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Gup

Insulta la manager su Fb, condannato ex dipendente

di Roberto Longoni -

25 novembre 2020, 05:07

Insulta la manager su Fb, condannato ex dipendente

Metaforico e reale, filo conduttore di questa vicenda che ha portato due volte davanti ai giudici un 36enne parmigiano è lo strame. Con un suo spargimento fisico davanti alla casa di una signora sessantenne ripetuto poi via Facebook con un post contenente frasi oscene e offensive. Per ora, che in entrambi i casi c'entri la stessa persona è una pura supposizione: unico dato certo è la condanna subita ieri dall'uomo imputato per diffamazione per il secondo atto della querelle. Ma anche questa va presa con le pinze: la difesa ha già anticipato il ricorso in appello contro il verdetto del Gup al termine per rito abbreviato che obbliga il 36enne a pagare 1.400 euro di multa, le spese processuali, comprese quelle della donna che si è costituita parte civile, e 1.000 euro di risarcimento nei confronti di quest'ultima.

L'ostilità tra i due affonderebbe le proprie radici in una vertenza lavorativa. La donna, dirigente di un'azienda parmigiana, anni fa adottò misure disciplinari che il sottoposto non digerì affatto. In quel periodo (era il dicembre 2015) un mattino di buon'ora accadde che la manager trovasse il viottolo davanti al portone di casa cosparso di letame. Va detto che la donna abita in città, a distanza di sicurezza dai campi che gli agricoltori si premurano ogni anno di concimare. Che il letame fosse finito lì non a caso era sottolineato anche da un foglietto appiccicato al citofono della palazzina. A mano, qualcuno vi aveva scritto: «Adesso mangiala», aggiungendo il cognome della donna, affinché fosse certo che il messaggio giungesse a destinazione. Altri volantini dai contenuti offensivi nel frattempo erano stati affissi attorno all'azienda in cui lavora la sessantenne.

La dirigente sporse querela, chiamando a testimoniare alcuni dipendenti, colleghi di colui che per lei era senz'ombra di dubbio il responsabile dello «sversamento» urbano e incivile, con relativo invito. Il processo per questo episodio deve ancora concludersi. Ma lo scorso anno si verificò una coincidenza sospetta: dopo un'udienza, sul profilo Facebook del 36enne, comparve un post il cui contenuto non è riferibile nemmeno se ci si affida ai più acrobatici giri di parole. Si tratta di un insieme di frasi che potrebbero essere state scritte da un Marchese De Sade privo di qualsiasi velleità letteraria. Il post non faceva il nome della persona offesa e tirava il ballo anche altri, chiamandoli con nomignoli (un dipendente dell'azienda era indicato con un nome di donna). Oltre alla mancanza di indicazioni precise riguardo l'obiettivo dello scritto, la difesa ha sottolineato come, in mancanza di specifiche perizie tecniche, non si possa essere certi che sia stato lo stesso titolare del profilo a pubblicare il messaggio in questione. Ora, non resta che vedere come la penseranno i giudici della Corte d'appello. Nel frattempo, i rapporti tra la sessantenne e il 36enne non sono più lavorativi, ma solo giudiziari. Lui ha cambiato azienda.