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LE PANDEMIE NELLA STORIA

Saremo grati alla mascherina oggi come cento anni fa

07 novembre 2020, 05:04

Saremo grati alla mascherina oggi come cento anni fa

di VIVIANO DOMENICI

«La salute è uno stato precario dell’uomo che non prevede niente di buono». Lo scrisse l’inquieto Guido Ceronetti e il suo aforisma è sempre attuale, anche se ce ne ricordiamo solo al bisogno, quando una malattia interrompe la nostra favola bella di un’umanità che ormai viaggia nello spazio, ma ancora non sa come tenere a bada un nemico invisibile e così piccolo che in un millimetro cubo potrebbero essercene diversi miliardi. La difesa risolutiva la stanno cercando gli scienziati nei laboratori di mezzo mondo, e non vediamo l’ora che la trovino. Nell’attesa dobbiamo fare in modo di non incontrare il nemico, sapendo che abbiamo solo tre modi per tenerlo lontano: indossare la mascherina, lavarci spesso le mani e stare ben distanziati per evitare di passarcelo tra di noi, visto che il virus ci utilizza come staffette. La cosa che stupisce – e mette un po’ in crisi la nostra supponenza di uomini del terzo millennio – è che queste armi di prevenzione di massa sono le stesse che venivano consigliate nel 1918-19 per sfuggire all’influenza Spagnola. Sembra un C’era una volta, ma questa è la realtà. Altrettanto sorprendente è scoprire che, a fronte dei suddetti ordini e consigli dei responsabili politico-sanitari, il pubblico si comportò come stiamo facendo oggi noi, più male che bene. In un secolo non siamo cambiati granché.

Lo testimoniano le cronache, le foto e i disegni pubblicati allora, soprattutto dai giornali statunitensi, perché nei Paesi europei impegnati nella Grande Guerra la censura oscurò l’informazione sull’epidemia. In Italia non esisteva affatto, erano solo voci false e tendenziose, dichiarò ufficialmente il nostro Presidente del Consiglio dei Ministri. Nei decenni successivi, il ricordo della Spagnola fu rimosso e non compare nemmeno nei libri di scuola dei giorni nostri, sebbene abbia mandato all’altro mondo 600.000 italiani, su 36 milioni. Tanti quanti morirono nella Grande Guerra.

Nel preparare le pagine dedicate alle mascherine – la prima delle tre difese – abbiamo avuto la sensazione di guardarci allo specchio: mascherine fai da te, in coda per averle, rifiuto di indossarle, nascita della Lega anti-maschere, teorie del complotto, è solo un’influenza, rimedi di fantasia, chiusura di cinema e teatri, funerali solo quando è buio, proteste di piazza, multe, disordini, arresti e così via. Veniva da chiederci se stavamo leggendo cose di oggi o di un secolo fa. Eppure proprio questo fenomeno speculare, creato da tanti elementi differenti che si prestano a diversi livelli di lettura, potrebbe aiutarci a capire meglio il dramma che siamo attraversando e come affrontarlo, senza aggiungere danni ai danni.

La mascherina fu il simbolo di tutto quello che accadde allora, e lo è diventata anche di questi giorni tristi. A questo pezzo di stoffa, che oggi ci toglie il piacere di guardarci in faccia e di mostrare le nostre emozioni, dovremo domani riconoscere il merito di averci aiutati a scamparla.


I baci in maschera ispirarono «Gli amanti» di Magritte?

