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Intervista esclusiva

Liverani: «Così cresce il mio Parma»

18 novembre 2020, 05:04

Liverani: «Così cresce il mio Parma»

PAOLO GROSSI

Fabio Liverani ama il suo lavoro. Lo si può dire di quasi tutti gli allenatori, perché la loro professione è di certo affascinante. Ma il tecnico crociato, forse perché si trova ancora nella fase ascendente della sua carriera, ci mette un impegno prorompente, sia in allenamento che in partita. Senza pubblico ad esempio è impossibile non sentire come inciti e corregga in continuazione i suoi giocatori durante una gara.

«Credo che per loro sia un aiuto, specie in questo periodo iniziale della stagione in cui sto cercando di trasmettere alcuni concetti e i modi di applicarli. Certo che, come tanti miei colleghi, sarò felice quando vedrò che tutto fila alla perfezione senza bisogno dei miei decibel».

La gioia di immergersi in toto nel calcio è la stessa del piccolo Fabio che nei primi anni '80 passava ore e ore sul campetto dell'oratorio si Santa Maria Ausiliatrice nel quartiere romano del Tuscolano?

«Sì la passione è sempre quella e se è vero che i tempi cambiano e ora i bambini fanno altre cose, devo dire che il giocare a calcio in cortile o all'oratorio manca decisamente. Ora si parla di ''allenamenti cognitivi'' per esercitare anche doti mentali ma pensate a noi che giocavamo con chi c'era, più grandi o più piccoli, con bastoni al posto dei pali, porte sbilenche, terreni sconnessi o cementati. Lì alleni la furbizia, la capacità di adattamento, il coraggio e la coordinazione. Poi la continuità. Da ragazzino passavo, tra la scuola-calcio e oratorio, più di 40 ore la settimana con il pallone fra i piedi. I ragazzi di oggi, se tesserati, non giocano più di 10-11 ore quando va bene».

Com'è la sua giornata tipo qui a Parma?

«Arrivo al centro sportivo a Collecchio verso le 8,30-9 e con lo staff prepariamo il programma della della settimana o di più settimane. Segue il briefing quotidiano con lo staff medico, per stabilire le condizioni dei vari giocatori e i possibili carichi di lavoro. Poi passiamo in sala video dove esaminiamo prima i nostri allenamenti (che vengono tutti filmati) poi studiamo sul piano tattico le partite dei prossimi avversari. Segue l'allenamento in cui riportiamo sul campo le esercitazioni più adatte a quanto abbiamo osservato a video. C'è il pranzo tutti assieme e un altro briefing con lo staff per parlare della seduta appena conclusa. La giornata si chiude verso le 17, se l'allenamento è alla mattina, se no anche alle 19».

La sua famiglia l'ha seguita qui a Parma?

«Sì, ci sono mia moglie Federica e i miei figli Mattia e Lucrezia, di 16 e 11 anni. Purtroppo la situazione dovuta al covid non ci ha ancora permesso di conoscere e apprezzare appieno Parma. Speriamo di riuscirci presto».

A casa poi con che cosa si distrae? Altro calcio o passatempi diversi?

«In effetti guardo parecchie partite e, non lo nego, con interessi professionali. Ho quasi sempre penna e taccuino per cercare spunti per il mio lavoro. Però sono anche un vorace consumatore di tennis e di serie tv».

In tre anni a Lecce ha conosciuto la grande gioia per il doppio salto dalla C alla A e poi l'amarezza della retrocessione.

«Nella prima stagione s'era creata una splendida alchimia ma, come sapete anche voi a Parma, un conto è passare dalla C alla B, e uno dalla B alla A, Dopo la prima promozione abbiamo cambiato 14 o 15 giocatori per poter esser competitivi tra i cadetti. Ma non puoi fare la stessa cosa quando arrivi in A perché ci vorrebbero cifre fuori portata. Non per niente ogni anno in media scendono in B due delle tre neopromosse. Noi poi siamo stati sfortunati sia su alcuni episodi, tipo il rigore sbagliato nello scontro diretto col Genoa con successivo gol incassato all'86° , o a Cagliari dove abbiamo sciupato tre palle gol nell'area piccola, sia nell'esplosione del covid. Fino a marzo eravamo fuori dalla zona ''rossa'', poi da neopromossa abbiamo pagato i tanti impegni ravvicinati. Ma a Lecce è rimasto un impianto che consentirà loro di fare un bel campionato quest'anno».

È arrivato a Parma in un anno particolare, in cui tutto è diverso e sincopato. Anche la preparazione quindi l'avrà fatta in modo diverso.

«Con lo staff ci siamo fatti delle domande e la risposta è stata che fra tempi ristretti, covid e nazionali quest'anno ci si allena giocando. Solo che così cresce chi gioca di più e gli altri fanno fatica. Ad esempio Cyprien, Valenti e Brunetta vengono da campionati che erano fermi da febbraio, mentre i ''nostri'' hanno giocato come matti fino al 3 agosto per poi riprendere il 24. Non c'è stato spazio per molte amichevoli precampionato. Ecco che quindi che c'è una condizione disomogenea di cui tener contro. Il mio compito è portare al più presto tutti allo stesso grado di tenuta fisica. Ma non è facile: credo ci riusciremo per metà dicembre».

