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MODI DI DIRE PARMIGIANI

Perché si usa «Tanto belli che guai»

15 ottobre 2020, 05:02

Perché si usa «Tanto belli che guai»

GIOVANNI PETROLINI

Del fattaccio si è occupata ampiamente la cronaca di questi giorni.

A Lecce un giovane, un povero infelice, ha massacrato a coltellate due poveri fidanzati. Perché?

Perché colpevoli ai suoi occhi di essere troppo felici. Reo confesso avrebbe infatti dichiarato agli inquirenti la ragione del suo gesto efferato.

L’invidia. Quei due erano troppo felici, erano troppo belli. La folle dichiarazione mi ha offerto lo spunto per riflettere un momento su alcuni tipici e curiosi modi di dire del dialetto parmigiano che sono entrati stabilmente anche nell'uso più familiare e popolare dell’italiano locale. Mi riferisco a modi come è tanto bello che guai nel senso di ‘è bellissimo’, è tanto contento che guai nel senso di ‘è felicissimo’, è tanto bravo che guai nel senso di ‘è bravissimo’; gli vuole tanto bene che guai ‘lo ama moltissimo, gli vuole un mondo di bene’; lei guai per lui ‘lei stravede per lui, lei lo ama moltissimo’; lui guai per il calcio ‘a lui piace moltissimo il calcio’, ecc.

Ma che c’entrano i guai vi chiederete (e anch’io me lo sono chiesto) in queste popolarissime locuzioni? Non è chiaro. Dal punto di vista grammaticale non è chiaro neppure se ‘guai’ vi funga da interiezione o da sostantivo (pl. di ‘guaio’). Ma poco conta. Quel che conta è che in questi modi di dire la parola guai, tutta carica della sua più comune valenza fortemente emotiva, interviene a sottolineare ora la straordinaria bellezza, felicità, bontà, bravura di qualcuno; ora il bene dell'anima, che qualcuno vuole ad un altro; ora l'appassionato singolarissimo attaccamento affettivo di qualcuno a qualcuno o a qualcosa.

Per renderci conto di cosa c’entrino i guai in questi popolarissimi modi parmigiani occorrerà forse muovere da lontano, da molto lontano, e da una considerazione “profonda”.

Che tra quel che è straordinario, eccezionale, superlativo (per es. bellissimo o bravissimo o buonissimo o piacevolissimo) e quel che è spaventoso, temibile, tremendo intercorre da sempre uno stretto rapporto semantico, di continguità semantica, tanto stretto che i due “concetti” sono spesso intercambiabili. L’it. formidabile per esempio (dal lat. formidabile(m), dal verbo formidare ‘aver paura’ a sua volta da formido ‘paura’) ha oggi quasi del tutto abbandonato il suo originario significato negativo di ‘tremendo, terribile, spaventoso, pauroso’ per conservare quasi esclusivamente quello positivo di ‘bravissimo, bellissimo, eccezionale’ mentre al contrario, in questi ultimi anni la locuz. aggettivale italiana da paura (cioè propriamente ‘tremendo, da far paura’) si è affermata in italiano, specialmente in quello dei giovani, anche nel senso positivo di ‘bellissimo, bravissimo, piacevolissimo’.

Come se chi è straordinariamente felice, bello, buono o bravo o contento con la sua occorrenza rara e inattesa intervenisse a turbare l’ordine normale delle cose e fosse spesso percepito come un temibile presagio, foriero di 'guai': anche perché costui rischia di eccedere dai limiti concessi agli uomini dagli dei, e di richiamare di conseguenza su di sé (così grosso modo secondo il pensiero degli antichi Greci che per molti aspetti è alla base del nostro) la loro invidia, quella che loro chiamavano lo phthónos tōn theō’n ‘l’invidia degli dei’.

In effetti nelle citate locuzioni parmigiane, tutte di significato in qualche modo superlativo (o elativo, per dirla in punta di forchetta) quei guai, spesso preceduti immediatamente da un che, sembrano colorarsi di una fisionomia semantica consecutiva. Quasi che quei guai fossero la conseguenza ora della grande, straordinaria bellezza o felicità o bravura o bontà di qualcuno, ora dello straordinario amore o affetto verso qualcuno o qualcosa.

