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MALTRATTAMENTI

Insulti, violenze e l'acido gettato nell'acquario: condannato marito-padrone

09 ottobre 2020, 05:04

Insulti, violenze e l'acido gettato nell'acquario: condannato marito-padrone

GEORGIA AZZALI

Doveva sentirsi una nullità. In colpa per essere donna. «Perché voi siete tutte così... sapete aprire solo le gambe per fare sesso», le ripeteva fino allo sfinimento. E quando poi aveva troppo alcol in corpo, l'arroganza diventava violenza brutale: schiaffi e morsi sul collo e sulle spalle. Una moglie di cui disporre a piacimento, fino a trascinarla di forza sul letto per fare sesso. Un abisso in cui Silvia (la chiameremo così) ha annaspato per più di dieci anni, tra desiderio di andarsene e una quotidianità a cui far fronte, con tre figlie nemmeno maggiorenni. Ma nel 2018 Silvia è riuscita a fare i primi passi per risalire da quel precipizio, fino al giorno in cui ce l'ha fatta a raccontare la sua storia. A farla diventare un atto d'accusa. E lui - 48 anni, origini albanesi, ma a Parma da tempo -, finito sotto processo per maltrattamenti e violenza sessuale, è stato condannato a 3 anni e 8 mesi. Il collegio, presieduto da Paola Artusi, ha riconosciuto all'uomo le attenuanti generiche prevalenti sulle aggravanti, tra cui quella di aver maltrattato la donna anche davanti alle figlie minorenni. Per la moglie, che si era costituita parte civile, è stata disposta una provvisionale immediatamente esecutiva di 10mila euro.

Silvia che ora sta ridisegnando la sua vita con le figlie, ma che per lui non capiva niente. E meritava di essere picchiata: glielo urlava così spesso, tanto da farla sentire sempre più fragile, fino a paralizzarla. Non c'era nulla di pregevole in lei, anche la sua famiglia era fatta di essere spregevoli, secondo quel marito che ormai era riuscito a seminare il terrore tra le mura di casa.

Tutto era stato spazzato via, anche gli anni sereni, che pure c'erano stati. Cancellati da quelle giornate di violenza spesso dovute all'abuso di alcol. Dal 2006 le domande inquietanti che si affollavano nella testa di Silvia erano sempre le stesse: come sarà quando rientrerà a casa? cosa posso fare per tenerlo tranquillo? Come se dipendessero da lei le sue invettive, la sua ira e le mani sul suo corpo: le sberle, i capelli tirati fino a farla urlare e persino i morsi. Gli oggetti di casa, poi, gettati a terra per incutere ancora più paura e far capire chi comandava in quella casa.

Violento e stalker. Perché lei doveva rimanere sempre sotto il suo sguardo. E allora ecco il controllo ossessivo del telefono, degli spostamenti di Silvia: era arrivato anche a controllare la sua presenza effettiva sul posto di lavoro.

Così sprezzante e fuori controllo che un giorno, davanti allo sguardo impaurito delle figlie, aveva gettato una sostanza acida dentro l'acquario di casa uccidendo tutti i pesci. E subito dopo aveva afferrato una delle piccole tartarughe e l'aveva scaraventata dal balcone. Gonfio di rabbia, aveva poi minacciato tutte di morte.

Dispetti carichi di disprezzo e crudeltà, come quella volta che, in riva al fiume insieme alla moglie e alle figlie, aveva lanciato in aria il gatto.

A tutto doveva acconsentire, Silvia. Anche alle sue richieste pressanti di avere rapporti sessuali, quando lei avrebbe voluto dolcezza e rispetto. Aveva provato a dire più volte no quel 27 agosto 2010, a puntare i piedi per resistere alla sua forza, ma lui era riuscito a immobilizzarla e a trascinarla in camera.

Un modo per imporre il suo dominio. L'ennesima umiliazione per Silvia. Fino a quando ha capito che non c'era nulla di sbagliato in lei.

 

GEORGIA AZZALI Doveva sentirsi una nullità. In colpa per essere donna. «Perché voi siete tutte così... sapete aprire solo le gambe per fare sesso», le ripeteva fino allo sfinimento. E quando poi aveva troppo alcol in corpo, l'arroganza...

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