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TESTIMONIANZA

Fornovo, un'antropologa in Patagonia. Alla ricerca della libertà

28 agosto 2020, 05:01

Fornovo, un'antropologa in Patagonia. Alla ricerca della libertà

FORNOVO Ci sono viaggi che fanno muovere i primi passi per andare alla ricerca di qualcosa, per colmare un vuoto, inseguire un’idea ancora sfuocata. A volte quell’andare senza una direzione certa diventa un viaggio, quello della vita, quello che ci cambia e ci fa capire chi siamo e quale sarà o potrebbe essere la meta successiva. Nitidamente. Un viaggio così, come un «rito di passaggio» l’ha fatto Maria Elena Adorni, ventinovenne fornovese, antropologa e ricercatrice. Alla ricerca.. anche di sé.

Dopo la laurea triennale in antropologia alla Sapienza di Roma, diversi mesi in Brasile come volontaria e tanti altri viaggi, dopo la specialistica all’Università di Mancgwester in antropologia visiva, e il confronto con tanti giovani di tutti i continenti, per capire quanto l’antropologia debba o possa essere scienza, analisi, documentazione distaccata oppure immersione, condivisione di altri modi di vivere, dopo un lavoro stimolante al ministero della cultura del Regno Unito, su un progetto di riqualificazione di aree urbane più povere attraverso l’arte, dopo tutto questo, un nuovo inizio. «Nel 2017- racconta infatti Maria Elena che scrive e fissa con immagini le sue esperienze - avevo una vita normale, un buon lavoro, una macchina e tutte le comodità, ma una notte ho sentito in sogno una voce che mi chiamava e mi diceva di lasciare tutto e andare verso lo sconosciuto. Anche in questo caso, le culture indigene mi hanno aiutata a decifrare quello che stava succedendo. Una profezia, che allora non riconoscevo come tale, un'intuizione. Ho seguito il mio istinto e lasciato a casa le paure. Ho venduto l’auto e le comodità, lasciato il lavoro e sono partita con un biglietto di sola andata per Santiago del Cile». Fino ad allora Elena era stata in campeggio solo un paio di volte e non sapeva quasi niente di vita all'aria aperta, o di come muoversi in montagna o nella natura selvaggia: era una persona di città, cresciuta in pianura: «Mi sono trovata in Cile con tutto ciò che avevo in uno zaino da trekking molto grande. A Santiago sono stata una settimana. Poi ho viaggiato in auto stop per tre mesi, in solitudine. Evitavo volutamente i luoghi turistici o i ragazzi europei viaggiatori come me. Ho imparato lo spagnolo in poche settimane grazie alle persone locali che vedendo una ragazza in viaggio da sola mi aprivano le porte delle loro case, mi davano da mangiare e mi aiutavano a trovare le parole per esprimermi. Il mio cuore era chiuso e ferito e non facevo avvicinare nessuno. Ero come un cane randagio che dormiva nella sua piccola tenda. Ho trascorso molti giorni da sola nella natura, mi sono persa nel bosco fino a pensare che sarei morta perché nessuno mi avrebbe trovata. Il mio zaino, i miei scarponi, e gli unici pantaloni che mi ero portata sono diventati dei prolungamenti del mio corpo. Ho imparato a vivere con l'essenziale. Ho imparato ad amare la solitudine. Ho trovato la libertà. Sono arrivata a Villa Cerro Casillo ai primi di gennaio, dopo una camminata di cinque giorni nelle montagne. Quando ho messo piede nel paese ho deciso che forse mi sarei fermata. Il giorno dopo mi hanno offerto di rimanere a lavorare in un ranch gestito da una famiglia locale. Avrei dovuto portare i turisti in giro a cavallo e aiutare un po' con le mansioni della fattoria. Avrei continuato a dormire in tenda ma mi avrebbero dato da mangiare. Ho accettato. Da quel momento, sono diventata un cane meno arrabbiato. E ho smesso di mordere. Ho imparato a scalare le pareti di roccia. Ad accendere la stufa a legna. A filare la lana e a radunare le mandrie di mucche a cavallo. Ho stretto amicizie che dureranno per sempre. Ho imparato che in Patagonia devi saper fare molte cose per vivere, come si faceva qui un tempo, ma forse ce lo siamo dimenticati e non si può più tornare indietro. Da allora, nemmeno un giorno è passato senza che io pensi a quella terra. E in Patagonia, che ho sentito per la prima volta quello che i Mapuche, gli indigeni cileni, chiamano «mapùn». Il senso di appartenenza, il legame con la terra non intesa come campo che si coltiva, ma come l'universo tutto».

Maria Elena è a casa da diversi mesi, da casa lavora a tanti progetti, l’ultimo è quello con la Regione Trentino: con una collega è impegnata a definire, documentare e comunicare un’area Mab Unesco. All’orizzonte c’è anche questo, il lavoro, i progetti. I sogni. Uno su tutti: tornare in Patagonia, acquistare un pezzo di terra insieme al suo compagno, che fa la guida alpina e si trova attualmente in Canada, e risentire ancora una volta il mapùn.

Do.C.

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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