Tra i suoi predecessori sulla panchina del Parma ci sono nomi importanti come Sacchi, Zeman, Scala, Ancelotti, Prandelli. C'è qualcuno tra loro che l'ha ispirata nel suo lavoro?

«Faccio una premessa: negli anni '90 e ancora quando ho iniziato a giocare io, Parma era una realtà importante, nel cerchio delle famose ''sette sorelle''. Vinceva le coppe, lottava ai primi posti in campionato. Un calcio diverso da quello che si può fare ora. Tra questi quindi quello che posso sentire più vicino a me è Prandelli che mi ha anche allenato a Firenze. Lui là aveva realizzato un bel progetto, riuscendo a far crescere diversi giovani di valore, e penso ai Montolivo, ai Balzaretti, ai Pazzini. Li aveva però accostati a campioni affermati come Frey, o Mutu, o Dainelli. E' così che si crea un mix equilibrato e che i giovani possono migliorare. Qui a Parma abbiamo le stesse idee. La società mi ha chiesto di posizionare il club tra il 10° e il 16° posto, ma di farlo anche grazie alla formazione di giovani calciatori in grado di assicurare, nel giro di qualche anno, l'autosostentamento del club. In fondo è questa l'unica strada, nel calcio di oggi, specie in provincia, per garantirsi un futuro solido. E allora anche noi che abbiamo già in rosa giocatori importanti per valore e esperienza li sfrutteremo da traino per i nuovi arrivati. Dovranno trasmettere il senso di appartenenza ma anche la professionalità che si richiede per vivere da protagonisti la serie A».

Nelle prime giornate ha cambiato diversi sistemi di gioco e nelle ultime due ha schierato la difesa a tre centrali. Che ragionamenti ha seguito?

«Ho capito di dover dare alla squadra quante più certezze potevo. A partire dalla solidità difensiva, che se manca mina risultati e autostima. E allora adesso ci sta perdere qualcosa in attacco per essere più quadrati. Ma è un percorso, quando saremo a regime vedrete cose diverse, senza però che io voglia attribuire troppa importanza ai numeri o ai moduli. Una certa elasticità resta fondamentale».

Su cosa sta lavorando in particolare?

«I giocatori, spesso anche i giovani, hanno buone conoscenze tattiche, ma non si è mai finito di lavorare su concetti di tecnica e tattica individuale. Aspetti tipo la postura nella ricezione, la postura dei piedi nel traffico, lo smarcamento, in particolare nelle mezze posizioni tra le linee. Oggi ad esempio non è più possibile trovare compagni smarcati con due o tre metri di spazio. Allora bisogna ragionare in termini di piede forte: chi ha la palla deve cercare e chi non ce l'ha deve proporre il piede forte nella posizione più lontana all'avversario in modo da poter difendere e rigiocare il pallone. Così si costruisce un fraseggio anche dove gli spazi sono scarsi. Ma capirete che queste cose vanno affinate con il lavoro».

Ama la battaglia tattica con i colleghi durante i 90'?

«E' bello proporre difficoltà per gli avversari e provare a disinnescare le loro strategie. Anche lì si vede la mano dell'allenatore, ma cerchiamo di non arrivare a mani vuote alla battaglia. Io e lo staff in settimana prepariamo non una, ma più partite. Quindi si provano movimenti e atteggiamenti in situazioni di vantaggio o di svantaggio, di inferiorità o superiorità numerica, di calci piazzati. Cerchiamo di andare in campo con delle idee. Poi non sempre saranno giuste, ma ce la mettiamo tutta».

Dopo sette giornate la serie A è il campionato europeo in cui si segna di più e non succedeva da lustri. Siete voi allenatori ad essere più propositivi o le difese sono in crisi?

«C'è una serie di fattori che secondo me incidono. Da un lato la Var e le regole nuove rendono difficile quella difesa ''sporca'' che aiutava tanto a frenare gli attaccanti. Poi gli stadi vuoti tolgono determinazione nella difesa della porta: sembra strano ma è così. Infine il covid ha stravolto tante cose e tra queste può aver fiaccato un po' la concentrazione necessaria a difendere bene contro gli attaccanti della serie A. Il fatto che si pratichi un calcio propositivo non lo conterei perché quello, se è fatto bene, aiuta anche la fase difensiva».

Ha detto di guardare tanto calcio in tv. Con quali squadre si diverte di più?

«Più che questo o quel tipo di calcio mi piace riconoscere l'impronta dell'allenatore, la personalità della squadra. Ad esempio, non è apprezzato sul piano estetico, ma l'Atletico Madrid del mio ex compagno Simeone è molto organizzato. In Italia seguo volentieri Sassuolo, Atalanta e anche la Roma. Squadre con una impronta decisa».

 

 

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