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La storia

La bici rubata e la lunga indagine del cittadino investigatore

di Chicco Corini -

01 novembre 2020, 05:08

La bici rubata e la lunga indagine del cittadino investigatore

Tra i mezzi di locomozione urbana quello che preferisco di gran lunga è la bicicletta. È anche una «questione di feeling» per cantarla con Cocciante-Mina e per pedalare in libertà. Ecco, se mi togliete la bicicletta mi depauperate della libertà. E qualcuno l’ha fatto: mi hanno rubato la bicicletta! Credo che quella sera di fine agosto da piazzale Volta, a quella canaglia che ha sradicato la mia libertà di velocipedista, gli deve essere arrivata una gragnuola di maledizioni nello slang più volgare che si possa immaginare, da stordire chiunque. Invece, lui è uno vaccinato agli anatemi e ha continuato per altre settimane a pedalare in propria sovranità illegale rullando col compressore sulla mia libertà parmigiana. Lasciandomi appiedato. Ma, almeno una saetta l’ha centrato nel punto giusto, visto che la bicilibertà è poi tornata a me.

Il FURTO

Non ricordo se al cinema Astra ci sono andato almeno una volta nella vita con l’auto. Non credo: sempre con la spider a due ruote e pedali. Per quella sera di fine agosto il meteo metteva un bel temporale. Ci andiamo lo stesso in bici all’Astra, proviamo, ci siamo detti. E parcheggiamo nella rastrelliera di piazzale Volta: chiudo il lucchetto a ferro di cavallo e con una catena pesante unisco la mia bici con quella di mia moglie. Al cinema davano il bel film su Ligabue. Entriamo nell’arena estiva da via Rondizzoni. La pioggia ci porta a vedere l’ultimo quarto d’ora al chiuso e usciamo così dalle porte principali. Scendo, vado a sinistra e la bici non la vedo più. Per terra la catena tranciata. Nella rastrelliera almeno l’altra bici di famiglia è salva. Sotto il diluvio sono tornato a casa, a piedi, bagnato fradicio ma surriscaldato dalla rabbia.

LA DENUNCIA

Il giorno dopo vado dai carabinieri in via Delle Fonderie con la mia denuncia già predisposta. Ma non avevo foto della bici rubata, mi mancava questo elemento essenziale per essere esaustivo nell’esposizione.

A piedi torno e ritorno sul luogo del delitto. Penso e ripenso a che fine può avere fatto la mia bici. Rubata e immessa sul mercato clandestino? Guardo e riguardo gli annunci su internet, in particolare sulle offerte di bici usate in Emilia. Non c’è traccia della mia bici. Ben marchiata «Ghidini» e con qualche decoro. Una bici di gamma media che può piacere a tanti. Intanto, sulla «Gazzetta di Parma» si dà notizia del furto di varie biciclette. E la denuncia a un parmigiano per aver acquistato una bici rubata. Insomma, c’è un gran movimento attorno alle bici altrui.

LE INDAGINI

Rinuncio? Mi faccio una bici nuova usufruendo del bonus? Ormai, la davo per persa questa sfida sul nulla.

Ma ecco, all’improvviso, spuntare proprio dal nulla quella sorpresa desiderata per un mese intero. Erano i primi giorni di ottobre. Esco dal Parco Ducale, naturalmente a piedi, e sto per attraversare via Pasini sulle strisce pedonali quando mi sfiora la mia bici, almeno credo che sia quella poiché la vedo solo con la coda dell’occhio. Mi giro e fisso bicicletta e ciclista-abusivo. Gli faccio il cenno di fermarsi e lui si ferma all’inizio del parcheggio che dà lì va fino a piazzale Santa Croce. Cammino verso di lui, con il telefonino nelle mani ad altezza pancia, pronto a scattare foto. Il farabutto se ne accorge ma riesco ad arrivargli a distanza di sicurezza, per controllare soprattutto che quella bici sia proprio la mia e lo guardo ancora per un attimo e vedo che dal mento gli spunta una folta barbetta nera come la sua pelle.

Me lo dicono chiaramente, prima i carabinieri poi la polizia, non dovevo avvicinarmi, avrei dovuto solo seguirlo a distanza e segnalare le coordinate a loro. Ma per prima cosa io dovevo accertarmi che quella bici fosse realmente mia. Non è facile identificarle in velocità e a distanza. E del fuggitivo ho perso le tracce subito dopo.

Nei giorni seguenti continuo a girovagare nell’Oltretorrente e nel Parco Ducale. In tenuta da jogging rasento il boschetto dietro il Palazzetto Eucherio Sanvitale. Non penetro in quel centro di smistamento di droga. Mi salutano, i cosiddetti cavallini: «Ciao zio», «tutto bene?», «vuoi qualcosa?». Sorridono ammassati attorno ad una panchina e parcheggiate alla rinfusa ci sono diverse bici di ogni genere: soprattutto quelle da donna. La mia non la vedo.

