03 agosto 2020, 05:01

Ponte San Giorgio, l'orgoglio dei tecnici parmigiani

PIERLUIGI DALLAPINA
ROBERTO LONGONI

Il crollo del ponte Morandi è stata una Caporetto in tempo di pace. La costruzione del ponte San Giorgio è una Vittorio Veneto in tuta e caschetto. Ancora una volta, messi alle strette ci siamo rialzati dalla polvere e dalle macerie (almeno da quelle di Genova). In senso letterale. Nello sfacelo del 14 agosto 2018 hanno perso la vita 43 innocenti. Non sarà certo il taglio del nastro di oggi a risarcire le famiglie, nessun ponte scavalcherà l'abisso di una perdita: da festeggiare c'è ben poco. Ma con l'inaugurazione del viadotto sul Polcevera, si celebra comunque l'Italia che reagisce e si risolleva. E in quest'Italia c'è molta Parma. «Parma non a caso. Noi abbiamo una lunga tradizione nel mondo delle grandi opere» sorride Giovanni Capretti. Questo pomeriggio sarà di nuovo a Genova, lui che il viadotto l'ha già percorso più volte da un capo all'altro, dal 25 maggio, dopo la realizzazione della soletta. Tizzanese, 47 anni, laureato in Ingegneria a Parma, residente in città (quando il lavoro glielo permette), tre figli e una moglie insegnante di chimica all'Itis, Capretti è direttore tecnico di cantiere e responsabile delle operazioni di montaggio per Fincantieri-Infrastructure. In sintesi, tra i padri dell'anima metallica del San Giorgio. «Ho avuto il privilegio - sottolinea - di potermi esprimere in Pizzarotti (dal 2002 al 2008), la miglior scuola professionale e di vita che potessi frequentare, e in Cometal. Due aziende che mi hanno forgiato, dove ho sviluppato la passione e l'amore per questo lavoro». A Genova Capretti è andato come al fronte. «Gli obiettivi erano da far tremar le vene e i polsi». Prima di rispondere alla chiamata di Fincantieri nel settembre del 2019 si è confrontato con la moglie Barbara. Il suo «vai e dai il meglio di te» è stato fondamentale.

«NELL'ORCHESTRA DEL CANTIERE»
Lei gli è stata accanto da lontano, affrontando anche da sola a Parma il lockdown con la didattica a distanza e la necessità di seguire tre figli iscritti a tre ordini di scuole diversi. Mentre lui è stato impegnato in «mesi e mesi di assalto all'arma bianca. Solo chi aveva l'approccio del volontario che ci mette tutto se stesso ce l'ha fatta. L'Italia doveva dare un segnale, l'Italia non è solo quella del malgoverno che ha portato al disastro. La Fincantieri per quest'opera è stata la migliore rappresentazione del Paese sano, che lavora, che rende possibile l'impossibile. Una realtà straordinaria, fatta da uomini straordinari, con un project management di qualità assoluta. In poche settimane, le risorse in cantiere sono passate da meno di 70 a oltre 330 unità. Tutto era pensato, organizzato e gestito attentamente. Il cantiere era un'immensa orchestra». Nemmeno il Covid ha fermato gli uomini e le donne del ponte. Nemmeno gli imprevisti. «Ai primi di gennaio del 2020 - ricorda Capretti - abbiamo avuto un problema tecnico sull'assemblaggio a terra della campata P3-P4 che ci avrebbe procurato un ritardo di giorni, e noi avevamo il sollevamento della campata già programmato per l'8 gennaio. Un ritardo avrebbe avuto un impatto importante su tutto il resto. In quel frangente, le ditte coinvolte nell'operazione, le maestranze e i tecnici Fincantieri-Infrastructure hanno dato tutto, con il cuore: hanno affrontato turni massacranti e condizioni meteo proibitive in giornate che per il resto del Paese e per le famiglie a casa erano di festività natalizie e alla fine ce l'abbiamo fatta. La campata era varata a quota entro le 22,30 dell'8 gennaio 2020. Lì ho capito che ce l'avremmo fatta». Così, da Genova Capretti è tornato portando con sé «la riconoscenza della gente che, senza sapere chi fossi e cosa facessi "al ponte", mi fermava per strada per avere informazioni sull'andamento dei lavori, per complimentarsi dopo un sollevamento su via Fillak. Poi il ricordo di quella passerella pedonale sul Polcevera che percorrevo per passare tra il cantiere di levante e ponente. Lì c'era sempre qualcuno dei cari delle vittime, chi portava fiori, chi pregava, chi piangeva. Non dimenticherò mai come mi guardavano».

