Sei in Gweb+

Radio Parma

Dopo 45 anni il ritorno di Mauro Coruzzi

28 agosto 2020, 05:04

Dopo 45 anni il ritorno di Mauro Coruzzi

CLAUDIO RINALDI

1975-2020. Sono “solo” 45 anni, dall’esordio a «Radio Parma» al tuo ritorno. Emozionato?

«Sì, e contentissimo. L’idea di rimettere un piedino, be’, facciamo un piedone, nella struttura dove ho cominciato a lavorare mi stuzzica molto. Come dice il cantautore, “certi amori non finiscono”. Certo, quel numero mi impressiona».

I 45 anni?

«Sì, non avevo fatto i conti. Mamma mia! Mi prende un colpo. Ma una cosa mi tranquillizza: l’entusiasmo sarà lo stesso di allora: anzi, di più. In tanto tempo, non mi è mai passata la voglia di provarci, di tentare di migliorare sempre. L’atteggiamento è pensare di ricominciare ogni volta. Questo è bello, eccitante. Si parla tanto di ripartenza, in questo periodo. Più ripartenza di questa, così tanti anni dopo…».

Che programma sarà «Finalmente venerdì»?

«Ho in testa una cosa improntata all’ottimismo, che è ciò di cui abbiamo più bisogno ora, dopo che siamo passati da una pandemia che non era nemmeno pensabile. Più che un’agenda del fine settimana sarà un résumé dei giorni precedenti, con il lancio, con il sorriso sulle labbra, di quello che potrebbe accadere. Anche pensando a un libro che ho molto amato, “Progetti d'allegria” di Carlo Castellaneta, vorrei diffondere allegria attraverso la radio. Quindi, intrattenimento puro, ma senza dimenticare l’informazione, sottoposta però a una lente di ingrandimento leggermente deformante».

Non solo Radio Parma. Domani debutta la tua rubrica «Tana libera tutti» su «Parma City Mag» e presto intensificherai la tua, già “storica”, collaborazione con la «Gazzetta». Cosa scriverai sul «Mag» e cosa stai architettando per la «Gazzetta»?

«La “Gazzetta” sarà il vero banco di prova. Ogni volta che scrivo un articolo, mi assalgono i dubbi del principiante. Andrà bene? Sarò in grado? Perché le parole restano lì. Nella mia prima vita, ho cominciato al giornale prima ancora che alla radio. Mi faceva scrivere Tiziano Marcheselli, il responsabile degli Spettacoli, mio grande amico. Una sera mi mandò a intervistare Patty Pravo al Jumbo, visto che nessuno dei giornalisti ci voleva andare. Era l’epoca di “Pazza idea”, quella sera è nata una delle mie più forti e durature amicizie nel mondo dello spettacolo».

E adesso, cosa scriverai?

«Mi piacerebbe intervistare grandi donne della nostra città, per raccontarle. Ce ne sono tantissime molto in gamba e non abbastanza conosciute: penso a Elisa Ambanelli, una delle più brave produttrici televisive, o a Ilaria Dallatana, che è stata un’ottima direttrice di Raidue, o a una emergente come Benedetta Mazza, una delle donne più belle che abbia mai visto in vita mia, di una simpatia travolgente. Mi metto presto al lavoro».

E sul magazine mensile che rubrica terrai?

«Scriverò del fenomeno d’attualità nei giorni immediatamente precedenti l’uscita. Il pezzo d’esordio è sulle discoteche, non avrebbe potuto essere altrimenti, con tutto quello che è successo in Sardegna. Da una parte c’è la necessità, sacrosanta, di rispettare tutte le norme, dall’altra c’è un fenomeno che non ha età, nato insieme alle prime discoteche: il non staccare mai, la voglia di incontro, di contatto. Io mi ricordo bene, quando andavo a ballare alla domenica pomeriggio in Giardino. Si andava per catturare, inutile che ce le raccontiamo».

Che ricordi hai del debutto a Radio Parma?

«Mi ricordo quella specie di garage di via Felice Cavallotti dove è nata la radio. C’era dentro tutto: la redazione, i disc jockey, la strumentazione. Un casino fantastico. Nessuno era pagato: ci davano dei buoni pasto da utilizzare in un ristorante di via Affò. Io facevo le corse, tra la radio e il Dams a Bologna. Bei tempi».

E bei personaggi.

