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La storia

«Io, in guerra contro il Covid per otto mesi»

di Roberto Longoni -

08 novembre 2020, 05:07

«Io, in guerra contro il Covid per otto mesi»

Il Covid le ha portato via il marito in tredici giorni. A lei sono serviti otto interminabili mesi di ricovero per rinascere a 66 anni. Non alla vita di prima: la sua famiglia è stata falcidiata dalla pandemia e niente potrà più essere lo stesso; non nella casa di prima: il terzo piano senza ascensore del suo appartamento ora è un Everest per chi come lei nel polmone sinistro porta le stigmate del virus. Tornare a casa ora significa stare con le figlie, i generi e i nipoti: l'amore che continua a curare.

Otto mesi: in parte Lina Sassi li ha trascorsi con il tubo del respiratore in gola e tutti intrappolati in un letto, tra le fauci del coronavirus. Tre mesi in Rianimazione, due in terapia subintensiva sempre al Maggiore e altri tre al Cardinal Ferrari di Fontanellato, dove è stata rimessa in piedi. Ora, lei cammina, con gli «occhialini» nel naso, con la bombola di ossigeno a farle da un cagnolino al guinzagli. Gliene basta poco, un litro, ma senza va subito in affanno. Le gambe, le ha rieducate. E le mani le ha istruite ad accarezzare da lontano («Usiamo sempre le mascherine, anche quando viene un amico a casa, manteniamo il distanziamento, non sottovalutiamo questo flagello terribile» raccomanda; rattristata dal prolungarsi della pandemia, dei negazionisti non vuole nemmeno sentir parlare). Solo una volta le mani le hanno disobbedito, in questi giorni. «Quando le mie figlie Vanessa e Valeria sono venute a prendermi a Fontanellato - confessa - non ho potuto fare a meno di abbracciarle». Così come un naufrago non può resistere al desiderio di baciare la spiaggia, quando il mare in tempesta lo sputa a riva.

IL SACRIFICIO DEL MARITO
Lina un mare in tempesta lo ha attraversato. Quattro volte l'hanno data per spacciata. Le prime due era in coma e nemmeno se n'è accorta; le altre, l'ha sentito. Ha reagito lottando. E quando le sue forze sembravano non bastarle più, si è aggrappata all'amore per chi le rimaneva, cercando di abbassare una saracinesca tra sé e i lutti vicini. «Proprio così - racconta -. Mentre ero in terapia subintensiva un medico mi consigliò di abbassare una saracinesca e pensare a me stessa, per sopravvivere. Sono stata così male da dimenticare che mio marito non c'era più».

Proprio lei, che la prima volta non ebbe nemmeno bisogno di sentirsi annunciare la sua morte. Le figlie non vollero dirglielo via sms e chiesero aiuto a un'amica dottoressa, l'unica che potesse avvicinarsi al suo capezzale a Vaio. «Lina, devo dirti una cosa su Mauro...» le fece. E lei, con un filo di voce, la interruppe: «Lo so, è morto».

Mauro era Mauro Aimi, 67 anni, morto di Covid e di cuore. Vittima del virus e della propria generosità: milite della Pubblica assistenza, aveva trasportato in ospedale una 69enne fidentina che di lì a poco sarebbe stata uccisa dal coronavirus. «Lui non sapeva niente - racconta Lina -: quel trasporto l'aveva fatto con la mascherina in tasca. Ancora non si era capito bene l'entità di questa catastrofe. La signora non sembrava affetta dal Covid. Due giorni dopo il trasporto, ci cadde il mondo addosso, quando ci telefonarono che quella paziente era contagiata».

Eppure, Mauro era nel pieno della seconda giovinezza: frequentava la palestra, andava in montagna, era donatore Avis, aveva un sacco di amici. E un cuore così, a disposizione del prossimo, da volontario. Il virus non si fece scrupoli: il primo marzo il volontario aveva la febbre e il 7 sera venne portato in ospedale. «Ciao Mau, vedrai che ora starai meglio» gli fece la moglie. Lui rispose con un mezzo sorriso.