IL SÌ UNA SETTIMANA DOPO LA PENSIONE
Accettando la chiamata di Fincantieri-Infrastructure, Capretti ha coinvolto il geometra Franco Berselli. «"Franco ho bisogno di te" gli ho detto. In Cometal era il responsabile di tutti i cantieri. I primi passi nel mondo della carpenteria metallica li ho mossi con lui: era in pensione da una settimana, ma mi ha subito detto sì». Di giornate sui cantieri, Berselli ne ha trascorse un numero infinito («non sono più un ragazzo, ho 66 anni»), ma quando parla del suo ultimo incarico, quello portato avanti mentre tutta l'Italia si fermava per paura del Covid-19, l'entusiasmo sembra quello di un giovane alle prese con le prime soddisfazioni della carriera. «Avevamo una missione e l'abbiamo portata a termine. Tutti gli addetti hanno dato il massimo. Per tanti mesi ci siamo sposati con il ponte e alla fine siamo riusciti a finirlo in tempo», racconta lui, capocantiere del montaggio delle strutture metalliche, nella parte di ponente del ponte San Giorgio. Il geometra parmigiano ha trascorso sei mesi a Genova, sacrificando il tempo degli affetti pur di riuscire a fare l'impresa: «Il cantiere non si fermava mai, è andato avanti 24 ore su 24, sette giorni su sette. Anche mia moglie ha capito che volevo dedicarmi anima e corpo alla costruzione del ponte, che è un'opera colossale». Tutta questa fatica, alla fine, è stata ripagata. «Posso dire, con tanto orgoglio, che io c'ero. Questo non è il solito progetto visto centinaia di volte. Questa è un'opera di cui tutto il mondo ha parlato. Alla fine mi resta un'enorme soddisfazione personale, per aver portato a termine qualcosa che era più di un lavoro, era una missione». La solidità e la grandezza dell'infrastruttura non fanno però venir meno la sua raffinatezza. «Non si poteva costruire un ponte raffazzonato seppur staticamente solido. Renzo Piano ha realizzato un'opera molto bella». Riuscire a portare a termine il cantiere nei tempi prestabiliti è stata una corsa contro il tempo, complicata dall'emergenza coronavirus. «C'è stato un momento in cui ci siamo chiesti se fosse stato il caso di fermarci. Alla fine siamo andati avanti fra mille difficoltà, ma ci siamo riusciti. Tra controlli della temperatura tre volte al giorno e mascherine onnipresenti il cantiere ha continuato a lavorare mentre tutta Italia si bloccava».

QUELLE MISURAZIONI NOTTURNE
Tra i protagonisti di quest'avventura, c'è anche un altro parmigiano, Manuel Capelli, di Sala Baganza, project-manager delle operazioni Fagioli in cantiere. E c'è lo Studio Virgenti di Salsomaggiore. È stato Capretti a coinvolgerlo. «Nicola Virgenti e Andrea Pellegrini di Salsomaggiore e Dario Piro di Fidenza - sottolinea l'ingegnere - sono topografi straordinariamente capaci, tra i migliori a livello nazionale: a Parma abbiamo anche questo». Ai tre tecnici il compito di controllare a terra che ogni elemento da assemblare per il ponte corrispondesse alla perfezione al progetto, oltre a quello di verificare la sua deformazione dal momento in cui veniva staccato dal suolo a quando veniva installato. «In più - prosegue Virgenti - abbiamo monitorato tutte le campate in quota rispetto alle pile: da parte nostra, si è trattato di studiare le loro reazioni in base al peso e alla dilatazione termica». Misurazioni spesso compiute di notte, perché il ponte San Giorgio ha 20 gradi come temperatura di progettazione. Virgenti, 42 anni, sposato, padre di una bambina di 7 anni, è un veterano delle verifiche geometriche delle costruzioni e dei monitoraggi delle deformazioni degli elementi metallici. A Torino ha partecipato alla realizzazione della Torre Intesa (sempre di Renzo Piano), in Belgio alla costruzione di una stazione disegnata da Calatrava. Ora sta collaborando, sempre con Fincantieri al progetto del viadotto di Braila in Romania. Ed è lì che l'emergenza Covid lo ha bloccato per sei mesi. La nascita del ponte San Giorgio lui . l'ha seguita grazie a un altro «ponte», telematico. «Ero sempre in contatto via Skype e Whattsapp con Andrea e Dario che sono rimasti a Genova fino a due settimane fa». Il ponte sul Danubio sarà il terzo con la campata centrale più lunga in Europa: un'opera di cui tutto il mondo parla. «Ma il San Giorgio è unico, per il tempo di realizzazione, la qualità del lavoro e l'impegno delle persone. Un miracolo» sottolinea il geometra. Virgenti oggi non sarà a Genova. «Il ponte, lo inaugurerò a modo mio. Passandoci sopra in auto con la famiglia: ma voglio anche ammirarlo da sotto. Sarà un viaggio verso qualcosa di nuovo, ma anche una sorta di ritorno a casa».

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