Come diceva Andreotti: «A pensare male si fa peccato, ma spesso si indovina», e di tutte quelle bici nel boschetto del Parco Ducale, gli attuali «proprietari» non hanno di certo lo scontrino o la fattura di provenienza. Le forze dell’ordine potrebbero fare un’irruzione e chiedere ai presenti: «Di chi sono queste biciclette?». La risposta sarebbe un fuggi-fuggi. Ma poi, ci ho riflettuto, se recuperi diciamo dieci bici, senza faticare, cosa potrebbe succedere nella notte? Il rischio è quello di attivare una scorribanda in mezza città di spacciatori specializzati nel furto di bici. Adesso, sono spuntati anche i cavallini sui monopattini che fanno la spola tra Parco Ducale e Piazza della Pace.

IL CERCHIO SI STRINGE

Dopo alcuni giorni di investigazioni, rieccolo, incredibilmente, il mio fuggitivo sempre in sella alla mia bicicletta. Lo vedo spuntare da vicolo Grossardi. Io sono sotto i portici dell’Ospedale Vecchio. Questa volta lo seguo solo con gli occhi e lo vedo svoltare su piazzale Inzani. Mi metto in contatto con carabinieri e polizia e ripeto quello che qualche giorno prima avevo detto a loro: «Sono certo che quella bici sia la mia bici rubata». Poi vado anch’io nel cuore dell’Oltretorrente, però della mia «Ghidini» non c’è più traccia. Ma non demordo, il maledetto bazzica in un areale che va da via Primo Savani (un altro bel mercatino della droga) fino a via Bixio e lo passo al setaccio, sempre a piedi. Ed ecco riapparire la mia bici: appoggiata su altre bici all’angolo tra strada Imbriani e strada Inzani. Non faccio in tempo a decidere cosa fare che spunta la canaglia, come se avesse un’antenna o in giro ci sono tante sentinelle che controllano tutto e tutti. Io sono dall’altra parte della strada e lui incomincia ad agitarsi, gridare e minacciare: «Vattene», mi urla. Poi salta sulla bici e scappa.

Ingoio il «vattene», ma John Belushi mi incita: «Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare». Tradotto: cambio strategia. Anch’io, quindi, mi doto di una bici. Un catorcio con un sellino sfregiato e un cigolio insopportabile anche dopo aver ben lubrificato la catena. Ma non lo becco più, il ladro di biciclette. Una biscia che mi scivola via.

IL RITROVAMENTO

Invece, no. E’ lui a cadere solo-soletto nella rete. Un bel giorno mi si è appalesato all’angolo tra viale Vittoria e strada del Quartiere. Questa volta non mi può proprio vedere, è accecato dal sole che scende giù da Ovest. Lo vedo attraversare i viali e buttarsi in via Rasori. E mi dico: «Se questo raggiunge l’ingresso dell’ospedale lo perdo ancora perché potrebbe nascondere la bicicletta in mezzo a tantissime altre o infilarla in un angolo che nessuno vede». Era successo a una amica: bici rubata davanti al Toschi, ritrovata, incredibilmente, davanti all’ingresso di radiologia, in quell’antro dove parcheggiano le ambulanze.

Invece, il mio uomo ha fatto solo una ventina di metri in via Rasori e ho rivisto la mia bici accatastata ad altre, tutte appoggiate al muro che confina con un indefinito market. Non mi sono fermato, sono andato fino all’ingresso del Rasori e poi sono tornato verso viale dei Mille. Lì, davanti alle vetrine del negozio di materassi, ho lanciato l’Sos. E lì nascosto ho atteso l’arrivo della macchina dei carabinieri. 15/20 minuti di febbrile attesa. Svoltiamo insieme su via Rasori. I militari parcheggiano di fianco a un piccolo cantiere edile e scendono. Io vedo la scena sul marciapiede dall’altra parte. Mi invitano ad andare a verificare le bici. Io, la mia «Ghidini», la indico senza esitazioni. Intanto, dal market escono almeno una decina di extracomunitari e alla domanda: «Di chi è questa bicicletta?», nessuno risponde. E io, guardando quelle facce con le mascherine, sinceramente, non riconosco più chi era poco prima sulla mia bici. Non l’ho nemmeno ben immortalato con gli occhi, è sempre stata la bici a catturare il mio sguardo. Comunque, mi è sembrato di essere nel romanzo di Carofiglio «Testimone inconsapevole» e alla prova delle fotografie per individuare veramente il colpevole anch’io mi sarei probabilmente sbagliato nel riconoscere tra una serie di immagini chi era sulla mia bici rubata il 31 agosto in un’altra parte della città rispetto alla zona dove è stata recuperata. Poi riconsegnata a me dai carabinieri (un triplo grazie), che mi hanno convocato in caserma per la lettura della mia precedente denuncia e la stesura del verbale di rinvenimento del velocipede. E io me la porto a casa così com’è, la bicilibertà. Con il lucchetto a ferro di cavallo divelto per rubarla e maltrattarla. E’ tutta acciaccata, serve subito un restauro profondo.