Pochi giorni dopo, prima di essere intubato, inviò un messaggio a Vanessa con il pin del proprio cellulare e con la raccomandazione di salutare la mamma. «"Dai papà, vedrai che ti curano" gli risposi - ricorda la figlia -. Vidi che aveva letto il messaggio. Il cellulare rimase acceso per un po', fino a quando, senza più carica, si spense. Lo ebbi indietro in una busta con gli altri pochi effetti personali». Aimi morì il 13 marzo.

INTUBATA QUATTRO MESI
La moglie, che in casa lo aveva accudito senza mai allontanarsene, febbricitante e spossata, l'8 marzo era finita a sua volta a Vaio. «Dove - aggiunge Vanessa - un fratello di mia mamma, 77enne, era già morto il 5 marzo, poco dopo il ricovero: anche lui una persona sanissima». Lina venne intubata il 16 marzo. «"Ecco, Signore, ci siamo" pensai. E ad alta voce dissi: "Fate quello che dovete. Sono nelle vostre mani, io voglio solo tornare alla mia famiglia"». Subito dopo fu trasferita in Prima anestesia e rianimazione al Maggiore. Una tra le prime a entrarci e l'ultima a uscirne: solo il 22 luglio è stata estubata, dopo essere stata sfiorata quattro volte dalla morte. «Una dottoressa - racconta Vanessa - mi aveva chiamata felice perché la mamma stava andando bene: due giorni dopo, mi telefona: "Non sappiamo se arriva a domani..."».

Prima degli ultimi tre mesi al Cardinal Ferrari Lina ricorda un'infinita lotta sofferente. Al suo capezzale l'impegno costante di chi dava tutto se stesso per lei: medici, infermieri, Oss (suoi ex colleghi: Lina Sassi è un'operatrice socio-sanitaria in pensione). «Tutti bardati: palombari al mio capezzale. Se sono qui è grazie a loro e grazie alle mie figlie, ai miei generi e ai miei nipoti Nicolò, Massimo, Margherita e Caterina. A darmi tutta questa forza è stato il loro amore». Lo stesso che l'ha aiutata ad affrontare il dolore per la morte del marito, vissuto una seconda volta durante il ricovero in terapia subintensiva. Vanessa e Valeria glielo dovettero dire, dopo che lei continuava a domandare «come sta il papà?».

«CHE BELLO RESPIRARE»
Alle sofferenze legate al risveglio nella realtà, intanto si aggiungevano quelle per gli strascichi della morfina. Tra i tanti incubi, Lina ne ricorda uno. «Entravo in un bar mezzo spogliata. E le mie figlie non mi guardavano nemmeno. Sono stati costretti anche a legarmi al letto in ospedale: mi agitavo, rischiavo di strapparmi le cannule, gli aghi infilati nelle braccia».

Poi, Fontanellato. «All'arrivo non riuscivo nemmeno a stare seduta: anche qui sono stata aiutata da persone speciali». Il rientro alla normalità un passo alla volta, seguita dalla fisioterapista di fiducia. Intanto, un tampone (negativo) dopo l'altro, il Covid restava sempre più alle spalle. La data della dimissione, Lina la conosceva da tempo. «Ma solo quando ho visto le mie figlie che mi venivano a prendere ci ho creduto».

Vanessa e Valeria si sono presentate con un cabaret di paste per gli ospiti e il personale del centro di riabilitazione e con un mazzo di fiori per la madre. Pettinata dalle amiche Oss, lei è salita su un'auto addobbata a festa da palloncini colorati. Sotto casa, l'aspettavano amici e parenti, cartelli dedicati a chi non si arrende. Oltre la porta, sapeva che avrebbe trovato anche una zuppiera di anolini in brodo: un concentrato di calore familiare. «Ho aperto la portiera dell'auto senza alcuna fretta di scendere. Volevo assaporare fino in fondo quei momenti. Anche solo respirare è bellissimo». L'applauso che ha accompagnato i suoi primi passi, Lina se l'è sentito addosso come un abbraccio. A distanza di sicurezza.