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IL REPORTAGE

Covid hotel, nel limbo in attesa dell'ultimo tampone

di Roberto Longoni -

20 novembre 2020, 05:07

Covid hotel, nel limbo in attesa dell'ultimo tampone

Né malati né del tutto guariti. Il peggio se lo sono lasciato alle spalle, ma ora potrebbero trasmetterlo ad altri. L'ospedale sarebbe troppo, la loro casa troppo poco (promiscua o anche troppo «isolata» per i non autosufficienti). In attesa del tampone liberatore, devono vivere nel limbo: lontano dalle famiglie, a volte lontano dalle loro città o anche dai loro paesi. Né degenti né villeggianti, ma ospiti forzati, sono 21 i positivi al virus alloggiati in viale Matteotti a Salsomaggiore. Albergo Nazionale è scritto sul cancelletto d'ingresso e sulla facciata, ma il vero nome ora è Covid Hotel. Ce ne sono 107 in tutt'Italia, questo è quello individuato dall'Ausl e dalla Proges per le esigenze di chi nella nostra provincia è positivo al virus e non ha a disposizione la camera e il bagno riservati necessari per risparmiare il contagio ai familiari. «Abbiamo cominciato a studiare la situazione con l'Ausl, quando si è capito che si entrava nella seconda fase della pandemia - racconta Amedeo Lucchini, coordinatore territoriale area Emilia Ovest della cooperativa sociale -. Bisognava evitare l'intasamento di ospedali e terapie intensive. Abbiamo individuato l'albergo della famiglia Scarazzini. Una struttura storica ma rinnovata di recente, dalle dimensioni adeguate per le necessità della provincia. Proges (che nella prima ondata, a proposito di Covid hotel, si è fatta le ossa con i grandi numeri del Michelangelo a Milano, ndr) gestisce il coordinamento assistenziale e infermieristico, l'Ausl, oltre a selezionare gli ospiti, dà un supporto molto importante con l'unità medica Usca, mentre a Biricca compete la sanificazione e la lavanderia».

Il 30 ottobre il tre stelle di quattro piani affacciato su una delle principali vie d'accesso al centro di Salso ha chiuso la stagione solita, per cominciare quella dell'emergenza il 5 novembre. La reception si è spostata all'interno, davanti alla porta laterale dalla quale vengono fatti scendere dalle ambulanze gli ospiti il più delle volte appena dimessi dall'ospedale. Franca Armanini, coordinatrice della struttura, registra qui i nuovi arrivati che poi raggiungono la loro stanza in ascensore (le scale sono riservate al personale). «È molto più facile da sanificare - spiega Franca, affiancata in questo momento da 5 Oss che potrebbero presto crescere, a seconda delle esigenze -. Le stanze a disposizione sono 42, per un totale di 63 posti letto. Ma solo i parenti stretti condividono le stanze».

La hall dell'ingresso ora è il cuore della «zona pulita», le attigue sale da pranzo e colazione sono riservate alla logistica e allo stoccaggio del materiale. «Dobbiamo essere sempre in grado di fornire il necessario, dallo spazzolino da denti al cambio per chi arriva qui spesso senza avere nulla con sé» spiega Roberta Ceci, responsabile del sistema integrato di Biricca. La cooperativa sociale di via Depretis a Parma gestisce la sanificazione della struttura e la pulizia della biancheria degli ospiti. «Abbiamo una lavanderia industriale che lavora con le case di riposo - prosegue Roberta Ceci -. La biancheria sporca viene raccolta in sacchi idrosolubili a loro volta infilati in sacchi di plastica: saranno i primi, poi, a finire nelle lavatrici, evitando rischi di contaminazione». Tranne casi eccezionali, sono gli ospiti stessi a pulire e disinfettare le loro stanze. La sanificazione degli spazi comuni è a cura dei tre addetti di Biricca: avviene tre volte al giorno, a mano e grazie a un vaporizzatore di perossido di idrogeno con ioni di argento. La macchina entra in scena verso le 6, le 14 e le 22: prima di ogni cambio turno del personale che al primo piano ha una camera per indossare tuta monouso, guanti e mascherina ffp2.

Agli ospiti viene misurata la febbre due volte al giorno. Alla sera l'infermiera Monica Illica o il suo collega Andrea Bonatti controllano e registrano anche il loro grado di saturazione. La porta della stanza può essere aperta dagli ospiti (ma tre l'hanno anche chiusa alle loro spalle: sono già stati dimessi) solo per ritirare dal portavaligie in corridoio il vassoio con i pasti monoporzione preparati da Camst e riscaldati nella cucina dell'albergo. Terminato il pasto, il vassoio viene lasciato sul portavaligie. «Ovviamente dopo aver indossato mascherina e guanti» sottolinea Franca Armanini, veterana del lavoro nelle Rsa e ora appassionata a questa nuova esperienza. «In fondo - sottolinea - si tratta sempre di rassicurare e di aiutare». Oltre a far da tramite tra le esigenze degli ospiti e il mondo esterno (un compito presto semplificato anche dall'arrivo dei tre tablet donati al Covid hotel dagli Scarazzini). Non sempre è facile, anche mettendoci tutta la buona volontà. Come nel caso del camionista ucraino scoperto positivo a Parma. Per ore ha chiesto un caricabatterie. Ne ha rifiutati per ogni modello di cellulare, innervosendosi sempre più. Solo alla vista dei carabinieri passati per una visita «amichevole» si è dato una calmata. Alla fine si è capito che voleva il caricabatterie della sigaretta elettronica. Due volte nervoso: non veniva compreso e non poteva fumare.