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Mondiali ciclismo

Pavarini: «Ecco come li abbiamo portati a Imola»

24 settembre 2020, 05:03

Pavarini: «Ecco come li abbiamo portati a Imola»

ALBERTO DALLATANA

Scatta oggi, con la crono femminile, il mondiale di ciclismo a Imola. Una sfida titanica per chi ha dovuto realizzare l’evento in appena un mese, dopo la rinuncia della Svizzera e la scelta della location emiliano romagnola da parte dell’Uci, lo scorso 2 settembre. Presidente del comitato organizzatore è un parmigiano, Marco Pavarini, uno che in questo mondo ha mosso i primi passi appena cinque anni fa (è tra i registi del rinato Giro d’Italia Under 23) e nel quale la Regione Emilia-Romagna ha creduto per la realizzazione di questa rassegna iridata.

Pavarini, che giornate state vivendo?

«A dir poco frenetiche, complicate. Abbiamo avuto meno di un mese per organizzare un evento che di solito richiede anni di preparativi, per giunta in un momento così delicato. Non un miracolo, ma una grande impresa, fatta da uomini che si sono rimboccati le maniche».

Com’è nata l’idea di riportare il mondiale a Imola?

«In questa regione evidentemente ci sono le competenze e le risorse umane per cogliere anche queste «strane» occasioni. Bonaccini e la Regione Emilia-Romagna ci hanno creduto, così come da anni credono in piccoli e grandi eventi sportivi, nel quadro di una visione più ampia. L’Autodromo, una sede logistica perfetta, ha poi reso tutto più fattibile».

Che mondiale si aspetta?

«Molto interessante dal punto di vista sportivo, un mondiale parecchio atteso e che verrà ricordato a lungo, proprio come quello di Adorni del ‘68. Ma non chiedetemi pronostici: la nostra anima sportiva è Marco Selleri (direttore generale del mondiale, ndr), io non vedo l’ora che comincino le gare. Da quel momento dimenticheremo le difficoltà e la scena sarà tutta degli atleti».

L’arcobaleno è il simbolo del campionato del mondo, ma anche l’emblema della quiete dopo la tempesta. Significativo, coi tempi corrono.

«Decisamente. Questo evento lancia un messaggio di rinascita, dice che una comunità non vive solo difendendosi, ma che non deve mai smettere di guardare avanti».

Lei e il suo gruppo siete stati i primi, due mesi fa e proprio a Imola, a far ripartire il ciclismo. Poi avete organizzato il Giro d’Italia Under 23. Difficile rompere il ghiaccio dopo tanta incertezza?

«C’era bisogno di ripartire in qualche modo, far capire che era possibile garantire lo sport. Infatti, chi ha potuto, ha seguito la nostra traccia e altre gare sono state riproposte. Non è stato semplice, fra norme e burocrazia, ma è stato un bell’allenamento in vista di questo mondiale, dove è tutto ancor più complesso».

Cosa l’ha spinta, cinque anni fa, ad entrare nel mondo del ciclismo?

«Sono stati due amici come Daniela Isetti (vicepresidente della Federciclismo, ndr) e Davide Cassani (ct della Nazionale, ndr) a chiedermelo. La Regione Emilia-Romagna aveva deciso di investire in questo sport e far ripartire il Giro d’Italia Under 23, ma volevano coinvolgere figure che potessero portare maggiore professionalità nel ciclismo. Io vengo dal mondo della comunicazione, del marketing, di eventi non prettamente sportivi: la contaminazione fra mondi diversi fa bene e le sfide complesse mi piacciono».

Cosa la affascina del ciclismo?

«È uno sport meraviglioso, in qualsiasi forma lo si pratichi. Tralasciamo per un attimo l’agonismo e pensiamo al cicloturismo, a come permette di vivere un territorio. Anche in Italia si sta sviluppando un turismo basato sulla bicicletta che può dare grandi soddisfazioni».

Il Parmense, in questo scenario, come si colloca?

«Abbiamo grandi potenzialità, possiamo crescere tantissimo, ma il cicloturismo purtroppo non è a sistema come lo è ad esempio in Romagna. Il territorio c’è, le persone pure, andrebbero sistemate le infrastrutture».

 

 

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