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Tribunale

Ghirardi patteggia per 15 milioni di Iva evasi

di Roberto Longoni -

24 dicembre 2020, 05:08

Ghirardi patteggia per 15 milioni di Iva evasi

Erano gli anni di Parolo (centrocampista anche della Nazionale che poi sarebbe stato svenduto a 4 milioni di euro), Pavarini, Pellè, Giovinco e Paletta (a sua volta dato via per un milione, quando valeva otto volte tanto). Gli anni di giocatori sulla cui pelle la maglia del Parma bruciava come la scia di una meteora. Tanti, troppi, alcuni dai nomi che nessuno ha mai imparato a pronunciare e comunque nessuno ricorda più, da formare chissà quante squadre. Il campo, lo vedevano più o meno con lo stato d'animo dei raccattapalle, ma nel gioco delle plusvalenze erano pedine fondamentali. Nel 2012, grazie anche alla marcia in più innestata da Donadoni subentrato a Colomba (7 vittorie in 8 partite, per un girone di ritorno da 33 punti, secondo solo a quelli di Juventus e Milan), l'ingresso in Europa sfumò per due soli punti; l'anno seguente, invece, i crociati tagliarono al decimo posto il traguardo di fine campionato. Senza infamia e senza lode. Questo, per inquadrare la situazione calcistica. Ma il Parma targato Ghirardi era impegnato anche in uno spericolato girone tributario-economico. Partite che in palio non avevano i classici tre punti, ma piuttosto un mucchio di soldi.

La Eventi sportivi spa, la società di proprietà di Tommaso Ghirardi che allora controllava il Parma calcio, nemmeno in panchina fece andare l'Iva. Nemmeno in tribuna. Difficile parlare di una distrazione. Nel 2012 il conto aperto con il fisco corrispondeva a sette milioni e 524.842 euro, da versare entro il 27 dicembre dell'anno seguente. Mentre nel 2013 si trattò di una cifra leggermente inferiore, anche se sempre tutt'altro che trascurabile: sette milioni e 430.785 euro. In tutto, quasi 15 milioni mancanti all'appello.

Sono trascorsi campionati su campionati (di svariate categorie) da allora, si sono succedute proprietà diverse. Ora, la giustizia ha acceso la propria Var, passando al setaccio le azioni incriminate. Di quella voragine tributaria si è chiesto il conto a colui che fu presidente dal 2007 a fine 2014.

Nella sua difesa, Ghirardi ha cercato di tirare in ballo Rezart Taci, sostenendo che spettasse a lui versare quei due anni di Iva pretesi dallo Stato. Ma il petroliere albanese, che in effetti si sarebbe accollato anche questo debito, oltre a una puntuazione, ossia a un accordo di massima, non si sarebbe mai spinto. In sintesi, il Parma calcio lo avrebbe acquistato se davvero il debito fosse stato sulla settantina di euro. Quando si accorse che era almeno tre volte tanto, la puntuazione divenne lettera morta. Addio acquisto: anche i debiti restavano sulle spalle di chi li aveva ammicchiati.

Essendo il reato tributario superiore (e di gran lunga) ai 50mila euro, la questione era di competenza del tribunale penale. Mario Bonati, avvocato di Ghirardi, ha imboccato la via del patteggiamento con la procura (l'accusa era rappresentata dal pm Lino Vicini). Concesse le attenuanti generiche, dall'anno di reclusione iniziale si è scesi a 8 mesi, saliti a 9 per la continuazione. Di questi se n'è tagliato un terzo, com'è previsto in questi casi. Condanna che comunque rischiava di essere ingombrante per chi è da poco stato condannato a quattro anni dal gup: Ghirardi rischierebbe di scontarli davvero dentro, se la sentenza fosse confermata nei prossimi gradi di giudizio. Così, Bonati ha proposto di convertire i sei mesi in una pena pecuniaria. All'inizio, sarebbero stati 45mila euro. Ma 250 euro al giorno, alla luce della voragine tributaria (tutt'altro che dimenticata: essendo un reato fiscale, sono previsti sequestri e confische per importi equivalenti all'ammanco) sembravano cifra per niente congrua. Così, la si è moltiplicata per quattro. Ghirardi dovrà versare 180mila euro. Il giudice Gennaro Mastroberardino ha preteso a garanzia dell'accordo la presentazione della fideiussione di una banca alla prossima udienza, il 23 marzo.