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Elsa Peretti: «Le mie radici? Sono a Parma»

27 settembre 2020, 05:06

Elsa Peretti: «Le mie radici? Sono a Parma»

PATRIZIA GINEPRI

Elsa Peretti domina il fashion system da oltre cinquant’anni. Designer di gioielli dal fascino unico e appassionata filantropa, è un'icona di stile senza tempo. Il suo storico sodalizio con Tiffany & Co. costituisce uno dei pilastri nella storia del costume e della moda. Quello che forse non tutti sanno è che Elsa Peretti ha le sue radici a Parma: la madre Maria Luisa Pighini era nata nella nostra città, mentre il padre Ferdinando Peretti (fondatore dell'Anonima Petroli Italiana) era originario di Fidenza.

In tempo di coronavirus lei ha posto l'accento su una parola chiave: interdipendenza. Perché?

Per interdipendenza intendo soprattutto «responsabilità». Le scelte che facciamo hanno delle conseguenze, non possiamo sottrarci a questa responsabilità. Avere cura e proteggere il nostro pianeta, ad esempio, non è una scelta: è una necessità per tutta l’umanità. Siamo già in ritardo, dobbiamo agire subito e tutti, cittadini, politici, imprenditori.

In che modo?

Questo forse significherà cambiare il nostro modello di sviluppo, le nostre abitudini, le nostre priorità. Ma dobbiamo scegliere ora, oppure tra pochi anni non avremo alternative e gli eventi non ci troveranno pronti. Intendo dire che il cambiamento climatico, la distruzione degli habitat mettono sempre più in pericolo la sopravvivenza di migliaia di specie animali e vegetali a livello globale. L’equilibrio complessivo della Terra dipende dal loro benessere e dalla nostra capacità di azione responsabile. E proprio questa pandemia ha fatto emergere tutte le contraddizioni del nostro modo di vivere e a farne le spese è stato, come sempre, chi è più povero, chi è ai margini. Perché chi non ha altra scelta per sopravvivere, è disposto a soddisfare a qualunque prezzo i desideri di chi è ricco. E’ inutile prendersela con i bracconieri, con chi taglia alberi secolari per un tozzo di pane, con chi traffica le zanne degli elefanti o i corni dei rinoceronti. E’ povera gente che si adatta ai capricci dei più ricchi e dei trafficanti ambientali per poter sfamare la propria famiglia.

Cosa ci insegna l'emergenza sanitaria che stiamo vivendo?

La pandemia, che è la conseguenza della nostra violenza sulla natura, ha messo tutti allo stesso livello. Questo virus non risparmia nessuno. Forse adesso abbiamo l’occasione per capire che dobbiamo tornare a vivere con umiltà e rispetto per la natura e il pianeta. E ripensare al modo in cui distribuiamo la nostra ricchezza, a come organizziamo l'economia.

Vent'anni fa Lei ha dato vita a una Fondazione in memoria di suo padre, Nando Peretti. Bastano due numeri per capire: oltre 1000 progetti in 80 Paesi per un investimento complessivo di 56 milioni. Con quali criteri operate?

Ho voluto una fondazione con uno statuto molto ampio. Ogni anno accogliamo e valutiamo progetti educativi, culturali e artistici, di ricerca medica, di conservazione ambientale e di tutela dei diritti umani. Ho voluto tenere aperta una finestra sul mondo, molto grande, per capire cosa accade e come fare la mia parte. Come fondatore, ho sempre partecipato direttamente alle scelte e alle attività. La sento come una responsabilità, penso sia un mio dovere valutare insieme ai consiglieri e al mio team i progetti da sostenere.

Come lavora la Fondazione?

Nel mondo ci sono molte fondazioni filantropiche con patrimoni enormi. Penso che questi patrimoni tutti insieme potrebbero fare la differenza se potessimo indirizzarli su obiettivi comuni. Dovremmo trovare la strada per unire le nostre forze, condividendo alcune priorità, pur nelle nostre diversità, per dare inizio a un vero cambiamento del nostro modo di concepire il mondo e la vita. Non ne servono molti, secondo me, di obiettivi comuni: il rispetto dei diritti umani, il rispetto della natura e dell’ambiente, la promozione di ideali che rifiutano ogni tipo di violenza, la lotta alla povertà. Sono iniziative fondamentali che potrebbero ispirare in modo positivo le scelte politiche dei governi.

Come si traduce nella pratica?

