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La proposta

Meschi: «Separare gli anziani dai giovani? L'isolamento è devastante»

31 ottobre 2020, 05:08

Meschi: «Separare gli anziani dai giovani? L'isolamento è devastante»

MARA VAROLI

L'Italia è un paese per vecchi e separare i giovani dagli anziani per evitare un secondo lockdown è un'idea che nel Bel Paese farà fatica a concretizzarsi. «La proposta mi sembra un azzardo e non sono completamente d'accordo». Tiziana Meschi, responsabile del reparto Covid dell'ospedale Maggiore al padiglione Barbieri, storce il naso all'ipotesi di alcuni esperti di dividere gli under dagli over. Una «soluzione» che può diventare la regola là dove c'è una tradizione, per cui la famiglia si allontana già quando i ragazzi sono adolescenti, come in molte realtà del Nord Europa.

E poi, chi sono gli anziani di cui si parla in questa nuova proposta?

«Addirittura sono i 50-60enni, che rappresentano la forza lavoro dell'attività produttiva - continua la Meschi -. Forse non si sa che tutte le società di geriatria stanno spostando l'età dell'anziano a 75 anni. Non ci sono dubbi che il contagio per gli anziani sia più pericoloso e che per i decessi siano la categoria più colpita. Ma non possiamo dimenticare che ci sono tanti anziani non autosufficienti che vengono gestiti da badanti e familiari: se accettiamo questa proposta, dopo chi li aiuta? Sarebbe una situazione molto complicata da organizzare. L'isolamento in queste persone porta a diversi problemi anche a un anziano autosufficiente: sono persone indifese, come si fa a lasciarle sole?».

Però è vero che i contagi oggi avvengono in buona parte in casa?

«Certo, i contagi oggi sono intra-familiari e intra-amicali, ma sarebbe difficile e anacronistico, nonché culturalmente impossibile nel nostro Paese dividerci dagli anziani. Anzi, un Paese civile deve prima di tutto tutelare le persone della terza età e le persone fragili. E se vengono isolate, subentrano in loro depressione e paura. Ricordiamoci che a marzo e ad aprile, molti anziani ne sono usciti devastati psicologicamente dall'isolamento. Bisogna sempre vedere l'altra faccia della medaglia».

Forse questa proposta nasce dall'esempio di alcuni Paesi che hanno avuto meno decessi in questo momento, come la Germania, in cui è da tempo che i giovani non vivono più con genitori e nonni?

«Sono sistemi un po' diversi dal nostro e il minore numero di mortalità non dipende sicuramente da quello. I danni dall'isolamento sono importanti: bisogna capire che non c'entra l'accumulo di anni, ma c'entra la vita. E se devono vivere soli, senza nessuno, molti non lo vogliono fare: quella non è vita. E poi, ma chi se la sente di lasciare solo il proprio genitore o il proprio nonno? Fra quattro mura senza più riferimenti umani? Non è una questione che si può ignorare».

Quindi cosa consiglia?

«Deve esserci un approccio più responsabile: io stessa cerco di mantenere sempre le distanze con mia madre. Bisogna mettersi in testa che tutte le volte che non si usa la mascherina si rischia di infettare gli altri. Anche in casa bisogna adottare le misure preventive, a maggior ragione se c'è una persona fragile: mascherina, distanziamento, finestre aperte e lavare e igienizzare spesso. Perché capita che se si ammala una persona, tutta la famiglia viene contagiata».

In che cosa l'esperimento degli scorsi mesi è fallito?

«L'esperimento è fallito per più motivi. Non bisognava cantare vittoria e uscire tutti fuori come se niente fosse. I mesi estivi dovevano essere un test per capire cosa sarebbe successo in autunno. Andava mantenuta una certa cautela e ci voleva buon senso. Cosa che invece non c'è stata. assembramenti, cene, feste come se nulla fosse. Avevamo appuntamenti fondamentali a settembre, come l'apertura delle scuole, e ci siamo comportati in modo sgangherato».

All'ospedale Maggiore però i numeri sono ancora gestibili?

«Al reparto Covid del Barbieri abbiamo 112 malati, di cui 103 positivi in età tra i 29 e i 99 anni. Il 36% sono donne. In terapia intensiva le persone sono 12. I numeri sono ancora affrontabili e continuiamo con le cure personalizzate. Il metodo di cura è migliorato e più tempestivo, con una notevole quota di pazienti gestita a domicilio, grazie anche al prezioso aiuto dei medici di famiglia. Insomma, a Parma qualcosa è cambiato rispetto alla primavera passata».

Cosa invece è peggiorato?

«È peggiorata la capacità di adattarsi e di capire. Una nuova portata in faccia ha diffuso la rabbia, ma non è così che si vince la battaglia: bisogna collaborare tutti insieme, senza fazioni. Certo, è comprensibile la preoccupazione di chi ad esempio si vede limitare la propria attività, ma è inutile prendersela con qualcuno».

A prescindere dal fatto che forse nessuno ha per ora la ricetta giusta per risolvere l'epidemia e il rischio contagi, quali possono essere gli accorgimenti giusti da adottare?

«Innanzitutto, lo smart working là dove è possibile deve essere generalizzato, per evitare gli spostamenti inutili e così decongestionare i trasporti. Proprio per evitare un nuovo lockdown il cui pensiero fa tremare i polsi a tutti, è bene anche preservare una certa fascia di età scolastica almeno fino ai 15 anni: d'accordo è sempre meglio la lezione in presenza, ma in questo momento sarebbe fondamentale didattica a distanza negli ultimi tre anni delle superiori e all'università. Terza cosa, comprendere fino in fondo che ora tutto dipende dall'individuo e dal suo comportamento, per cui molto dipende da noi. Anzi, io dipendo da te e tu dipendi da me. Non portare la mascherina non è un gesto di ribellione, indossarla invece è un gesto d'amore».

 

MARA VAROLI L'Italia è un paese per vecchi e separare i giovani dagli anziani per evitare un secondo lockdown è un'idea che nel Bel Paese farà fatica a concretizzarsi. «La proposta mi sembra un azzardo e non sono completamente d'accordo». Tiziana...

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