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L'UMANA MEDICINA

Breve storia dei ciarlatani

13 gennaio 2021, 05:02

Breve storia dei ciarlatani

«Udite, udite, o rustici; / attenti, non fiatate. / io già suppongo e immagino / che al par di me sappiate / ch'io sono quel gran medico, / dottore enciclopedico / chiamato Dulcamara, / la cui virtù preclara, / e i portenti infiniti / son noti all'universo ... e in altri siti. / Benefattor degli uomini, / riparator de' mali, / in pochi giorni io sgombero, / io spazzo gli ospedali, / e la salute a vendere / per tutto il mondo io vo. / Compratela, compratela, / per poco io ve la do».

E così via… I lettori parmigiani, melomani bulimici, avranno certo riconosciuto l’aria del “dottor” Dulcamara, dall’«Elisir d’amore» di Donizetti.

Questo personaggio scaltro e imbroglione, imbonitore di sempliciotti, riassume in sé secoli di tradizione ciarlatanesca.

Tradizione quantomai interessante, che non sempre coincide con l’equazione moderna “ciarlatano > imbroglione”, anzi…

Il catalizzatore di questa storia caleidoscopica è il porco, emblema principe della tradizione culinaria parmigiana.

Cerreto, in Umbria, prende il nome dal cerro, una specie di quercia molto prodiga di ghiande, cibo simbolico del maiale. Va ricordato che il proibitivo prosciutto Iberico Patanegra, è garantito, a certificarne l’eccellenza, “100% bellota”, cioè fatto con suini alimentati esclusivamente con ghiande.

Nel 1380 gli “Statuti di Cerreto” autorizzavano alcuni cittadini a questuare elemosine a favore di certi ospedali “dell’Ordine del Beato Antonio” (il Sant’Antonio dell’omonimo fuoco…). Da qui a spacciare rimedi miracolosi in cambio di denaro il passo fu breve. Nel “Novellino” (1476) si narra de «gli Spoletani e Cerretani» che «come fratocci de Santo Antonio vanno de continuo attorno per l’Italia cercando… e sotto tal colore vanno predicando e fingono far miracoli».

Poco distante da Cerreto umbro si trova Norcia, i cui abitanti nell’antichità divennero così abili nella macellazione del maiale da dare il nome eponimo al loro mestiere: in tutta Italia dilagarono i “norcini”. Questi norcini, conoscitori dell’anatomia del porco e virtuosi nel maneggiare coltelli affilatissimi, iniziarono ad essere chiamati ad usare i loro strumenti anche per i malanni umani. Praticarono così per secoli la chirurgia “povera” nelle contrade italiane. Non è casuale che, in epoche in cui le autopsie erano tassativamente vietate, l’anatomia umana fosse desunta per analogia dall’anatomia suina: i norcini ne erano i massimi esperti.

La Scuola Medica Salernitana, suprema espressione del sapere medico alto-medievale, basava le sue conoscenze anatomiche sul testo “Anathomia porci” , il cui peso scientifico sarà destinato ad essere confutato solo nel XVI secolo dalle fondamentali osservazioni di Andreas van Wesel (Andrea Vesalio), che pubblicò le sue scoperte nel “De humani corporis fabrica libri septem” , primo testo moderno di Anatomia.

 

Per un certo periodo norcini e cerretani (termini qui intesi solo come indicazione geografica), si confusero nell’immaginario collettivo. Presto, però, le due “specializzazioni” andarono separandosi: i norcini vennero sempre più identificati con i chirurghi, mentre i cerretani, che usavano erbe e grasso di maiale per sanare varie malattie, andarono assumendo un’aura “medica”, anche se non ufficiale.

Il porco, quindi, fu elemento unificante di questa medicina e chirurgia popolare, certamente empirica e grossolana, ma forse, a quei tempi, non meno efficace o pericolosa della consorella ufficiale.

I praticanti queste arti usavano vagare per contrade e città, offrendo i loro servigi a fronte di modesti pagamenti.

Naturalmente dovevano farsi conoscere suscitando un po’ di clamore: presero il costume di posizionarsi in una piazza, montando su una panca ed arringando il popolino con storie fantasiose e non meno fantasiose promesse. Questo salire su una panca fece di ognuno di loro un “montimbanco” o “saltimbanco” o “salimbanco”, a seconda delle varie declinazioni locali.

Questa nuova pittoresca figura ebbe un notevole successo: il mondo ne fu avido.

In Francia il nome eponimo geografico – cerretano – fu imbastardito con il termine dialettale “ciarla” (chiacchiera, probabilmente da “Charles”, riferendosi ai racconti delle gesta di Carlo Magno) e divenne “ciarlatano”, termine che si è mantenuto per secoli, fino ai giorni nostri, anche se mutando poco alla volta il suo significato.

Un articolo comparso su Aurea Parma nel 1928 titola ancora “Cerretani parmensi”: la connotazione geografica non andò mai del tutto perduta.

