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INTERVISTA ESCLUSIVA

Kyle Krause si racconta alla Gazzetta: «I nostri progetti per il Parma»

di Paolo Grossi -

19 settembre 2020, 05:07

Kyle Krause si racconta alla Gazzetta: «I nostri progetti per il Parma»

Lo sguardo è determinato e pieno di entusiasmo al tempo stesso. Incontriamo il nuovo patron del Parma, Kyle Krause, nella lounge panoramica del Tardini. Lo stadio verrà rifatto presto, ma a noi, seppur vuoto, piace anche così. I giardinieri sul prato stanno lavorando perché tutto sia a posto domani quando arriverà il Napoli, il sole di questa estate infiamma il giallo e il blu degli spalti. Possiamo capire insomma che mister Krause si senta galvanizzato. Eppure è un businessman scafato, ha 57 anni cinque figli e una nipotina. Di iniziative imprenditoriali ne ha avviate e felicemente condotte tante. Però il fascino del calcio è questo. Non tutti lo percepiscono, non tutti lo condividono, ma pazienza. L’importante per noi a Parma è che del calcio, e del Parma, sia innamorata la famiglia Krause.

Com’è nato, signor Krause, il suo amore per il calcio?

«Sono cresciuto in una cittadina dell’Iowa, nel MidWest degli States e là davvero non si giocava a calcio. Io avevo provato col basket. Quando però i miei bambini hanno cominciato a praticarlo, mi sono appassionato nel seguirli e poi ho anche, da adulto, cominciato a giochicchiare ma è come spettatore che ho subìto il fascino del pallone. Ho portato i miei ragazzi a vedere dal vero i Mondiali del ’98 in Francia e poi la fiamma non si è più spenta. Il calcio è sempre bello, sia che lo giochino i bambini sia che guardi i professionisti».

Galeotte saranno state magari anche le sue radici italiane per parte di madre…

«Io per fortuna sono un italoamericano: la mia bisnonna emigrò negli Usa dalla Sicilia e io ho sempre avuto una grande passione per tutto quello che è italiano e che richiama lo stile di vita italiano. Pensi che in Italia io e mia moglie ci siamo prima fidanzati e poi sposati. Ho acquistato qualche anno fa due cantine nelle Langhe e ho anche preso casa lì, in un paesino che si chiama Roddino».

A proposito di calcio, lei possiede anche i Des Moines Menace, la squadra della sua città nell’Iowa.

«Certo, e credo di essere forse il più longevo proprietario di un club di soccer negli Stati Uniti. Ormai sono 25 anni… la squadra è in quarta serie, ha sempre fatto bene, non ci sono retrocessioni, ma stiamo progettando, anche grazie alla costruzione di un nuovo stadio, di farla arrivare in serie B».

Che cosa l’ha spinta quindi a rilevare il Parma?

«Per me è stato l’avverarsi di un sogno. Essere il proprietario del Parma Calcio è fantastico. Questa è una bellissima città, ho dei compagni di viaggio (i soci di Nuovo Inizio ndr) che hanno fatto cose miracolose per questo club, il Parma ha scritto pagine gloriose nella storia del calcio. Per me l’opportunità di entrare a far parte di questa comunità e di quella del calcio italiano è stata davvero troppo ghiotta».

Ha tifato per qualche squadra o calciatore?

«So che non è popolare a Parma ma mi piaceva la Juventus e in particolare Del Piero. Proprio l’altra sera però ho tolto dal mio laptop l’adesivo della Juve e l’ho sostituito con quello del Parma. E ora auguro grandi cose alla Juve ma solo sconfitte quando affronterà il Parma. La mia seconda squadra invece, per motivi storico-familiari era il Palermo. Ma vi assicuro che ogni week end seguo in tv le gare della serie A».

Prima di avviare la trattativa per il club, che cosa conosceva di Parma?

«L’ho sempre ritenuta la capitale europea del cibo. Conoscevo il prosciutto, il parmigiano, la pasta, l’amore per la buona tavola. Ogni cosa associata a Parma è positiva. Non quel "Sì bello ma…" che si registra nei commenti su tante altre realtà italiane. Magari sarò ingenuo ma non ho mai avvertito altre faccia della medaglia».

Ad esempio l’era Parmalat ha avuto però due facce, una molto positiva e una molto negativa.

