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L'EX MALATO DI COVID

«Il virus mi ha distrutto. E ho anche perso la memoria per un mese»

di Pierluigi Dallapina -

18 ottobre 2020, 05:07

«Il virus mi ha distrutto. E ho anche perso la memoria per un mese»

Il Covid gli ha azzerato la memoria. Andrea Gallo non ha idea di cosa gli sia successo per circa un mese. «Nei miei ricordi ho un buco nero, iniziato a mezzanotte del 27 marzo e proseguito per almeno 25 giorni», racconta il 53enne infermiere e operatore del 118 che nei mesi più bui del contagio è stato messo ko dal virus.

Dove si trovava quando è iniziato questo vuoto di memoria?

«Era il 27 marzo e mi trovavo all'ospedale di Vaio, dov'ero ricoverato perché la mia situazione, dal punto di vista respiratorio, si era messa molto male. Quando ho ripreso in mano il cellulare, una volta uscito dalla terapia intensiva, ho visto che qualcuno mi aveva scattato una foto mentre indossavo il casco Cpap e un'altra mentre avevo il Blevel, un sistema di respirazione con la maschera. Io però non ricordavo nulla».

Cosa ha pensato davanti alle foto che la ritraevano attaccato alle macchine?

«Mi sono subito chiesto: “Chi si è permesso di farmi delle foto mentre ero in quelle condizioni?” La risposta mi ha spiazzato, perché ero stato io, solo che non me lo ricordo affatto. Così come non ricordo di aver scritto a mia moglie che mi stavano portando in sala operatoria per intubarmi. È come se non fossi stato io ad agire».

Come è possibile che la sua memoria si sia persa i ricordi di un mese?

«A causa della malattia, al cervello arrivava poco ossigeno e questa può essere una spiegazione. Poi è anche vero che la mente, come meccanismo di difesa, tende a dimenticare le situazioni di grande stress. Infine, credo che dipenda anche dai farmaci che mi hanno somministrato durante il periodo in cui sono stato intubato. Ma c'è di più, perché uscito dalla terapia intensiva, per alcuni giorni, ho avuto le allucinazioni».

Che tipo di allucinazioni?

«Persone legate al sogno, di cui ricordo ogni particolare, relativo al mio trasferimento in ambulanza a Roma, all'ospedale Umberto I. Solo dopo che i medici mi hanno assicurato di non avermi mai trasportato fuori dall'ospedale di Vaio, quelle voci e quelle figure sono scomparse. Molto probabilmente erano legate agli oppiacei e ai curari somministrati durante i giorni di terapia intensiva».

Quando è iniziato il suo calvario?

«Mia moglie mi ha portato a Vaio il 27 marzo, sono stato ricoverato in terapia intensiva il 5 aprile e ci sono rimasto per una ventina di giorni. Il 29 maggio mi hanno dimesso e sono tornato finalmente a casa. Quando sono entrato in ospedale pesavo 94 chili, mentre ora ne peso 69».

Quali strascichi le ha lasciato la malattia?

«Ho subito provato a reagire, perché per carattere non mi abbatto, ma all'inizio non stavo in piedi, non avevo muscoli. Tornato a casa andai al mercato con mia moglie, camminai per cento metri, alla fine ero distrutto, disintegrato. Non avevo la forza di reggere il peso di una punta di formaggio. Ora mi sono ripreso all'80%, ma ho ancora problemi all'olfatto. Quando c'è un condizionatore acceso avverto un fastidioso odore di sigaretta spenta».

Com'è ora la sua vita?

«Sono tornato al lavoro e mi faccio forza pensando alla mia famiglia, però i problemi al polmone rimangono, quindi faccio tutto con più calma. Poi non dimentico di aver rischiato di morire. E pensare che ero andato al pronto soccorso per qualche colpo di tosse».