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'NDRANGHETA

Operazione «Grimilde», fino a 11 anni di carcere per i parmigiani coinvolti

di Georgia Azzali -

27 ottobre 2020, 05:08

Operazione «Grimilde», fino a 11 anni di carcere per i parmigiani coinvolti

Da Brescello all'intera Padania. I tentacoli del «Calamaro» si estendevano ben oltre i confini del paese di Peppone e don Camillo. Salvatore Grande Aracri, figlio di Francesco e nipote del boss Nicolino, da tempo al 41 bis a Opera, sapeva far girare ovunque gli affari di 'ndrangheta. Finito dietro le sbarre nel giugno dello scorso anno, durante l'operazione «Grimilde», coordinata dalla Dda di Bologna, ieri si è visto affibbiare 20 anni (in abbreviato, quindi con lo sconto di un terzo) dal gup Sandro Pecorella, come richiesto dal pm Beatrice Ronchi. Stessa pena anche per l'ex presidente del consiglio comunale di Piacenza, Giuseppe Caruso, ex Fratelli d'Italia ed ex funzionario delle Dogane. Quarantotto imputati, 41 condanne e una sfilza di anni di carcere: oltre 200. Un maxi risarcimento di oltre 2 milioni è stato stabilito per il ministero dei Trasporti e provvisionali cospicue sono state anche disposte per enti pubblici, tra cui la Regione Emilia Romagna, sindacati e associazioni che si sono costituiti parte civile.

Ma Salvatore Grande Aracri poteva contare su amici fidati anche nella nostra zona. E pene pesanti, seppure inferiori a quanto chiesto dalla procura, sono arrivati per i tre imputati, con casa tra Parma e provincia, che furono arrestati durante il blitz con l'accusa di associazione mafiosa: 11 anni, 8 mesi e 20 giorni a Claudio Bologna e 11 anni sia a Giuseppe Strangio che a Giuseppe Lazzarini. Due anni (pena sospesa per la durata di 5 anni) e interdizione dall'esercizio della professione per 2 anni per la consulente del lavoro Monica Pasini, imputata di intestazioni fittizie e rimasta sempre a piede libero.

Chi invece avrebbe saputo come muoversi bene tra gli uomini del clan era Strangio, 50 anni, natali a Rocca di Neto, ma da tempo con casa a Traversetolo: dimostrava, secondo gli inquirenti, di aver mantenuto conoscenze tra i clan di 'ndrangheta calabresi e - soprattutto - di essersi inserito a pieno titolo nella cosca emiliana. Parola dei collaboratori di giustizia, Giuseppe Giglio e Salvatore Muto (1977), figure di spicco della maxi inchiesta Aemilia. Che su Strangio hanno riempito verbali della Dda di Bologna. Associazione mafiosa ed estorsione: queste le accuse per Strangio. Lui che, secondo l'accusa, non mancava alle riunioni della cosca, comprese quelle in cui bisognava organizzarsi per appianare i conflitti con i clan rivali. C'era anche lui al summit di Voghera, nel settembre del 2015, quando si trattava di placare le ire della famiglia Chindamo-Ferrentino, dopo che la società mantovana Riso Roncaia, aveva vinto - secondo gli inquirenti, grazie all'intervento dei Grande Aracri - il bando europeo Agea. Ma Giuseppe Strangio è per l'accusa anche l'uomo che, insieme ad altri membri del clan, minaccia i titolari dell'azienda in ritardo nell'assegnare alla cosca i trasporti di riso.

E a far sentire il peso - e la forza di intimidazione del clan - ci avrebbe pensato anche Bologna, 55 anni, origini milanesi, ma con casa in via Brozzi, accusato di associazione mafiosa, estorsione e truffa. Anche lui, insieme a Strangio, a Salvatore Grande Aracri, a Francesco Muto (1967), a Giuseppe Caruso, ad Albino Caruso e a Domenico Spagnolo è accusato di estorsione. Uno specialista anche della truffa, però, secondo gli inquirenti: grazie all'appoggio di un nipote, dipendente di banca, e con il concorso di Salvatore Grande Aracri e dei fratelli Caruso, aveva fatto credere ai titolari dell'azienda Riso Roncaia di poter ottenere una linea di credito di 5 milioni. Finanziamento mai arrivato, però in cambio il gruppo avrebbe ricevuto dagli imprenditori 28mila euro.

Ma anche Lazzarini, 37 anni, origini crotonesi e residenza ufficiale a Cutro, da tempo con casa a Sorbolo, avrebbe avuto grande facilità nel muoversi tra le dinamiche del clan. Ha già collezionato una pena definitiva nel processo «Aemilia» per una tentata estorsione nei confronti del titolare di uno stabilimento balneare di Ravenna e una condanna davanti al gup di Parma per false fatturazioni. Ma qui doveva fare i conti con l'associazione mafiosa, oltre che con il reato di intestazione fittizia, perché ci sarebbe anche la sua mano dietro i passaggi vorticosi messi in atto per occultare l'effettiva titolarità di quote societarie.

D'altra parte, i nomi che scottano non possono e non vogliono comparire. Il profilo basso è d'obbligo quando si devono aprire società e fare affari. E Salvatore Grande Aracri poteva contare su teste di legno anche tra Parma e provincia.