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MALTRATTAMENTI

Segregata in casa dal compagno-padrone: condannato a 2 anni

23 settembre 2020, 05:02

Segregata in casa dal compagno-padrone: condannato a 2 anni

GEORGIA AZZALI

Non poteva lavorare. Troppo geloso, il compagno-padrone che le stava accanto, per consentirle di cercare un'occupazione. Costretta a rimanere tra le mura di casa, sentendosi però martellare da quegli insulti continui: «Io ti mantengo, qui è tutto mio». Il paradosso del violento, perché poi erano arrivate anche le botte e i giorni di segregazione. Un grido dal balcone e una vicina che non aveva fatto finta di non sentire l'avevano liberata, alla fine di gennaio del 2018. Anche se poi lei con quel compagno, con cui aveva passato più di vent'anni, era tornata a convivere. Ma il processo è ovviamente andato avanti, e nei giorni scorsi l'uomo - 44 anni, origini lucane - è stato condannato a 2 anni per maltrattamenti e lesioni. Il giudice gli ha concesso la sospensione della pena, mentre il rito abbreviato gli ha consentito di beneficiare dello sconto di un terzo della pena.

Un lungo pezzo di vita insieme, nonostante la gelosia asfissiante fin dai primi momenti. Lui che la controllava continuamente, pretendendo anche di accompagnarla e di andarla a prendere al lavoro. E lei sopportava, finché - nel 2014 - la perdita dell'impiego aveva mandato in frantumi quell'equilibrio fragilissimo. Da sempre avrebbe voluto seguire ogni suo passo, eppure da quando non aveva più il lavoro, lei era diventata un peso, una «nullità». Una comparsa, da controllare a vista. Come quando, il 28 gennaio 2018, lui aveva passato in rassegna telefonate e messaggi, scoprendo che lei aveva conosciuto una persona su Facebook. Aveva fatto subito il numero dell'uomo minacciandolo di morte e il giorno dopo aveva requisito alla donna il cellulare e i soldi rinchiudendola in casa. A quel punto lei era andata sul balcone cominciando a chiedere aiuto. Nonostante lui l'avesse trascinata in casa tappandole la bocca, il suo grido non era rimasto inascoltato, ma dopo che la vicina se ne era andata, lui le si era scagliato contro. Pochi giorni dopo lei si era data la forza per andare in Pronto soccorso: si era fatta medicare la gamba che lui aveva preso a calci. E poi aveva cominciato a raccontare: le botte di tutti quegli anni insieme e quella volta, nel 2014, quando aveva dovuto chiudersi in camera per sfuggire alla sua furia, ma lui aveva sfondato la porta prendendola poi a calci e pugni.

Nei giorni successivi, però, era ancora fuggita sul balcone per chiedere aiuto. Quella volta erano arrivati anche i carabinieri, e lui aveva restituito alla compagna il telefonino e la borsa (nascosta in cantina) che le aveva preso. Ma poco più di due mesi dopo, sentita dai carabinieri, aveva raccontato che, dopo un periodo passato in una struttura del Centro antiviolenza, era ritornata da lui, perché non voleva vivere in una casa famiglia. E le aggressioni? Finite, aveva raccontato. Eppure, qualche settimana dopo, la vicina aveva sentito ancora quel grido d'aiuto dal balcone.

 

GEORGIA AZZALI Non poteva lavorare. Troppo geloso, il compagno-padrone che le stava accanto, per consentirle di cercare un'occupazione. Costretta a rimanere tra le mura di casa, sentendosi però martellare da quegli insulti continui: «Io ti...

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