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Coronavirus

Il barista Avanzi: ora sono guarito, vorrei aiutare gli altri

di Luca Molinari -

17 settembre 2020, 05:07

Il barista Avanzi: ora sono guarito, vorrei aiutare gli altri

I segni sul volto sono quelli di chi ha affrontato una battaglia lunga quasi quattro mesi, in gran parte combattuta su un letto di terapia intensiva e sub-intensiva. Il sessantaduenne Daniele Avanzi, contitolare del bar Caracol di via Farini, ha sconfitto il Covid aggrappandosi con caparbietà alla vita, aiutato dai familiari, dagli amici e dalla professionalità di medici e infermieri. Il suo calvario è iniziato sabato 7 marzo, per concludersi venerdì 26 giugno.

Ora Avanzi è tornato a servire i clienti del bar con lo stesso entusiasmo e simpatia di prima, nonostante il fiato sia ancora un po’ corto e la muscolatura da rinvigorire. «Sabato 7 marzo – ricorda assieme alla moglie Antonella – ho iniziato a sentirmi strano dal pomeriggio. Appena rincasato mi sono accorto di avere qualche linea di febbre». Il primo accesso al pronto soccorso avviene martedì 10 marzo. «Mi mancava il respiro così ho chiamato un’ambulanza - racconta -. Al triage Covid c’erano barelle ovunque, sembrava una scena di guerra. Al termine di alcuni esami, mi è stata diagnosticata una polmonite ma non c’era un letto disponibile e così mi hanno rimandato a casa». I giorni successivi la situazione peggiora e Avanzi viene ricoverato sabato 14. Giovedì 19 il trasferimento in terapia intensiva. «Quel giorno è come se si fosse spenta la luce – spiega –: mi hanno intubato e sono stato sottoposto a tracheotomia». Avanzi è rimasto in terapia intensiva fino al 18 aprile. In quel mese, i medici hanno contattato quotidianamente la moglie Antonella e il figlio ventiduenne Tommaso. «Sono stati speciali, eccezionali – dichiara Antonella emozionata –. La loro straordinaria umanità ci ha permesso di andare avanti anche nei giorni più bui. Abbiamo sentito una grande vicinanza anche da parte degli amici».

Dal 19 aprile al 29 maggio Avanzi è quindi rimasto in terapia subintensiva. «I primi giorni dopo il risveglio – commenta Avanzi – sono stati molto difficili. Muovevo a fatica gli occhi e non mi rendevo conto di dove mi trovassi. Mi ha aiutato tantissimo poter contare sulla presenza di Lucia Pinardi, un’amica infermiera che passava a trovarmi oltre ad effettuare videochiamate con i miei familiari e amici».

Il 29 maggio Avanzi è stato trasferito al Don Gnocchi per la riabilitazione e quindi dimesso il 26 giugno. «Sono entrato in ospedale che pesavo 94 chili, quando sono uscito non superavo i 71 – precisa –. Anche emotivamente è stata un’esperienza difficile».

«La prima volta che l’ho rivisto dal vivo è stata durissima – confessa la moglie con le lacrime agli occhi -. Mentre chiacchieravamo toccavo le sue braccia tutto il tempo per capire che era un incontro reale e non un sogno». Grande anche l’emozione nel riabbracciare dopo mesi il figlio. Ora Avanzi è tornato a una vita normale. «Non ho paura per il futuro – conclude –: vorrei poter aiutare altri pazienti a guarire donando il plasma».