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I medici

In terapia intensiva covid a Parma anche «giovani» senza patologie croniche

12 novembre 2020, 05:08

In terapia intensiva covid a Parma anche «giovani» senza patologie croniche

MARA VAROLI

Diciannove persone ricoverate in terapia intensiva e 140 al Covid Hospital del Barbieri, di cui 125 positivi e gli altri in fase di negativizzazione. Numeri inferiori alla prima ondata, quando si registravano oltre mille malati. Ma se dovessimo tornare indietro?

Sandra Rossi non riesce a trovare le parole: «Eravamo tutti provati e turbati profondamente. Nei nostri cuori ci sono ferite, che fanno fatica a rimarginarsi». E Laura Malchiodi aggiunge: «Tornare indietro sarebbe spaventoso. Non c'è stato il tempo per metabolizzare la prima ondata: la forza si trova, ma visto quello che è successo, i tanti morti, la paura incombe».

TANTI LETTI
Appena si entra nella terapia intensiva quel timore è tangibile: i 19 ricoverati si trovano in ambienti aperti con più letti e ogni letto ha un monitor, un respiratore e vari strumenti super tecnologici per il monitoraggio h 24. Medici e infermieri con tuta, cappello, visiera guanti e calzari hanno una preparazione specifica, con una precisa professionalità. Sandra Rossi, direttore della prima Anestesia e Rianimazione dell'ospedale Maggiore e direttore del dipartimento interaziendale di Emergenza Urgenza, e Laura Malchiodi, referente del Covid Intensive Care, sono lì, sempre in prima linea, «per curare i pazienti in terapia intensiva - spiega Malchiodi -, che richiedono un monitoraggio continuo e le cure: dalla ventilazione non invasiva all'intubazione con ventilazione meccanica, e terapie di sostegno intensivo delle funzioni vitali». La prima Anestesia e Rianimazione ha il suo quartier generale al terzo piano dell'Ala Est del poliblocco, ma già la scorsa primavera in tempi di covid al quarto piano, ala Sud, è stata aperta una seconda Rianimazione: il Covid Intensive Care, ovvero il Covid Hub nazionale. Senza poi dimenticare le altre rianimazioni più specifiche: «A causa dell'enorme richiesta durante la prima emergenza sanitaria le terapie intensive si sono moltiplicate - ci accompagna Sandra Rossi - e quindi siamo arrivati a 54 posti letto covid e 10 posti letto no covid. Anche i posti all'ospedale di Vaio sono più che raddoppiati e da sei sono passati a 14. Conseguente a questo aumento il Ministero ha poi dato dei suggerimenti affinché i posti letto fossero costituzionali, per cui dovevano essere predisposti 14 posti letto per ogni 100 mila abitanti. Anticipando questa direttiva, le nostre aziende sanitarie già a marzo hanno iniziato a lavorare e in 56 giorni sono stati allestiti 14 posti letto di terapia intensiva: alla fine, prima del covid ne avevamo 30, ora ne abbiamo 68 a disposizione». Un piano organizzativo eccellente, un modello da seguire: «Lo sforzo progettistico di ingegneria è stato notevole - continua Rossi -, tant'è che addirittura alcuni reparti possono essere oggi riconvertiti a terapie intensive. E questo è stato il primo lungo e impegnativo passo di una sfida incredibile, grazie ai fondi aziendali, grazie ai fondi regionali e grazie alla generosità della nostra comunità: la generosità del tessuto imprenditoriale e di tanti cittadini è stata davvero commovente. Poi con il decreto di maggio sono stati stanziati i fondi ministeriali: un insieme di contributi per sostenere al meglio il nostro lavoro e per curare la popolazione». Anche sull'incremento del personale medico e infermieristico, Parma ha anticipato i tempi, «e contare sulle forze professionali è una questione fondamentale - sottolinea il direttore Rossi -. Come è risaputo non è facile reperire personale per le terapie intensive, ma la nostra azienda ospedaliero-universitaria con gli ultimi concorsi ha fornito una graduatoria corposa, alla quale abbiamo potuto attingere per far fronte all'emergenza: anche su questo fronte, devo dire che l'azienda e la Regione hanno compiuto notevoli sforzi per garantire il personale adeguato e dal punto di vista economico e sociale l'impegno è stato onerosissimo, a maggior ragione in questo momento di particolare difficoltà».