Credo che la cosa più importante sia la flessibilità. Non mi sento a mio agio con metodi di lavoro troppo rigidi. Penso che una fondazione filantropica debba prima di ogni altra cosa fare scelte molto nette sul tipo di investimenti del patrimonio. Fin dall’inizio abbiamo deciso di scegliere investimenti etici, possibilmente «green». Qualche mese fa abbiamo deciso di dare a tutti la possibilità di contribuire alle attività della Fondazione, accettando donazioni a prescindere dall'importo. Questo permette a chiunque voglia sostenere i nostri progetti di assumersi una responsabilità personale. Così, in poche settimane dal nostro annuncio, abbiamo raccolto circa 10.000 euro da piccole donazioni. Ma abbiamo progetti impegnativi che richiedono finanziamenti più consistenti, come quello per la protezione della regione amazzonica e della popolazione indigena. Per questo ci rivolgiamo ad altre Fondazioni per sostenere il nostro impegno. Ma ogni centesimo conta.

Quale modello di sviluppo è necessario oggi per la sopravvivenza del pianeta?

Credo che dovremmo arrenderci al fatto che l’economia mondiale così come l’abbiamo concepita finora non è più sostenibile. Non si tratta di abolire la ricchezza, ma di certo dovremo pensare a come sconfiggere la povertà. Siamo ormai dipendenti da un sistema che misura tutto in numeri, in percentuali, che è giusto quando pensiamo ai grandi fenomeni, ma che ci fa perdere in termini di umanità. Per esempio, molti dei progetti che finanzio, attraverso la mia fondazione, riguardano l'istruzione delle bambine. Nel mondo ci sono circa 771 milioni di analfabeti, di cui i due terzi sono donne, soprattutto in India e in Cina. Pensiamo, sbagliando, che solo i paesi in via di sviluppo siano indietro rispetto all’educazione scolastica delle bambine e al rispetto dei loro diritti, ma non è così. Ci sono paesi in Europa e nel mondo in cui le donne vengono discriminate anche in altri modi, per esempio non consentendo loro di avere informazioni sulla pianificazione familiare, paesi in cui le donne muoiono di aborto illegale, uccise brutalmente da mariti e compagni. Negli Stati Uniti migliaia di bambine immigrate che appartengono a famiglie che lavorano nell’agricoltura non riescono a frequentare le scuole con costanza e sono destinate a una vita che non prevede scelte. Un mondo che tollera le disuguaglianze fondate sul genere, il colore della pelle, l’orientamento sessuale, la religione, lo status sociale, sarà sempre in conflitto.

Quali sono i progetti che avete messo in campo per l'Amazzonia?

Il progetto su cui stiamo concentrando molte delle nostre energie è quello da 3 milioni di euro per la tutela dell’Amazzonia e dei popoli indigeni che la abitano, condotto da una organizzazione di giuristi internazionali che ha già raccolto il consenso di tutte le più grandi organizzazioni storiche che da sempre si occupano dei diritti delle popolazioni indigene. Quando l’Amazzonia è andata a fuoco sono rimasta atterrita. Per me, che ho imparato tanto dai documentari e dagli studi naturalistici di Felix Rodriguez de la Fuente e Jane Goodall, sapere che l’Amazzonia è a rischio di distruzione per l’avidità di alcune persone è inconcepibile. Credo che dovremmo studiare e conoscere le ​popolazioni indigene e il loro meraviglioso rapporto con la natura e la vita. Non siamo più capaci di apprezzare la semplicità, pensiamo che vivere senza il denaro e i nostri piccoli lussi sia tipico di chi è sfortunato ma invece non è sempre così. Dobbiamo sapere accettare e rispettare chi fa scelte di vita diverse, saper ritornare a un modo più semplice non solo di vivere ma anche di vedere le cose. Dobbiamo essere coraggiosi e uscire dal ruolo di consumatori senz’anima.

È un messaggio per i giovani?

Ho molta fiducia nei giovani e so che il mondo di oggi è difficile per loro, so che immaginare il futuro è complicato. All’epoca dei miei vent’anni c’era una frenesia e un desiderio di farsi strada fortissimo, forse anche troppo, ma il mondo sembrava più ricco e pieno di possibilità. In questi ultimi quarant’anni invece, sono accaduti fatti così gravi e cambiamenti così grandi che hanno trasformato il mondo per sempre. Credo che una occasione ce la stia dando il movimento ambientalista di Greta Thunberg, che è riuscita a riportare l’attenzione delle potenze mondiali sullo stato del pianeta e dell’ambiente. Forse è così detestata e presa in giro in certi ambienti politici proprio perché il suo messaggio è semplice. Dice semplicemente la verità. Chissà, forse non siamo pronti alla verità.

