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L'INTERVISTA

Michela Murgia: «L'amore non è predazione»

20 novembre 2020, 05:02

Michela Murgia: «L'amore non è predazione»

GIOVANNA PAVESI

Alla rassegna «A cura delle donne» parteciperà nella giornata dedicata alle «amanti», prima in un confronto retorico con Chiara Valerio sul tema «sedotte o seduttrici» e poi con il suo spettacolo «Don Giovanni, l’incubo elegante», una rilettura dell’opera di Mozart. Perché alla kermesse in streaming oggi alle 18,30 e alle 21 sulle pagine Città di Parma di Fb e YouTube (per cui, per ogni clic, Conad e Proges doneranno un euro al Centro antiviolenza), proposta dal Comune tra le iniziative di Parma 2020+21, per le celebrazioni della Giornata internazionale contro la violenza di genere, Michela Murgia racconta la sua personale narrazione di uguaglianza.

Murgia, cosa emerge dalla sua analisi del Don Giovanni?

«Il fraintendimento e, quindi, l’equivoco che il don Giovanni, uno stupratore e un ingannatore, venga scambiato per un seduttore. O abbiamo in testa che la seduzione è un inganno e una forzatura o abbiamo un problema con le parole».

Perché ha riscritto l’opera?

«Volevo scandagliare un archetipo dell’equivoco, la sovrapposizione di amore e predazione. In Italia, viene ammazzata una donna ogni tre giorni per questo tipo di confusione. È un tema tutt’altro che settecentesco, è molto contemporaneo».

L’altro appuntamento che la riguarda è il confronto sul tema «sedotte o seduttrici». Chi sono?

«Nell’idea patriarcale del rapporto uomo-donna, quest’ultima ha funzione passiva, sempre sedotta e mai seduttrice. L’attività proattiva è ascritta alle poco di buono. Rompere la dicotomia per cui la sedotta è la brava ragazza, mentre la seduttrice è la ragazzaccia, è uno dei passaggi, anche semantici, più importanti da fare».

È faticoso, però.

«Perché siamo un Paese cattolico, moralista e molto patriarcale. L’ultimo caso di cronaca è eclatante: una maestra, il cui video hard è girato illegalmente in una chat e poi usato per giudicarla, ha perso il posto perché si è detto che non doveva fare certe cose. Come se un’educatrice dell’asilo non avesse una vita sessuale perché ha a che fare con l’educazione dei bambini. È un’idea ipocrita».

Manca un’educazione sentimentale?

«Manca quella all’abbandono e all’addio. Il fatto che nessuno insegni ai maschi ad accettare la fine di una relazione fa sì che 130 donne l’anno vengano uccise se provano ad andarsene».

Chi l’ha ispirata nel suo percorso di emancipazione?

«Molte intellettuali, ma anche scrittrici contemporanee come Chimamanda Ngozi Adichie. Chi ha la fortuna di averla letta sa di avere davanti un modello di riferimento: non a caso, Beyoncé, quando fa i dischi, campiona i suoi discorsi. Quando il femminismo torna mainstream e pop vuol dire che è efficace e che si rivolge a tutti e a tutte».

Spesso, però, le rassegne dove si parla di donne non hanno un pubblico maschile. Perché?

«Ogni volta che costruiamo ghetti in cui mandiamo le donne a parlare, diciamo che gli uomini parlano di tutto, mentre loro solo di loro stesse. Per me non esiste il femminile come elemento connotativo-culturale. Finché continuiamo a pensare che gli uomini facciano l’epica del mondo e le donne solo quella dei propri sentimenti siamo sessisti anche noi».

Sono pochi gli uomini che si definiscono femministi. Perché?

«Perché quel gesto è percepito come un tradimento di genere. Chi è maschio detiene un privilegio in una società maschilista ed è difficile che un uomo sia così forte e deciso nella sua ricerca di giustizia da potersi permettere un atto così».

Chi è di ispirazione in un percorso di educazione alla parità?

«Bisogna capire quali sono i criteri con cui definiamo un personaggio di ispirazione, perché per me lo è stata tanto Caterina da Siena quanto Moana Pozzi. Se si presentano però storie dove ci sono solo donne che si sono martirizzate dentro modelli maschili è un problema. Una donna che ispira, dentro quella narrazione, fa tutto quello che fa un uomo ma meglio. Proprio come Ginger Rogers, che ballava come Fred Astaire ma all’indietro e sui tacchi a spillo».

Con la diffusione del Covid sono aumentati numeri ed episodi di violenza di genere. Che messaggio dare in un 25 novembre così diverso?

«La discriminazione di genere è figlia di quella di classe. Fino a quando una donna non ha autonomia economica non può scegliere di andarsene. Dobbiamo combattere per la parità di stipendio. In Italia, le donne guadagnano mediamente il 31% in meno dei loro compagni a parità di mansione. Se non si risolve questo gap è difficile pensare di ridurre la violenza di genere».

Tre aggettivi per la tre-giorni: le amanti, le resilienti e le valorose. In quale di queste si riconosce?

«Le amanti».

Le dispiace non venire a Parma?

«Ho un amore dichiaratissimo per questa città e molti suoi posti, per me, sono un rifugio (come il labirinto della Masone). Poi ci sono i locali che, quando non sei a casa, diventano come il tuo salotto. Alcuni dei proprietari li sento e la frase con cui ci salutiamo è che verrò quando sarò finito l’inferno Covid. Per me è un augurio: tornare a Parma per potermi di nuovo sentire a casa».

 

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