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Le nuove regole

Baristi tra rabbia e rassegnazione. I ristoratori: "Non bisogna spaventare la gente"

20 ottobre 2020, 05:07

Baristi tra rabbia e rassegnazione. I ristoratori: "Non bisogna spaventare la gente"

BAR
Si respira un misto tra rabbia e rassegnazione tra i baristi parmigiani. Le nuove regole previste dall’ultimo Dpcm prevedono ulteriori restrizioni, a partire dall’obbligo di effettuare le consumazioni al tavolo a partire dalle 18. I più penalizzati sono i locali della movida e della vita notturna cittadina, mentre i bar che lavorano negli orari diurni sembrano poter reggere meglio al colpo. Daniele Piccioni (Cantina Canistracci di piazzale San Lorenzo), è chiaro: «I nuovi provvedimenti non mi sembrano di grande utilità per evitare il contagio - dichiara -. Se infatti obblighi gli avventori a rimanere seduti al tavolo, perché dover chiudere alle 24 anziché alle 2? Fino a quando i clienti sono al tavolo o dentro un locale si trovano in un contesto controllato, in cui devono tenere determinati comportamenti. Chiudere alle 24 significa far riversare in strada tante persone senza, di fatto, poterle controllare». Il bar Caracol di via Farini lavora soprattutto di giorno, ma risente comunque di un calo della clientela. «Non lavoriamo la sera, a differenza di tanti altri bar di via Farini, ma soprattutto nel weekend ci capita di chiudere un po’ più tardi del solito - spiega il co-titolare Daniele Avanzi -. Sulla carta siamo più fortunati di altri, ma il provvedimento ci penalizza comunque». «Il vero problema in realtà è la paura - prosegue lo stesso Avanzi -: nel nostro locale stiamo attenti a rispettare le regole, ma entrano meno clienti di prima. Basta che qualcuno di passaggio veda due o tre persone dentro al locale per farlo desistere. La gente ormai è terrorizzata». A "Le Malve" hanno accolto le nuove regole cercando di guardare il loro lato positivo. «Rispetto a quanto era stato annunciato inizialmente, ci aspettavamo di peggio - confessano nel locale di via Farini -. La situazione non è certo delle migliori, ma qualcosa si riesce comunque a fare. L’obbligo di effettuare le consumazioni al tavolo dalle 18, da un lato è penalizzante, ma dall’altro consente di far rispettare a tutti le regole sul distanziamento. Speriamo soltanto, però, che non sia il preludio di ulteriori restrizioni». Tra i locali del centro c’è anche chi preferisce rilasciare una dichiarazione in forma anonima. «Con queste restrizioni sono necessari degli incentivi per poter andare avanti - dichiara un gestore di un bar -. Le colazioni sono in calo, così come le pause pranzo, diminuite drasticamente a causa dello smart working. L’unica entrata che ci rimaneva era quella legata agli aperitivi. Con l’obbligo della consumazione al tavolo dalle 18, verrà decimata anche questo tipo di clientela. I casi sono due: o ci aiutano o chiudiamo». L.M.

RISTORANTI
«Ufficialmente con questo nuovo dpcm per noi ristoratori è cambiato poco. Il problema semmai riguarda la percezione delle persone». È il commento di Luca Dall'Argine dell'Antica Hostaria Tre Ville di via Benedetta sul nuovo decreto della presidenza del consiglio dei ministri che prevede per i ristoranti la chiusura alle 24 e un massimo di sei persone per ogni tavolo. Sul numero sei lo stesso Dall'Argine racconta un aneddoto appena capitatogli. «Qualcuno mi ha telefonato per chiedere se potevano ancora venire in più di sei - spiega -. "Certo", gli ho risposto. Ma dovrò dividervi su più tavoli"». L'orario di chiusura non lo preoccupa, invece, più di tanto. «La gente viene a mangiare dalle 20 alle 21,30 - aggiunge -. Il problema, semmai, è costituito dal fatto che avevamo ricominciato a lavorare un po' di più da circa tre settimane e provvedimenti come questo, e anche alcuni titoloni a effetto di certi media nazionali, fanno preoccupare la gente. Che, a volte, resta a casa o cancella la prenotazione». Sospira, invece, Ettore Del Picchia dell'appena riaperta dopo alcuni lavori pizzeria Orfeo di via Carducci. «Avevo chiuso durante lo scorso lockdown - commenta - e mi trovo a riaprire in questi giorni comunque difficili». Sul numero massimo di sei persone per tavolo, è la battuta, «io ho anticipato Conte, perché lo faccio già dalla settimana scorsa, quando ho riaperto. Anche l'orario di chiusura a mezzanotte a me non crea alcun problema». Quello che gli dispiace è, invece, che «si punta un po' troppo il dito contro bar e ristoranti». Che, ultimamente, si sono trasformati perfino in «gendarmi e infermieri. Ai clienti misuriamo la temperatura e chiediamo la rintracciabilità e il numero di telefono. Quest'ultima cosa non a tutti piace». Per i ristoratori, comunque, questi mesi sono stati difficili. «Prima del lockdown all'Orfeo avevo 120 posti a sedere - conclude Del Picchia -, ora ne ho settantaquattro. Fate voi i conti». Roberto Lauria, infine, del San Martino dell'omonimo viale, si è organizzato da tempo. «Poteva andare peggio» ripensa al dpcm appena annunciato da Conte. «Magari perderemo quella fascia di clienti, specie di giovani, che veniva a mangiare dopo le 23 - spiega -. Ma noi da tempo cerchiamo di organizzare tutto nel segno del distanziamento. E devo dire che le persone capiscono e collaborano».