Lei è cittadina del mondo, che legame ha con Parma, terra in cui ha le sue radici?

I ricordi che serbo sono quelli che mi ha lasciato mia madre, Maria Luisa Pighini e mi risuonano ancora gli echi di questa sua vita a Parma. La sua famiglia era molto conosciuta in città, lei era una donna bellissima, forte, molto colta. Amava scrivere poesie, perché in quel modo delicato e personalissimo poteva esprimersi. Non dimentichiamo che è stata sposata a lungo con un importante uomo d'affari. Non è stata una vita semplice per un'intellettuale. Ricordo che quando lei morì, Pietro Barilla, che era un grande amico dei miei genitori, mi scrisse una lettera meravigliosa e commovente. Il legame con Parma era forte, anche se abitammo a Fidenza e ben presto ci trasferimmo a Roma.

Qualche altro aneddoto?

Una memoria nitida che ho della infanzia è la fragranza della Violetta di Parma, veramente speciale per me, perché mia nonna materna aveva sempre questo profumo. Di certo, ho impressi l’eleganza, lo stile e la classe dei miei genitori. E’ questo l'imprinting che mi accompagna ancora oggi. Sempre parlando delle mie radici parmigiane, ricordo con piacere il paese di Sorbolo, a pochi chilometri da Parma. Con mia sorella e mia madre andavamo sempre a trovare i nonni materni, che si erano spostati lì perché la loro casa in città era stata bombardata. Accadeva ogni anno a settembre ed era meraviglioso; sono state le vacanze più belle della mia infanzia, ricordo un pane straordinario. Oggi, purtroppo, corre tutto in fretta, non ci sono più le tradizioni, dovrebbero essere i genitori a tramandarle. I miei nonni, molto anziani, lasciarono poi il Parmense per stabilirsi vicino alla mamma, in un casa che avevamo a Fregene.

E della famiglia di suo padre che ricordo ha?

Mio padre aveva tante sorelle erano in 13 a tavola, lui adorava la madre. Ho ritrovato tra le sue carte alcune lettere di nonna Ada scritte a mano con grande affetto. Lui le portava sempre con sé, nel portafoglio. Sono molto legata a una cugina che vive a Parma, Ada Pagliarini, figlia di una sorella di mio padre, Maria, che mi ha ospitato quando scappai da casa. Era una donna meravigliosa che ha voluto molto bene a mio padre. E poi aveva tutto quello straordinario spirito emiliano, era accogliente, concreta, aveva la capacità di andare direttamente allo scopo negli aiuti.

Negli anni della contestazione giovanile anche Lei è stata a modo suo una ribelle. Perché decise di camminare da sola?

Io mi sono ribellata alle convenzioni dell’epoca ben prima del ’68. A 21 anni, infatti, me ne sono andata da casa. Non andavo d'accordo in quel periodo con mia madre, però sono diventata quello che sono proprio per questo, volevo mantenermi da sola e non sottostare. La forma di educazione era un po' dura, scandita da regole ferree. Ora mi rendo conto che i miei genitori avevano ragione.

Roma, Barcellona, New York, Sant Martì Vell sono tappe fondamentali della sua vita. Che anni visse in questi luoghi?

Dato che ho lavorato tutta la mia vita, ho avuto principalmente relazioni di lavoro, che in alcuni casi sono diventate vere amicizie. Dalle mie prime esperienze nello studio dell’architetto Dado Torrigiani sono passata direttamente alla moda, con Halston, Giorgio di Sant’Angelo, Oscar de la Renta, fino agli artigiani con i quali ho ottimi rapporti ancora oggi.

Quali furono i personaggi che più la influenzarono?

In questo momento della mia vita penso senz’altro a mio padre. Perché mi rendo conto che aveva ragione su tutti i fronti. Era così onesto. Buono.

Quando riguarda, ammesso che lo faccia, le sue foto iconiche del passato, che cosa pensa di Lei in quegli anni? E cosa le è rimasto nel cuore?

Che ero proprio una sventola, ma non me ne rendevo conto. Di quegli anni serbo il ricordo di tanti meravigliosi compagni di viaggio. Ma anche la grande soddisfazione di vedere le mie creazioni indossate in ogni parte del mondo.

 

PATRIZIA GINEPRI Elsa Peretti domina il fashion system da oltre cinquant’anni. Designer di gioielli dal fascino unico e appassionata filantropa, è un'icona di stile senza tempo. Il suo storico sodalizio con Tiffany & Co. costituisce uno dei...

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