«Come no. Quei ragazzi di allora sono rimasti amici per tutta la vita. Anna Maria Bianchi, donna strepitosa, a parte la bellezza, la simpatia. Quante uscite insieme, quante volte abbiamo fatto un po’ tardino. Ma niente che non rifarei. E la Betty Zanlari: anche con lei c’era un rapporto fenomenale, era uno dei miei punti fermi. E il suo “Sos amici animali” è stato per decenni un programma di culto. E Claudia Magnani, che adesso è felicemente fidanzata. Era ora, direi».

Com’era il lavoro?

«Ce lo siamo letteralmente inventato. I nostri riferimenti erano le radio estere e la Rai. Ci siamo divertiti un sacco. Ancora oggi, le radio locali hanno un grande futuro davanti a sé. Negli Stati Uniti c’è il boom delle radio di quartiere e addirittura delle radio condominiali, che vengono usate anche per le assemblee. È il trionfo dell’iper localismo. Alle volte il ritorno al passato è una gran cosa. Pensa al vinile».

Cioè?

«Il ritorno del vinile è un altro fenomeno dilagante. Non solo continua a suonare molto meglio dei supporti che sono stati inventati dopo, ma oggi il fatto che si deteriori è diventato un valore. Evviva. La puntina che gracchia, appena appoggiata sul disco, è un valore. È giusto così. Del resto, se scarichi una canzone da qualche piattaforma, cos’hai in mano? Niente, solo un file nel computer. Non hai neanche una copertina da guardare. Vuoi mettere?».

Torniamo ai colleghi di allora. E al tuo maestro di giornalismo.

«Carlo Drapkind. Un grande. Un maestro, un compagno di mille avventure. Pochi giorni fa, durante una mia diretta su Facebook, ho notato, nella valanga di messaggi, un cuoricino: era la nipote di Carlo. Che gioia. E quanti ricordi. Io avevo una Dyane 4, di un azzurro orribile. Tutte le mattine alle 6 lo andavo a prendere a casa, in via Garibaldi, andavamo in edicola, a fare colazione e poi in radio. “Cocco, adesso andiamo a lavorare”, mi sembra ancora di sentirlo. Appena entrato, si attaccava al telefono: carabinieri, polizia, ospedale. “È morto qualcuno, stanotte?”. Ho imparato tanto da lui. Sempre in prima linea, da solo. Ha sempre avuto il tarlo di essere stato poco capito, avrebbe ambito ad altri riconoscimenti, e secondo me li avrebbe meritati. Ma io non sono obiettivo, quando parlo di Carlo».

Uno dei tuoi aneddoti “storici” è quello del funerale di Pietro Barilla.

«Non lo dimenticherò mai. Ero di turno in radio, era in programma la telecronaca in diretta in tv, e noi avremmo mandato in onda l’audio. Per un qui pro quo, non arriva il giornalista che avrebbe dovuto fare la telecronaca. E la cerimonia comincia. “Dì qualcosa tu”, mi chiedono. “Ma come faccio?”, preoccupatissimo. E comincio, guardando un piccolo monitor che avevamo in radio. Vedo Ornella Vanoni arrivare, e inizio a parlare di lei. E poi lo scultore Pomodoro, poi non so chi altri. Me la sono cavata. Poi, per fortuna, è arrivato il telecronista “vero”. Eravamo allenati a fare di tutto. Grazie, ancora una volta, a Carlo Drapkind. Pensa che una volta – per la mania delle dirette – si era inventato di far fare la diretta di uno spettacolo del circo in Cittadella. “Il leone adesso apre la bocca, e il domatore…”. Pensa te. Sono morto dal ridere per anni».

Ma la radio è sempre stato anche uno strumento insostituibile per informazioni di servizio.

«E sempre lo sarà. Penso al terribile terremoto dell’83. Abbiamo fatto dirette infinite, uno straordinario servizio di pubblica utilità. Idem in infinite altre occasioni».

E intanto, tra un programma e l’altro, cominciavi
ad allargare il raggio d’azione.