«Si’, so che il club ha attraversato momenti difficili, e anche di recente è piombato in serie D. Noi però cercheremo di portare stabilità. Nuovo Inizio ha salvato il calcio a Parma e noi ora porteremo il nostro punto di vista che è quello di una realtà di stampo familiare che fa affari a lungo termine, possibilmente per scavalcare le generazioni».

Quando lei ha rilevato le cantine Serafino e Vietti nelle Langhe s’è affidato con totale fiducia a chi le stava gestendo. Sarà così anche in questo caso?

«Ovviamente, non sono abbastanza bravo per gestire il Parma. Fornirò ogni genere di supporto a chi è chiamato a farlo, con il mio team porteremo magari idee o spunti ma non mi metterò certo a discutere dettagli tecnici. Lo stesso ho fatto in Piemonte. Non so fare il vino ma là ho trovato gente che lo fa in modo fantastico. Mi diletto invece nel degustarlo, e sotto la loro guida ho imparato tanto. Lo stesso credo potrà succedere qui. Imparerò sul campo il modo di far crescere il Parma».

Che programmi e che ambizioni ha per il suo Parma?

«Credo sia fondamentale mettersi nelle condizioni di far crescere buoni giocatori nel settore giovanile. Ci vuole tempo, ne sono consapevole, e intanto è ancora più importante mantenere la serie A, quindi le risorse andranno bilanciate, ma proprio perché noi operiamo a lungo termine, dobbiamo puntare ad avere, quando il progetto sarà a regime, un flusso di ragazzi che dalle giovanili possono accedere alla prima squadra. Ma, ripeto, la prima cosa è conquistare la salvezza in A. Quello sui giovani è un piano che richiede vari anni per essere realizzato».

Non è il primo americano che investe nel nostro calcio.

«Posso parlare di Saputo e Commisso: credo siano qui perché sono di origine italiana e hanno visto l'opportunità di lavorare in Italia con gli stessi principi che hanno in America. Insieme vogliamo riportare la Serie A tra i migliori campionati al mondo».

E’ vero che la sua azienda dona ogni anno in beneficenza una percentuale fissa dei suoi profitti? E’ un modo molto etico di intendere gli affari…

«E’ vero e ne sono orgoglioso. Ripeto, il mio business è a gestione familiare e noi doniamo ogni anno almeno il 10% di quello che guadagniamo. Quella che chiamiamo Corporate Social Responsibility ci spinge a essere una buona azienda, che fa beneficenza ma che è anche attenta alla sostenibilità ambientale e che si prende cura dei suoi dipendenti oltre che dei clienti. Abbiamo anche sostenuto fortemente la Iowa University perché in famiglia tutti l’abbiamo frequentata».

 

D’ora in poi la vedremo spesso a Parma?

«Certamente. Non ci sarò ad ogni partita, ma appena mi è possibile sì. Le altre le seguirò in tv. Come detto ho una casa nelle Langhe, dove stiamo anche realizzando un resort, quindi vengo spesso in Italia e, in due orette da Alba a Parma, spero di assistere a tante belle partite».

 

I suoi figli condividono il suo entusiasmo per il calcio?

«Direi proprio di sì. Uno di loro ha giocato un po’ anche in Italia e al college, un altro, Oliver, verrà qui a Parma a far valere le sue competenze. E’ infatti specializzato in ‘’players analytics’’, lo studio del rendimento degli atleti con previsioni sulle performance. Ha lavorato nell’Nba e seguito un apposito corso a Harvard. E’ molto entusiasta e presto sarà qui».

La squadra di calcio la vede più come una famiglia o come un’azienda?

«Direi entrambe le cose. Noi Krause mettiamo tanta passione in tutte le nostre aziende ma possiamo metterci tutto l’amore che vogliamo: se il business non è sostenibile, non funziona. Quindi il Parma per noi sarà una famiglia ma anche un’azienda da far funzionare, e lo faremo dal nostro punto di vista di famiglia che guarda al futuro, ai figli e magari anche ai nipoti. Per noi questa è una bella storia che vogliamo far durare a lungo».

A fine stagione sarà soddisfatto se…

«Intanto se ci saremo salvati, e poi se i tanti cambiamenti che stanno avvenendo in queste ore si saranno dimostrati funzionali e efficaci. C’è un nuovo allenatore, un nuovo direttore sportivo, un nuovo presidente. Dobbiamo imparare a lavorare insieme per il bene del Parma. E ai tifosi dico: aiutateci a fare grande il Parma. Forza Parma».