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MEDICINA

Marvisi, il medico salsese che studia i danni lasciati dal Covid

20 novembre 2020, 05:01

Marvisi, il medico salsese che studia i danni lasciati dal Covid

MANRICO LAMUR

 

Sono stati numerosi in questi mesi le ricerche per studiare in ogni dettaglio il Covid 19, un virus sconosciuto fino allo scorso mese di febbraio: fra queste spicca quella pubblicata sulla rivista scientifica «International Journal of Infectious diseases», organo ufficiale della società internazionale di malattie infettive, dall’equipe guidata dal professore salsese Maurizio Marvisi, pneumologo, responsabile del Dipartimento internistico delle Figlie di San Camillo di Cremona, una delle città più colpite nella prima fase della pandemia.

Dalla ricerca, condotta sulla base dei dati relativi alla prima ondata tra marzo ed aprile su un centinaio di contagiati dal Coronavirus, è emerso che il 25% dei pazienti guariti presenta danni permanenti ai polmoni.

La vostra è stata la prima ricerca in Europa a confermare i danni provocati ai polmoni dal Coronavirus. Cosa è emerso dai risultati?

«Abbiamo confrontato la Tac di ciascun paziente oggetto di studio effettuata nella prima fase della malattia con quella effettuata dopo otto settimane: è emerso che il 25% di tali pazienti ha sviluppato una fibrosi polmonare con danni permanenti che provoca affanno ad ogni minimo sforzo e nei casi più gravi anche a riposo – afferma Marvisi – I pazienti a più alto rischio sono risultati i fumatori, gli anziani, coloro che hanno patologie croniche, i diabetici e gli ipertesi: molti di loro inoltre necessitano di un ricovero prolungato per essere sottoposti a riabilitazione respiratoria, mentre altri, meno gravi, possono farlo in regime di day hospital».

Quali farmaci ritiene abbiano più evidenza scientifica nella cura?

«Danno buoni risultati il Remdesivir, il desametasone, gli anticorpi monoclonali, che però non sono ancora disponibili, e gli anticoagulanti (visto che tra gli effetti del Covid vi può essere l’occlusione delle arterie con lo sviluppo di trombosi venose o arteriose), mentre sono più scettico sull’idrossiclorochina per la quale esistono studi negativi. Per quanto riguarda il siero iperimmune i dati sono discordanti».

Quando pensa possa essere pronto il vaccino?

«Spero attorno a febbraio o marzo nella migliore delle ipotesi».

Si parla già di un’ipotetica terza ondata a gennaio: lei cosa ne pensa?

«Non bisogna creare allarmismi. Dipende dai comportamenti virtuosi di ogni cittadino, anche se penso che una piccola immunità di gregge acquisita ed un corretto modo di proteggerci mi fanno credere che non dovrebbe verificarsi».

Quali sono dunque i consigli per evitare il contagio?

«Sono sempre gli stessi: distanziamento fisico, indossare la mascherina e lavarsi frequentemente le mani. In caso si presentassero sintomi sospetti non bisogna utilizzare farmaci o antibiotici ''fai da te'' ma occorre contattare il medico di base».

 

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