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La storia

Ada Negri, quella fuga a Villa Paganini a Gaione

23 settembre 2020, 05:01

Ada Negri, quella fuga a Villa Paganini a Gaione

EMANUELE E FILIPPO MARAZZINI

Lodigiana, figlia di una tessitrice e di un vetturino, maestra, caso letterario a vent’anni (il primo marito si innamorerà di lei leggendo i suoi versi), prima e unica donna Accademica d’Italia, ad un passo dal Nobel (vinse Grazia Deledda), giornalista del “Corriere della Sera”, amica di Margherita Sarfatti (che la presentò a Mussolini), donna devotissima, autrice di strofe infuocate a favore della classe operaia… Ada Negri è stata tutto questo. Ma la vicinanza al Fascismo (mai, in verità, militanza) la esiliò dai manuali scolastici e la condannò all’oblio. Nella primavera del 1944, Ada ha 74 anni e i nervi a pezzi: da tempo soffre di crisi depressive, la guerra la angoscia. Così, quando padre Giulio Barsotti, un amico saveriano, le parla di Villa Paganini presso Gaione, Ada vi si trasferisce: il posto pare tranquillo, in campagna, lontano dai bombardamenti e dalla confusione di Milano. Ma è tutta un’illusione.

«Nelle stanze della casa abitavano molte famiglie di sfollati, il cibo era poco e le incursioni aeree su Parma frequentissime» ci racconta al telefono Cristina Tagliaferri, docente all’Università Cattolica di Milano. Nel 2015, in «Ada Negri a Gaione. Lettere (aprile-maggio 1944)», ha analizzato la corrispondenza emiliana della poetessa. «Sospesa ogni attività creativa, la Negri scrive forsennata alle parenti più strette. Richiede continue garanzie sulla loro salute, è divorata dall’apprensione».

 

Villa Paganini è gestita come allora dall’Istituto San Giovanni Battista che si occupa di promuovere la cultura religiosa organizzando eventi e conferenze. Nella sala a pianterreno Maria, missionaria per anni in Brasile e Cile, e Neuza, la madre superiora, ci aprono il diario tenuto dalle loro consorelle 76 anni fa: “18 aprile - Arrivo di Sua Eccellenza Ada Negri accompagnata dalla figlia e dalla nipote e da P. Giulio Barsotti. È contenta dell’appartamentino per Lei preparato e anche le sue Accompagnatrici sono felici di saperla qui in Casa nostra; 20 - Partono figlia e nipote di sua Ecc.”. Il disagio di Ada è palpabile nelle sue missive: si lamenta del salame e delle minestre di riso insipide, la posta non arriva con regolarità, è costretta a rifarsi la camera da sola, deve correre spesso nel rifugio antiaereo scavato nei campi (un prete le dà persino l’assoluzione nel caso muoia sotto le bombe) o in cantina. “Passo le notti cogli occhi spalancati nel buio” confiderà alla figlia Bianca. Lo sguardo poetico riaffiora nei momenti di quiete: un rosario cantato con alcune Carmelitane (“inginocchiate sul pavimento con i mantelli bianchi e i veli neri formavano un gruppo scultorio”), le conserve di frutta, le passeggiate nell’immenso giardino cercando di classificare i versi degli uccelli, i dialoghi con la psichiatra Antonietta Capelli, fondatrice dell’Istituto.

 

Maria e Neuza, cordialissime, ci accompagnano nelle sale al primo piano, tutte affrescate con motivi musicali: «Niccolò Paganini vinse questo podere ad una lotteria. Le decorazioni dei soffitti furono però un’idea di Achille, il figlio, in onore del padre defunto. I colori risalgono a metà Ottocento, non c’è mai stato restauro. Straordinario come siano ancora così brillanti». Passando in rassegna le stanze, cerchiamo Ada: in preghiera nella minuscola cappella ricavata dalla stanza matrimoniale dei Paganini, dietro un tavolo di noce a scrivere o nella bellissima sala blu adibita a biblioteca. Stava leggendo qui quando le riferirono del cartello? Venne affisso dai tedeschi sulla cancellata della Villa ad inizio maggio. Sopra una sola parola, VERBOTEN (“Vietato l’ingresso”); nessuno poteva più essere accolto nella casa. Si diffuse così la voce che la villa sarebbe stata presto occupata dalla Wehrmacht: a Vigatto infatti era in costruzione un piccolo aeroporto e la zona circostante non poteva non essere presidiata. Ada ha paura e decide di lasciare il parmense; chiede con insistenza un’auto al Prefetto. La partenza avviene il 6 giugno: il soggiorno a Gaione non è durato neanche due mesi. Bilancio: “Io non devo lasciare la mia Lombardia”. Non la lascerà più, morirà a Milano l’11 gennaio dell’anno seguente. Crepacuore, annoterà il medico.

 

All’esterno, Villa Paganini raddoppia il suo fascino. Sembra di essere in un romanzo di Bassani o sul set di “Chiamami col tuo nome”. Ci perdiamo nel parco. Incredibile come la percezione di questo spazio, per la poetessa, muti nel tempo: “È una meraviglia, la vera gioia di questo posto” esclama Ada una settimana dopo il suo arrivo; “È ormai inabitabile, per un vento spaventoso che anche oggi lo squassa. Sembra un mare in burrasca” registrerà invece, cupa, in una delle ultime lettere. D’un tratto tra gli alberi ogni ronzio cessa, esplode il silenzio: eccola, in questo strano settembre, l’oasi che Ada Negri cercò invano.

 

 

EMANUELE E FILIPPO MARAZZINI Lodigiana, figlia di una tessitrice e di un vetturino, maestra, caso letterario a vent’anni (il primo marito si innamorerà di lei leggendo i suoi versi), prima e unica donna Accademica d’Italia, ad un passo dal Nobel...

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