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L'IMPRESA

Centinaia di chilometri in bici per sfidare il Parkinson

14 settembre 2020, 05:02

Centinaia di chilometri in bici per sfidare il Parkinson

ROBERTO LONGONI

Il sole sulle loro spalle pesava quintali, lo sterrato sotto le ruote quasi sbarrava porte, con pendii del 22 per cento davanti ai loro manubri. Pedalata dopo pedalata, i dieci malati di Parkinson in pellegrinaggio sulla via Francigena hanno superato anche quelli. In fondo, alla vita erta sono abituati: ci stanno in mezzo anche quando si trovano in piano. Per grazia da ricevere, per strada da sudare hanno percorso la distanza tra Pavia e Roma. Un centinaio di chilometri al giorno, diviso in tappe di una cinquantina, hanno sgranato il percorso come un rosario. E alla fine, tra i colli della Capitale, hanno affrontato la salita più emozionante, quella che li ha portati al cospetto di papa Francesco. Il Santo Padre, saputo della loro impresa, dopo l'Angelus ha voluto incontrarli. Attraverso loro, ha benedetto le migliaia di persone che lottano con il morbo nella vita quotidiana. Le migliaia per le quali i dieci hanno pedalato. «C'erano anche loro al nostro fianco - racconta Stefano Ghidotti, di Palazzolo sull'Oglio, presidente dell'associazione Parkinson e sport, tra gli ideatori dell'impresa -. Tutto questo l'abbiamo fatto per noi, perché l'attività fisica è una delle nostre principali terapie. Ma anche per gli altri, perché sia chiaro a tutti che bisogna reagire, non arrendersi, che la diagnosi non corrisponde a una condanna».

Il messaggio non è caduto nel vuoto. La gente li ha incoraggiati per tutto il tragitto, dalla partenza, sabato 5 settembre, da piazza Castello a Pavia. Sindaci e assessori li hanno accolti. Altri malati, saputo del passaggio dei dieci (tutti uomini, tra i 38 e i 60 anni, alcuni malati da 15 anni), hanno improvvisato pedalate al loro fianco, fino a salutarli con un «grazie, sono con voi». Nel nostro territorio sono entrati domenica 6 con l'arrivo prima a Fornovo e poi a Berceto, 50 chilometri e 1.182 metri di dislivello oltre (il giorno dopo non hanno avuto il tempo di tirare il fiato: da Berceto ad Aulla e da Aulla a Massa hanno superato 2.100 metri di dislivello). Già allora potevano definirsi «i dieci che non mollano mai». Con loro, Samantha, una paziente olandese innamorata dell'Italia, e due volontari: uno alla guida di un camper usato soprattutto come cucina e uno di un furgoncino per l'assistenza: catene rotte e gomme bucate hanno costellato l'impresa.

Una cavalcata in sella a cinque mountain bike «muscolari» e ad altrettante assistite messe a disposizione dalla Specialized. «Lo ammetto, sono stato un po' aiutato: a volte sembrava che la bici andasse da sola», confida il parmigiano del gruppo, che la Romea l'ha percorsa su una di queste ultime. Chiede di restare anonimo. Di soffrire di questa patologia l'ha scoperto di recente: ha fatto appena in tempo a metabolizzarlo, dopo l'iniziale «caduta nel vuoto» e poi la risalita, grazie all'aiuto di una psicoterapeuta oltre che della moglie e della figlia. Gli manca l'ultimo passaggio: condividere il problema con i colleghi. Anche loro, al momento giusto, dovranno sbarazzarsi di pregiudizi e limiti. Intanto, lui ne ha appena superato uno: «Non avrei mai immaginato di fare una cosa di questo tipo. Un'esperienza meravigliosa anche dal punto di vista umano». Così, racconta della notte su un materasso steso accanto all'altare della chiesa di Ponte a Rigo, dell'incontro con i genitori di Barbara, stroncata da un tumore a 43 anni. «I suoi genitori rifocillano tutti i pellegrini e la mantengono viva raccontando di lei, accompagnando i viandanti alla panchina nel bosco sulla quale amava stare. Nessuno di noi è riuscito a trattenere le lacrime». E poi la pedalata con Marco Cipollini. «C'è venuto incontro prima di Lucca. Con lui abbiamo fatto un ingresso trionfale in città, attraverso la gente che applaudiva. Si è dimostrato molto sensibile e ci ha raccontato di sé, di come il problema al cuore per il quale è stato operato lo abbia reso un'altra persona, un uomo migliore».

Di questo parla Ghidotti, che più del Parkinson si dice malato di sport. «Si tratta di passare dalla sfiga alla sfida. Noi ci dopiamo di sport: fa parte della cura». Il caposquadra quasi lo ringrazia, il morbo. «Se non ci si spaventa, diventa un'opportunità. Possono succedere cose straordinarie». Poi, sorride al pensiero di coincidenze che sembrano conferme. «La Specialized, senza nemmeno farci firmare nulla, ci ha messo a disposizione le Levo Sl Comp Carbon. E il primo principio attivo contro il Parkinson è proprio la levodopa. Ovviamente, i loro freni hanno delle pastiglie: così, mi è venuto da chiedermi se si chiamino Sirio, come il farmaco alla base della cura che "frena" il morbo. Lo produce la Chiesi, al nostro fianco in quest'impresa anche come sponsor. Chilometro dopo chilometro, siamo diventati una famiglia e vediamo la quest'azienda farmaceutica un po' come la nostra casa. Spero un giorno di incontrare i Chiesi e i dipendenti, per mostrare il documentario su ciò che siamo riusciti a fare grazie alla loro ricerca». Parola di parkinsoniano diventato parkinsonauta.

 

ROBERTO LONGONI Il sole sulle loro spalle pesava quintali, lo sterrato sotto le ruote quasi sbarrava porte, con pendii del 22 per cento davanti ai loro manubri. Pedalata dopo pedalata, i dieci malati di Parkinson in pellegrinaggio sulla via...

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