Questo aspetto consecutivo delle nostre locuzioni risulta particolarmente chiaro quando l'antecedente di quel che è espresso da tanto (come nel caso di è tanto bello che guai, è tanto contento che guai, è tanto bravo che guai, è tanto buono che guai; gli vuole tanto bene che guai) ma è verosimilmente ricostruibile anche quando l'antecedente è sottinteso, come nel caso di lui guai per il calcio o lui guai per lei! esplicitabili pressapoco come forme ellittiche per 'lui prova tanta passione per il calcio da procurarsi guai' o 'lui le vuole tanto bene da rischiare dei guai': quasi che l’eccesso di bellezza, di felicità, di bravura, di bontà, di amore, di attaccamento affettivo verso qualcuno o qualcosa, fossero condizioni tali da comportare il rischio d’andare incontro a dei guai.

In questa prospettiva è illuminante il fatto, al quale già ho accennato, che aggettivi di significato propriamente “negativo” come 'terribile' 'tremendo', 'formidabile', 'pauroso' e simili, in varie lingue, sono passati ad esprimere anche la straordinaria bellezza o bravura o capacità operativa di qualcuno o qualcosa. Come se da queste qualità straordinarie in fondo ci si dovesse guardare, che anzi si dovessero temere come pericolose. Anche il fatto che queste rappresentano una condizione pericolosamente vicina alla perfezione, a quell’ essere perfetto che è prerogativa tipicamente divina, dovette talvolta comportare una prevedibile conseguenza: quella di giungere a demonizzare, a sentire come cattivo, come pericoloso e temibile, il molto felice, il molto bello, il molto buono, il molto bravo ecc. Dalla viva voce di un autorevole telecronista sportivo come Bruno Pizzul, di un giocatore di calcio autore di una straordinaria prodezza, ho sentito dire (e me lo sono appuntato): è un diavolo (amichevole tra Italia e Brasile trasmessa su RAI TRE in data 8-5-1997).

Di grande interesse al riguardo mi sembra l'uso che il dialetto piacentino fa ancora, e soprattutto faceva, dell'aggettivo mäl 'malo, cattivo' nel senso di 'bravissimo, bellissimo, velocissimo'. Guido Tammi nel suo Vocabolario piacentino-italiano, Piacenza 1998, osserva che l’ agg. mäl “sempre preposto ai nomi è rafforzativo di una qualità o di un difetto e corrisponde a gran ‘grande’ ” e registra per es. un mäl om ‘un grande uomo’. Questo mäl (propr. ‘malo, cattivo’) – scriveva già Bernardino Biondelli, un antesignano della dialettologia scientifica in Italia - "preposto ai nomi dinota perfezione, eccesso. Una mäl donna, un mäl caval significano una bellissima donna, un velocissimo cavallo".

Mi sembra insomma che espressioni popolarissime come le parmigiane tanto bello che guai, tanto contento che guai, tanto bravo che guai ecc. nel senso di ‘bellissimo’, ‘felicissimo’, ‘bravissimo’ esprimano, di là della consapevolezza dei parlanti, una sorta di remota inconscia paura del molto bello, del molto felice, del molto bravo, ecc. e quasi un monito a guardarsene e a rifuggirlo come una cosa “cattiva” invisa agli dei e perciò virtualmente portatrice di guai.

E se non sapessimo che negli anni più recenti a far saltare in aria con le bombe o a devastare con gli incendi o comunque a fare scempio di quei santuari della grande bellezza, che sono le chiese, i teatri, i musei, i boschi, le scogliere, ecc., sono state mani vigliacche, nemiche di Dio e degli uomini e se non sapessimo che a minacciare i più bei paesaggi del nostro paese (della Liguria, della Sardegna, del Trentino, del Gargano ecc.) con alluvioni e tempeste apocalittiche sono stati quei cambiamenti climatici e quell’incuria di cui siamo noi in gran parte responsabili, saremmo indotti a credere, oggi più di ieri, che i modi di dire di cui ci siamo occupati, un po’ di ragione in fondo ce l’abbiano. E che l’invidia verso quei due poveri fidanzati che ha stravolto e devastato la mente di quel povero giovane assassino di Lecce, quell’invidia per la quale in un raptus di onnipotenza, ai suoi occhi, come a quelli di un antico invidioso dio greco, quei due fidanzati sono apparsi troppo belli e felici, sia anche frutto di una abnorme, perversa esasperazione di un motivo subconscio che attraversa la nostra cultura occidentale: quello per cui le cose che ci appaiono molto belle, straordinariamente belle e felici, quelle che più ci piacciono e più ci innamorano, siano anche temibili: siano davvero tanti béli che guaj come diremmo noi parmigiani.

 

 

GIOVANNI PETROLINI Del fattaccio si è occupata ampiamente la cronaca di questi giorni. A Lecce un giovane, un povero infelice, ha massacrato a coltellate due poveri fidanzati. Perché? Perché colpevoli ai suoi occhi di essere troppo felici. Reo...

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