LE POLMONITI GRAVI
Le persone ora ricoverate in terapia intensiva sono 13 nel Covid Intensive care e 6 nell'ala Est del quartier generale, e come riporta la letteratura - spiega ancora Sandra Rossi -, sono ancora gli uomini ad essere più colpiti. L'età media è attualmente di 60 anni e varia dai 45 ai 73 anni. Rispetto a marzo i numeri dei ricoverati si sono ridotti: da 54 siamo passati a 19 (17 già codificati dalla Regione e 2 in fase di accertamento)». Le problematiche? «Polmonite da Coronavirus - interviene il medico referente Malchiodi -, in cui i polmoni hanno bisogno dell'assistenza ventilatoria necessaria per permettere alla patologia di risolversi. La ventilazione aiuta insieme ai farmaci approvati dalla Comunità scientifica: cortisone, eparina e gli antivirali solo per alcune tipologie di pazienti. Ci sono terapie standard e terapie in fase di studio, con criteri di inclusione differenti a seconda della fase e tipologia del paziente, in quanto è bene ricordare che il quadro clinico dei malati è variegato: il modo in cui si presenta la malattia è differente e il perché non è ancora chiaro». Non tutti si ammalano allo stesso modo e non solo i polmoni vengono compromessi dal virus: «Possono essere compromessi altri organi con problemi cardiaci, renali e neurologici - chiarisce Malchiodi -. Alcuni pazienti hanno patologie croniche già persistenti, ma ci sono persone che si sono ammalate in modo serio pur essendo sane».

IL PIANO PANDEMICO
«L'azienda ospedaliero-universitaria ha attuato una politica di attivazione modulare e progressiva di posti letto di terapia intensiva, per cui se non c'è la necessità non si aprono nuovi posti letto e quando invece c'è bisogno vengono addirittura attivati dei blocchi di posti letto - illustra il direttore Rossi -. Non usiamo risorse inutili: ad esempio ora su 22 ne abbiamo occupati 19 e quindi liberi ce ne sono ancora 3». Pazienti che arrivano in base a determinati parametri dal reparto Covid del padiglione Barbieri, dove è presente una squadra di anestesisti della seconda Anestesia, diretta da Elena Giovanna Bignami. Al Barbieri - ricorda la Rossi - c'è infatti un'equipe multidisciplinare guidata da Tiziana Meschi. E quando i pazienti stanno meglio, dalla terapia intensiva possono si ritornare al Covid Hospital oppure possono essere trasferiti nella terapia subintensiva respiratoria diretta da Maria Majori». Al Covid Hospital del Barbieri attualmente sono ricoverate 140 persone, numeri ancora fortunatamente lontani da quelli di marzo, quando solo al Maggiore i malati da Coronavirus erano circa 750, anzi oltre mille se si considerano anche gli ospedali di Vaio a Fidenza e di Borgotaro. Ma 140 non sono pochi: «L'organizzazione rispetto alla prima ondata è migliorata e i medici e gli infermieri hanno acquisito una certa esperienza dal punto di vista clinico e i risultati sono evidenti - dice il direttore Rossi -, ma siamo pronti al peggio, anzi dobbiamo, e il piano pandemico aziendale prevede diversi step di gravità. Ci auguriamo che non accada, ma la strategia è stata appurata. Facciamo sempre affidamento sulla responsabilità individuale, per adottare tutte le misure preventive e per evitare condizioni promiscue: dai comportamenti individuali dipende la tenuta del sistema».

MARA VAROLI Diciannove persone ricoverate in terapia intensiva e 140 al Covid Hospital del Barbieri, di cui 125 positivi e gli altri in fase di negativizzazione. Numeri inferiori alla prima ondata, quando si registravano oltre mille malati. Ma se...

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