«L’intuizione è venuta in un circolo Arci all’angolo tra via Garibaldi e via Melloni, una tana per nottambuli. Una sera vado e trovo un gruppo di sciamannati che mette in scena uno spettacolo intitolato “La difficoltà di essere omosessuali in Siberia”. Era il Kttmcc (Kollettivo teatrale trousse merletti cappuccini & cappelliere). Il mio primo personaggio è nato lì. Si chiamava Oscar selvaggia, in omaggio a Oscar Wilde, e lo spettacolo “Olè olè iniza il défilé”: presentavo delle stravaganti modelle, brutte come il peccato, come fossero modelle vere. C’erano dei grandi personaggi che bazzicavano quel locale: uno che è diventato
un grande autore televisivo, un altro costumista, che è stato anche candidato all’Oscar».

Hai avuto successo da subito?

«Macché. Più che successo, il pubblico era spaccato in due. Chi applaudiva e chi ci tirava le cicche addosso. C’era un’intolleranza piuttosto forte, il pubblico non aveva esperienza di queste cose qui. Ma io mi divertivo un mondo. Negli anni Settanta e Ottanta, il Picasso aveva più soci del “Pedale veloce”, è detto tutto. Era gestito da omosessuali, ma venivano più donne che uomini, perché si divertivano. Mettevamo in scena delle telenovela stile “Dinasty”, ma ambientate nella Bassa».

Anche quando sei diventato milanese, Parma ti è sempre rimasta nel cuore.

«Non c’è verso di staccare il legame, e soprattutto non c’è motivo. Parma è la mia città, punto. Se vivessi a Hollywood, non saprei cosa fare. So cosa fare a San Leonardo. E parlo in dialetto. Pur avendo frequentato non so quante scuole di dizione, parlo in dialetto. Chissà che un giorno non mi diano una parte in una commedia della Famija Pramzana. Chissà».

La tappa obbligata che non hai mai saltato, tornando a Parma?

«Tante. Soprattutto i posti che chiudevano tardi e quelli dove trovare da mangiare: il bar di via San Leonardo verso l’autostrada, un fornaio in via Emilia. L’approvvigionamento del cibo è sempre stato in cima ai miei pensieri».

Ti hanno mai proposto di correre da sindaco?

«Macché. Pannella mi
ha proposto un collegio sicuro, ma ho rifiutato. Ho proposto io di dare una mano a Maria Teresa Guarnieri quando si è candidata, perché era una donna in gamba. L’ho chiamata e le ho detto “Guarda che io non so fare niente, ma ti sostengo volentieri. Ho solo competenza per intrattenimento e spettacoli. Mi piacerebbe prendere un caffè con Vignali, sono felice che sia stato completamente riabilitato: capisco bene quanto ha sofferto. Mi piacerebbe chiarire il rapporto molto difficoltoso che ho con il sindaco Pizzarotti: lo sento un po’ sfuggente e mi dispiace. Non ho capito tante sue scelte, vorrei capirle meglio».

Tra le mille cose che hai fatto, qual è quella che ti ha dato più soddisfazioni?

«Domanda difficile. Se devo citarne una, l’esperienza a Sanremo di cinque anni fa, con Grazia Di Michele. Abbiamo portato “Io sono una finestra”, una canzone difficilissima. Per l’argomento non facile – la discriminazione di genere – e per il fatto che io non sono un cantante. C’era ancora la formula della gara a eliminazione. Successo incredibile: siamo arrivati in finale, grazie al televoto. Quasi mi sentivo in colpa con cantanti del calibro di Anna Tatangelo o Lara Fabian, che erano state eliminate. Ma quella canzone era scritta sulla mia pelle. E ti assicuro che nessuna soddisfazione vale quella di quel Festival. Un’esperienza devastante, dal punto di vista emotivo».

Ti manca Platinette?

«No, non mi manca. E poi, non è mica morta. Convive con me in maniera molto più pacifica di prima. Da settembre parteciperò, come Platinette, alla nuova edizione di “Sarabanda” di Enrico Papi, e poi farò la modella per un servizio fotografico, scimmiottando le vere regine della passerella, per dimostrare che dopo i sessant’anni si può essere belli e belle e affascinanti. Ed è già in onda uno spot su una nota carta igienica».

Quanto devi tu e quanto Platinette a Maurizio Costanzo?

«Tantissimo. È stato lui a lanciare il personaggio. Era venuto a sapere, leggendo un articolo di “Panorama”, che c’era questa misteriosa drag queen che faceva uno spettacolo di successo su “Station One”. Mi ha fatto chiamare dalla sua redazione, per invitarmi a una puntata dedicata alle drag queen, con Luxuria, la Signora Coriandoli e altre. “Grazie, non mi interessa”, ho risposto».

