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Le compagnie, la musica, i grandi scherzi. E a Pellegrino arrivò Bartali

12 agosto 2020, 05:01

Le compagnie, la musica, i grandi scherzi. E a Pellegrino arrivò Bartali

ANTONIO RINALDI

Le serate di ballo, il gusto per lo scherzo, la maestria e le grandi tradizioni del nostro mondo agricolo: prima che lo spopolamento generalizzato della montagna lo riducesse ai minimi termini, solo qualche decennio fa Pellegrino era uno dei paesi più vivaci dell’Appennino.

RIUNIONI A TAVOLA

Qui l’agricoltura era di prim’ordine (per essere di montagna) e la selvaggina abbondante. C’erano negozi di ogni tipo, mercerie e drogherie dove si vendeva di tutto. D’inverno specialmente gli insaccati di suino che rivaleggiavano in bontà (già ai tempi del Vocabolario Topografico del Molossi del 1832) con quelli famosi di Vianino. Si poteva contare anche su numerose osterie dove mangiare, bere e giocare a carte e poi intonare cori, o vedere riuniti ad ogni vigilia del 4 novembre i reduci della Grande Guerra che si raccontavano gli episodi di cui erano stati protagonisti. O ancora, a mezzanotte, si potevano trovare a tavola compagnie per le quali ogni occasione era buona: i funghi, la cacciagione, l’uccisione del maiale o la frittura del salame nel vino bianco. Anche i calzolai si riunivano a tavola per festeggiare San Crispino, loro protettore: ma dov’è più un calzolaio, a Pellegrino? O un barbiere, che oltre a tenere in barberia «casino di conversazione» (non di lettura), prestava all’occasione il «pronto soccorso» agli infortunati per poi mandarli dal farmacista o dal dottore nei casi più gravi. Gli inverni erano lunghi in paese, ma c’era il cinema/salone dove si ballava, nelle grandi feste con una «scelta orchestra», come recitava il manifesto dell’impresario, che però si faceva perdonare riservandone ogni tanto una «famosa» davvero, come la Cristallo di Bologna, e a volte anche Gigi Stock e Barimar.

SALONI E LOCALI

Nel salone o nei locali - famoso negli anni '60 e '70 soprattutto il «Millepini» (posto appena sotto il monte Canate) - diverse veglie e veglioni scandivano l’anno: la «veglia delle Rose» coincideva con la primavera e forse era la più bella di tutte, vi si toccava con mano la gioia di vivere di quegli anni. A Carnevale poi gli scherzi tenevano banco, come quello rimasto famoso della «presenza» a Pellegrino di Bartali il martedì grasso, quando un paese elettrizzato dalla notizia «bevuta senza se e senza ma», si vide arrivare su una sgangherata bicicletta un ancor più sgangherato mascherone di Bartali.

UN CARNEVALE PARTICOLARE

A sera poi, quando i falò punteggiavano le colline, come ad un segnale, decine di mascherine uscivano e passavano furtive di casa in casa a «dare spettacolo» in cambio di chiacchiere e frittelle. Passato Carnevale, tornavano i giochi per le vie del paese, tornava il calcio con la cura di non farsi sequestrare il pallone dalla guardia comunale, inflessibile, i cerchi delle biciclette e la corsa delle biglie nei borghi e quella delle ticce sugli interminabili gradini della chiesa.

LE LUNGHE ESTATI

Le rogazioni, con le tre processioni alle cappellette del Casale, dei Carzacchi e di Canesio, e la festa delle ciliegie e delle pesche di Iggio chiudevano la primavera aprendo all’estate, la stagione dei desiderati bagni in Ceno (data l’assenza di spiagge adeguate sullo Stirone) e del lavoro nei campi che non si fermava più fino al Ferragosto quando la festa dell’Assunta al santuario di Careno segnava l'addio alla bella stagione con un nuovo autunno in vista.

 

ANTONIO RINALDI Le serate di ballo, il gusto per lo scherzo, la maestria e le grandi tradizioni del nostro mondo agricolo: prima che lo spopolamento generalizzato della montagna lo riducesse ai minimi termini, solo qualche decennio fa Pellegrino...

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