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Nuove restrizioni

I ristoratori: «Così rischiamo di non farcela»

27 ottobre 2020, 05:04

I ristoratori: «Così rischiamo di non farcela»

KATIA GOLINI

Al sit-in di ieri in Piazza seguirà stasera alle 21 un raduno nel piazzale della Pilotta (aperto a tutti). E domani mattina, la mobilitazione pacifica si sposterà in 18 piazze italiane (per l'Emilia-Romagna tutti a Bologna, manifestazione promossa dalla Fipe), per accendere i riflettori sulle difficoltà della categoria. In fondo, la richiesta al governo è una sola: poter lavorare. Ed è sottinteso: nel rispetto delle norme sanitarie in vigore.

 

 

Come in tutt'Italia, anche qui, nel cuore della Food valley, gli esercenti pubblici si sentono colpiti e feriti dall'obbligo di chiusura alle 18 imposto dal nuovo Decreto della presidenza del consiglio, più indigesto che mai. In questi mesi si sono organizzati, hanno distanziato e ridotto drasticamente i posti a sedere, allestito spazi all'esterno pur di garantire il massimo della sicurezza. Adesso, un altro stop - perché di fatto vietare le cene al ristorante e gli aperitivi significa nel migliore dei casi dimezzare gli introiti, in qualche caso cancellarlo completamente - potrebbe davvero essere fatale.

«Se c'è l'esigenza di interrompere il contagio - dice Daniele Cocchi, del ristorante Cocchi di via Gramsci, un'istituzione della cucina parmigiana - non capisco che differenza ci sia tra pranzo e cena. Noi da 85 coperti siamo passati a 50, garantiamo il distanziamento tra gli ospiti, mettiamo a disposizione ovunque il gel igienizzante, chiediamo a tutti di indossare la mascherina, non vedo cosa potremmo fare di più per garantire sicurezza. Semmai il problema degli affollamenti riguarda i mezzi del trasporto pubblico e assembramenti d'altro genere. Anche la movida... non è certo colpa dei gestori se i ragazzi si affollano all'esterno del locale, in strada. Andrebbero semmai istruiti meglio i giovani sui rischi che corrono e fanno correre agli altri».

Sta già meditando soluzioni alternative Davide Censi della trattoria Antichi Sapori, pronto a ripristinare l'asporto come ai tempi del lockdown, così come Giancarlo Tavani. Alla trattoria Ai Due Platani c'era il tutto esaurito a pranzo e a cena per le prossime settimane, l'impegno adesso è tutto concentrato sulla riorganizzazione: «Cercheremo di allungare i tempi del pranzo puntando sui doppi turni. Ma non si può certo pensare che sia la stessa cosa. Dal 26 maggio siamo rimasti aperti sette giorni su sette, a pranzo e a cena. Sapevamo che un'altra chiusura poteva esserci imposta quindi abbiamo cercato di ottimizzare e mettere a frutto il tempo che avevamo a disposizione. Ma questo non vuol dire che la chiusura alle 18 ci stia bene. Lavorare così è molto, molto complicato soprattutto nei riguardi dei dipendenti a cui abbiamo chiesto sacrifici. Siamo consapevoli che dobbiamo avere pazienza, ma organizzare il lavoro in queste condizioni è davvero complesso». Sulle manifestazioni in programma un solo commento: «Un modo per far sentire la nostra voce e la nostra coesione» conclude Tavani.

 

 

Il primo giorno di lockdown serale per alcuni coincide con il turno di chiusura settimanale, ma non è meno indolore. «Ogni realtà fa storia a sé - dice Ivan Albertelli dell'Hostaria da Ivan a Fontanelle -. Noi con i pranzi non lavoriamo abbastanza per sentirci tranquilli. Non basta certo tenere aperta la domenica. Nel nostro locale i clienti preferiscono venire la sera, a pranzo non si fa molto. Ci adegueremo alle norme perché siamo persone responsabili, ma questa chiusura potrebbe mettere in ginocchio molti di noi. Un danno a tutta la filiera, senza contare i dipendenti che per forza di cose non potranno lavorare».

Al Parmgianino, ristorante del Grand Hotel de la Ville, stessa delusione: «Abbiamo riaperto da settembre adeguandoci rigorosamente alle norme di sicurezza e c'è già uno stop - dice la responsabile Isabella Calestani -. La situazione non è certo semplice da gestire, né incoraggiante, soprattutto perché le pause pranzo di lavoro sono praticamente assenti dal momento che quasi tutti lavorano in smart working. Capiamo la gravità del momento, la necessità di arginare il dilagare dell'epidemia, ma il settore a queste condizioni non può reggere».

Si entra scaglionati e ci si siede distanziati all’Umami gastrobar di via Saffi. E’ attento al rispetto delle regole Alessandro Bardini, che si affretta a disinfettare i tavoli ad ogni caffè servito. E' uno dei tanti che ama il suo lavoro e ce la mette tutta dalla mattina alla sera, con passione: «Alla riapertura ho fatto delle assunzioni per cercare di lavorare al meglio e per recuperare il tempo perduto. Ho dimezzato i posti a sedere e preso ogni precauzione. Avevamo ripreso alla grande e c’erano tutte le possibilità di lavorare bene, ora non so cosa succederà. La mia priorità saranno i dipendenti, ma non potrò tenerli tutti se il lavoro si dimezza. Il governo ha promesso aiuti, spero arrivino e siano importanti. No, non capisco proprio il senso delle limitazioni per chi rispetta le regole».

 

 

KATIA GOLINI Al sit-in di ieri in Piazza seguirà stasera alle 21 un raduno nel piazzale della Pilotta (aperto a tutti). E domani mattina, la mobilitazione pacifica si sposterà in 18 piazze italiane (per l'Emilia-Romagna tutti a Bologna,...

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