Ma come? Hai detto «no» al «Maurizio Costanzo Show»?

«Proprio così. Anche la redattrice non credeva alle sue orecchie. “Non vedo perché si debba fare una galleria degli orrori, o delle stranezze”. Probabilmente ho fatto colpo su Costanzo, che due settimane dopo mi ha invitato di nuovo, per una puntata sui disturbi alimentari. “Be’, di questo posso parlare con cognizione di causa”. E sono andato. Costanzo ha grandissimo fiuto. È stato lui a dirmi “Mauro, lei soffre, dentro quelle vesti”. E mi ha invitato a “Buona domenica” per un’intervista a 360 gradi. Io, nei panni di Mauro, e lui. In mezzo, la parrucca di Platinette, come un totem. Quel giorno ero terrorizzato: mi ha aiutato molto, e convinto ad andare, Maria De Filippi, altra grandissima, con la quale avevo già cominciato a lavorare. Dieci anni di fila di “Amici”, altra bellissima esperienza».

Com’è cambiata la radio, in 45 anni, dal garage di via Cavallotti a oggi?

«Una cosa è certa: non è mai invecchiata. Si è trasformata, ma gode di ottima salute. Se sui Raitre va in onda un programma che si intitola “La dedica”, 45 anni dopo la nascita delle radio libere, e se anche la tv copia idee nate nelle radio, qualcosa vorrà dire, no?».

Cosa pensi dei social network?

«Li frequento, li uso. Condizionano parecchio, fanno rimbalzare in fretta e ovunque le notizie. Ma il punto di partenza è sempre un mezzo tradizionale: la radio, la tv, i giornali. Guai a chi dice che la carta stampata è morta. Col cavolo!».

Sfondi una porta spalancata.

«Ma è ovvio. I giornali offrono ai lettori notizie, interviste, approfondimenti. I social li fanno solo girare in fretta».

A proposito di notizie che hanno fatto il giro del mondo, il tuo nuovo look. Com’è la vita da magri?

«Non esageriamo, magro non lo sarò mai. Però ho perso mezzo quintale, grazie a quella donna fantastica che è Elisabetta Dall’Aglio, specialista in nutrizione, cura del diabete e metabolismo. Ha fatto un miracolo, motivandomi e convincendomi, con simpatia dilagante, a seguire un percorso. E poi affidandomi a un team bravissimo. E cosa dire del professore Marchesi, il chirurgo che mi ha operato? Un altro grande. Pensa che è riuscito a farmi correre in Cittadella. Ma ti rendi conto?».

Come ti hanno convinto?

«Mi ha convinto la disabilità che stavo raggiungendo, dopo aver superato i 180 chili. Prima facevo il fighetto, fingevo di fregarmene. Poi, quando ho cominciato a zoppicare, a respirare male, è stato panico totale. Adesso è un’altra vita. E dico grazie alla sanità pubblica, grazie alla mia Parma. Ovviamente, ho voluto farmi curare a Parma, ci mancherebbe altro. Anche questo è attaccamento alla mia città».

Qual è l’ospite che vorresti avere alla prima puntata di «Finalmente venerdì»?

«Ci devo pensare. Anzi, no. Patty Pravo. È di nuovo la storia del cerchio che si chiude. Lei è stata la prima che ho intervistato, quasi mezzo secolo fa. Da allora siamo sempre rimasti amici. Un personaggio strepitoso. Vorrei proprio lei. Chissà che non ci riesca».

 

CLAUDIO RINALDI 1975-2020. Sono “solo” 45 anni, dall’esordio a «Radio Parma» al tuo ritorno. Emozionato? «Sì, e contentissimo. L’idea di rimettere un piedino, be’, facciamo un piedone, nella struttura dove ho cominciato a lavorare mi stuzzica...

Abbonati per leggere l'articolo integrale pubblicato sulla Gazzetta di Parma in edicola e accedere alle altre notizie esclusive del giornale di oggi

Costo: 6€/mese

Se sei già un utente abbonato a Gweb+

L'abbonamento a Gweb+ consente l'accesso alla versione integrale degli articoli più interessanti del quotidiano oggi in edicola.Il costo è di solo 6 euro al mese Iva inclusa (invece di €8) utilizzando come modalità di pagamento PayPal