C’è una sorridente vignetta del 1918, probabilmente americana, in cui si vede un’elegante coppia di innamorati che s’abbracciano e si baciano, ma hanno entrambi una mascherina sulla faccia, per evitare di trasmettersi l’influenza Spagnola, la pandemia che fece temere la scomparsa del genere umano. Un bacio in maschera decisamente frustrante. Ma erano tempi difficili, e un bacio appassionato senza mascherina poteva trasformarsi nel bacio della morte. Per questo era decisamente sconsigliato. I baci in maschera ricordano le due versioni de «Gli amanti» che René Magritte dipinse nel 1928, quando aveva 30 anni. I critici d’arte si sono sempre arrovellati per cercare di capire che cosa abbia ispirato quei quadri, belli e angoscianti, avanzando ipotesi degne di Sigmund Freud. A quanto pare, gli esperti non hanno preso in considerazione la possibilità che l’artista abbia semplicemente interpretato le mascherine che aveva forse indossato nel 1918-19. Il principio logico del rasoio di Occam, ovvero scegliere la spiegazione più ragionevolmente vera, porterebbe a questa conclusione.

 


Bacio solo se «indispensabile alla felicità», oppure datelo con la racchetta-filtro

Con la Spagnola in corso, i baci erano davvero pericolosi, ma in casi estremi si potevano dare. Lo spiegò il dottor Gordon Henry Hirschberg sul «The Washington Times» del 6 ottobre 1918, con inaspettato slancio romantico: «Baciarsi è un fertile veicolo d’infezione e questa pratica deve essere fermata, eccetto nei casi in cui sia assolutamente indispensabile alla felicità». Un compromesso tra il bacio mascherato e il bacio in libertà la suggerì anni dopo la rivista americana «Popular Science Monthly» presentando un’invenzione che prometteva un vero bacio senza germi grazie a un utensile, simile a una racchetta da tennis in miniatura con retina-filtro, da posizionare al momento giusto tra le bocche degli amanti molto attenti all’igiene. Ma non ebbe un gran successo. Nel 1937 la rivista statunitense «Look» pensò di rievocare l’accessorio simbolo degli anni dell’epidemia incaricando un fotografo di realizzare una foto con due attori che si baciavano mantenendo la mascherina in faccia. Come modelli furono scelti due divi di Hollywood, Betty Furness e Stanley Morton, abituati a interpretare tutte le parti. Eppure la cosa non fu semplice, e i due mascherati dovettero ripetere la posa ben venti volte, perché a ogni tentativo di darsi quel bacio impossibile scoppiavano a ridere. Alla fine ce la fecero, forse pensando che la Spagnola aveva fatto piangere tutto il mondo.

 

 


Una signora di San Francisco fondò la Lega anti-mascherine

Mentre San Francisco era sotto il maglio dell’epidemia, la signora E.C. Harrington, convinta che l’obbligo imposto ai cittadini di indossare la mascherina fosse un affronto incostituzionale ai principi di una società libera, fondò la prima Anti-Mask League della storia. L’organizzazione fece in breve tempo qualche migliaio di sostenitori che protestavano per le multe inflitte a chi veniva trovato senza mascherina (5 o 10 dollari che venivano devoluti alla Croce Rossa) e a chi reagiva in malo modo agli inviti della polizia a indossarla. Il nervosismo generale provocò anche qualche eccesso in entrambi gli schieramenti: un ufficiale prese a pistolettate tre contravventori, mentre i no-mask spedirono per posta una bomba al dottor William C. Hassel, responsabile della salute pubblica, ma il postino sbagliò indirizzo e l’esplosione non provocò vittime. Alla fine, le manifestazioni dei contestatori delle mascherine contribuirono a creare una situazione fuori controllo, che provocò in città 45.000 infezioni e 3.000 morti, mentre i contagi aumentavano in tutto il Paese. A Filadelfia si preparava la grande sfilata dei soldati in partenza per l’Europa e le autorità pensarono di annullarla per evitare assembramenti e contagi, ma poi cedettero alle pressioni della cittadinanza. Le truppe furono autorizzate ad attraversare la città tra due ali di folla assiepata sui marciapiedi e fu una gran festa, ma al termine della parata tutti gettarono via le mascherine, e pochi giorni dopo la Spagnola si prese la rivincita dando a Filadelfia il primato dei morti negli Stati Uniti. Nella foto, manifestanti pro-mascherina che augurano il carcere a chi non la indossa.

