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La storia

Siamo tutti figli di Albertina. E diciamo grazie a quel medico

11 settembre 2020, 05:04

Siamo tutti figli di Albertina. E diciamo grazie a quel medico

Katia Salvini

Scoprire di avere un cancro a novantasei anni non è per niente uno shock meno impattante di quanto lo possa essere per una persona più giovane. A qualunque età anche solo la parola è di per sé come una maledizione che ti piomba addosso, e da quel momento hai l'esatta consapevolezza che la tua vita non sarà più la stessa. E nemmeno tu. Novantasei anni sono un'età che può sembrare ad alcuni "sufficiente" per poter accettare questo destino "maligno", proprio com'è chiamato (accanimento linguistico?) il male che ti colpisce. Ma non è di certo così per Albertina (nome di fantasia), che dei suoi anni non ha nulla da lamentarsi, se non "quei dolorini alle gambe che ultimamente mi fanno fare fatica a camminane… e così non riesco più ad andare a fare la spesa".

La scoperta di un nodulo al seno per lei e per tutta la famiglia è stato uno shock. Soprattutto si sono sentiti smarriti, sopraffatti dal pensiero di una sanità lontana e complicata. Cosa ci aspetta? Dove dovremo portare la mamma? Chi potrà restare con lei?

Torniamo un attimo indietro. Albertina è nata e vive da sempre a Bedonia. Ha partorito tre figli senza vedere neanche l'ombra di una stanza d'ospedale e fortunatamente ha sempre goduto di una discreta salute. La sua casa sono i boschi e i cieli tersi delle terre alte, e i suoi occhi sono in pace col mondo, il suo mondo, quello della camera con il letto in ferro battuto e l'armadio di noce che quando lo apri sa di lavanda. Un mondo che ora rischia di scomparire di botto per lasciar posto a letti elettrificati, comodini di formica e porte tagliafuoco. Niente di male in tutto questo, vivadio che abbiamo gli ospedali. Ma c'è un ma.

A novantasei anni se entri in ospedale spesso succede che non sai più chi sei, né dove sei. E nemmeno, purtroppo, se ne uscirai. E' un'età fragile, da difendere anche - passatemi il paradosso - dalle cure eccessive.

Albertina, circondata dai figli, decide che vuole combattere: "Andiamo da un dottore".

Ed è qui che si sbagliava.

"Pronto dottor Tal dei Tali? Vorrei prenotare una visita per mia madre, ha novantasei anni e un nodulo al seno. Abita a Bedonia".

Il dottore ci pensa meno di un attimo e poi: "Senta, non c'è bisogno che sposti la mamma. Mi dia l'indirizzo, vengo io a casa a visitarla".

Due parole divenute ormai così desuete, " visitare a casa", che quando le senti quasi ti commuovi.

E così è stato. Il chirurgo senologo si è arrampicato sull'Appennino per 88 chilometri (e altri 88 ne ha fatti per tornare a Parma) per visitare Albertina. Ma soprattutto per parlare con lei, con la figlia femmina e i due maschi che tutti insieme hanno ribaltato la casa per "mettere in ordine" in vista dell'arrivo del medico sconosciuto (e sottolineo sconosciuto), felici di non dover infliggere all'Albertina la "penitenza" di lasciare la sua casa, di farsi quasi tre ore di viaggio e di sottoporsi al trauma da camici bianchi.

L'esito della visita è stato quello di conferma della diagnosi, ma nessuna prescrizione di interventi o esami invasivi. Solo una pastiglia per tenere a bada il "mostro" che Albertina potrà prendere ogni giorno a casa sua, abbracciata dai suoi boschi e dai suoi figli meravigliosi.

Perché vi raccontiamo questa storia? Che una buona sanità esista, per fortuna, lo sappiamo. Una sanità fatta di nomi e non di numeri, di facce e non di camici, di parole e non di prescrizioni. A volte non è facile incontrarla, ma esiste. Però quando la incontriamo non sempre siamo capaci di esprimere un sentimento che dà un senso alla bellezza di quanto abbiamo ricevuto: la gratitudine. E' importante perdere un attimo, alzare il telefono o scrivere due righe a chi ha fatto di più di quanto prescritto dal mansionario. Una sorta di ex voto postmoderno. Una candela di carta che brucia i cinismi, gli imbarazzi e i luoghi comuni, riportando in auge un'abitudine dimenticata. Dire grazie. Invece di dare tutto per scontato, o per dovuto. A quel medico va il grazie non solo di Albertina, ma di tutti noi. I figli di tante altre Albertine.

 

 

Katia Salvini Scoprire di avere un cancro a novantasei anni non è per niente uno shock meno impattante di quanto lo possa essere per una persona più giovane. A qualunque età anche solo la parola è di per sé come una maledizione che ti piomba...

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