Questi cerretani-ciarlatani, mai completamente separatisi dai “colleghi” norcini, andarono con il tempo specializzandosi: si ebbero così salimbanchi cavadenti, aggiustaossa, operatori di cataratte, di “mal della pietra” (calcolosi vescicale), castratori.

Sì, castratori: dall’animale all’uomo il passo fu breve e la Chiesa, per secoli, fu provvida committente di castrazioni umane, stante il divieto, per le donne, di cantare in chiesa («Mulieres in ecclesia taceant», S. Paolo, I° Corinzi). Circa 100.000 bimbi talentuosi furono castrati per impedire la muta della voce. Taluni, dotati di estensione vocale strabiliante, ineguagliabile ed ineguagliata, divennero delle vere e proprie rockstar: emblematico il caso di Carlo Broschi, detto “Farinelli”, che fu chiamato a cantare in tutte le corti europee, e per la cui voce scrisse perfino Georg Friedrich Haendel.

L’ultimo famoso castrato, Giovanni Battista Velluti, morì nel 1861, anno in cui il neonato Regno d’Italia pose la castrazione fuori legge. Tutt’oggi la voce più acuta del canto viene definita, ad imperitura memoria del pio scempio, “il” soprano.

Uno dei più famosi cerretani-ciarlatani di tutti i tempi fu il parmigiano (in realtà nato a San Secondo attorno al 1670) Giuseppe Colombani, detto “l’Alfier Lombardo”, spacciatore di “acqua per gli occhi”, “unguento per il fuoco”, “balsamo universale” e simili intrugli. Asseriva di aver imparato l’arte da un vecchio “Cerretano Persiano” (sic!).

Nella Biblioteca Palatina di Parma è conservata una sua opera: “Il tutto ristretto in poco, o sia tesoro aperto dove ognuno può arricchirsi di salute, virtù…”. Il libro fu edito a Venezia nel 1724: il Nostro si era stabilito in quella città cosmopolita, esercitandovi la professione di cavadenti in piazza san Marco e riscuotendo enorme successo.

Era personaggio singolare e poliedrico: per tutta la vita girò l’Europa, facendo ora il medico saltimbanco (affascinò il Viceré di Napoli, che lo coprì di onori), ora il soldato (era abilissimo spadaccino), ora il marinaio. Sposò truffaldinamente più donne, tra cui Apollonia “cavadenti virtuosissima” che si vantava di aver cavato oltre 5000 denti.

Tra i parmigiani fu famosissimo anche Giuseppe Larini, che proclamava di aver imparato l’arte presso l’Università di Montpellier, e che esercitò in Francia e a Firenze. Suo fratello e collega Andrea pubblicò nel 1710 una “Breve historia della vita, leggi et abusi de’ Ciarlatani”.

In tale opera egli insegna a distinguere il grano dal loglio, ossia «un buono e vero operatore da un ciarlatano che monta in banco co’ suoi paciughi d’Orvietano». Ecco, ci mancava Orvieto!

L’Umbria come fucina di profittatori dell’umana dabbenaggine. Costoro (gli Orvietani) vendevano nelle piazze «paciughi d’erbe ed unguenti inconcludenti di sugna di porco, spacciandoli per grasso umano…».

Il successo enorme di questi singolari professionisti della salute affascinò anche menti colte e fece sì che molti medici “ufficiali” andassero a mettere il naso nelle arti di costoro: si ebbero così generazioni di medici-ciarlatani ma anche di ciarlatani-medici. Il XVIII Secolo, età dei lumi e del razionalismo, vide il trionfo ed il canto del cigno del non troppo razionale ciarlatanesimo. Il quale probabilmente non è mai morto, ma ha cambiato più volte d’abito: basta guardarsi un po’ intorno… si potrebbero trovare tracce di ciarlataneria in personaggi insospettabili.

L’ultimo dei grandi ciarlatani fu probabilmente Giuseppe Balsamo, autoproclamato “Conte di Cagliostro”, figura gigantesca su cui sono stati scritti libri a decine, e che non può certo essere compressa in queste brevi note.

Anche l’Arte non si è risparmiata nel rappresentare queste figure.

Nel XV Secolo il teatro popolare partorì la figura burlesca del “norcino”, per giungere poi a Molière, Machiavelli, Parini e Goldoni…

Forse l’ottocentesca figura di Dulcamara è l’ultimo esempio famoso in tal senso. Dal momento che la guarigione dalle malattie rimaneva un miraggio, dovevano essere coltivate le fascinazioni cosmetiche ed erotiche (c’è differenza?) dell’arte. Dulcamara promette: «O voi matrone rigide, / ringiovanir bramate? / le vostre rughe incomode / con esso cancellate. / Volete voi, donzelle, / ben liscia aver la pelle? / Voi, giovani galanti, / per sempre aver amanti? / Comprate il mio specifico, / per poco io ve lo do». Attualissimo, no?

 

«Udite, udite, o rustici; / attenti, non fiatate. / io già suppongo e immagino / che al par di me sappiate / ch'io sono quel gran medico, / dottore enciclopedico / chiamato Dulcamara, / la cui virtù preclara, / e i portenti infiniti / son noti...

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