 

 


Dai consigli utili al colpo di tosse stragista

I disegnatori americani si impegnarono in tutti i modi per convincere i loro concittadini a rispettare le buone regole anti-contagio e lo fecero utilizzando approcci diversi. L’annuncio realizzato per conto dello Stato della Virginia seguì la linea didascalica dei buoni consigli, spiegando quali erano le cose da fare e quelle da evitare. Messaggio decisamente più aggressivo quello del disegnatore che visualizzò i “droplets” emessi da un colpo di tosse o da uno starnuto di uno sconsiderato cittadino che avrebbe fatto meglio a rimanere in casa, anziché portare in giro la Spagnola con la sua falce nera a fare strage tra grandi e piccini.

 

 


I medici italiani inventarono la prima mascherina della storia

Quasi tutte le misure di protezione messe in atto durante le epidemie in epoca moderna hanno radici che risalgono al XIV secolo quando, durante le epidemie di peste, i medici italiani – che come tutti gli altri non sapevano ancora nulla di virus e batteri – cominciarono a indossare maschere protettive a forma di becco adunco, con due buchi all’altezza delle narici, riempite di erbe medicinali e balsamiche di una cinquantina di tipi diversi. Con questo filtro vegetale tentavano di depurare l’aria appestata e farla arrivare al naso profumata, convinti che questo potesse evitasse il contagio. L’idea fu ripresa e perfezionata nel 1630 dal medico francese Charles de Lorme, il quale ideò la tenuta completa del medico della peste: maschera a becco attaccata a un cappuccio dotato di un paio di occhiali di vetro, un lungo mantello di tela cerata per rendere l’abito idrorepellente, stivali, guanti, cappello e bastoncino utilizzato per tenere a debita distanza l’appestato e potergli comunque spostare gli indumenti per verificarne le condizioni senza avvicinarsi troppo. Quindi: maschera, veste lavabile, guanti e distanziamento. Non male. Peccato però che non servisse allo scopo, perché la peste non viaggiava nell’aria coi cattivi odori, ma la trasmettevano le pulci dei topi. Un errore che comunque scrisse la prima pagina della storia delle mascherine.

 


Gli Yankee non volevano le mascherine perché erano per gente da galera

A giudicare dalle quantità di foto di persone con mascherina che comparvero sui giornali americani all’epoca della Spagnola, sembrerebbe che gli Yankee fossero sempre tutti felicemente in maschera. Non era così. Non ne volavano sapere, anzi le detestavano, perché erano da sempre abituati a vederle sulla faccia dei cow boy che assaltavano le diligenze, dei gangster che rapinavano le banche a Chicago o San Francisco, o dei tagliagole che minacciavano «la borsa o la vita». Le mascherine erano quindi considerate adatte a ceffi da galera, e per i bravi cittadini americani mettersele in faccia era ritenuto disdicevole, offensivo. Forse avevano paura di non distinguere più tra guardie e ladri. Per questo i responsabili della salute pubblica avviarono una massiccia campagna fotografica – tipo «pubblicità progresso» – per nobilitare l’accessorio tanto disprezzato e convincere il pubblico che si poteva andare in giro in maschera anche senza una pistola in tasca. Lentamente tanti americani si convinsero a indossarle, ma non si convinsero mai del tutto a rinunciare alla pistola. La massiccia campagna nazionale americana in favore delle mascherine presentò persone di tutti gli strati sociali: eleganti signore con cappellino che parevano uscite dal negozio del modista, dattilografe e centraliniste ben pettinate e in camicetta candida, poliziotti, poveri strilloni venditori di giornali e anche lunghe file di operai e impiegati davanti all’ufficio sanitario in attesa di ritirate le mascherine. Tanti furono fotografati con la maschera, ma non tutti: in nessuna delle immagini che abbiamo rintracciato nei vecchi giornali americani compare un afroamericano, un asiatico, un latinos e neppure un nativo americano. Agli occhi dei bianchi tutti gli «altri» non esistevano, e ancora oggi stanno sullo stomaco a circa la metà degli Yankee.