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DRAMMA

Morì a 28 anni di overdose, il pusher condannato a 5 anni e mezzo

13 gennaio 2021, 05:03

Morì a 28 anni di overdose, il pusher condannato a 5 anni e mezzo

GEORGIA AZZALI

Non erano bastati sei mesi di comunità per vivere senza di lei. L'amante che sapeva fargli dimenticare le paure, che lo sollevava da tutto per poi farlo precipitare già poche ore dopo. Fino a quando l'eroina si è presa tutto e l'ha ucciso nel bagno di casa. Se ne è andato a 28 anni, Fabrizio (lo chiameremo così), la sera del 25 novembre 2018.

Ma il pusher che gli avrebbe venduto quella dose fatale è stato rintracciato dai carabinieri qualche mese dopo: 27 anni, nigeriano, ieri è stato condannato a 5 anni e 6 mesi per morte come conseguenza di altro reato, oltre che per aver spacciato più di un centinaio di dosi di eroina, cocaina, crack e marijuana tra settembre 2018 e marzo 2019. Tre anni e 8 mesi, ma solo per spaccio, con la concessione delle attenuanti generiche, a un 22enne, sempre di origine nigeriana, il ragazzo che - secondo l'accusa - spesso consegnava le dosi per conto del «capo». Tutti e due, avendo scelto il rito abbreviato, hanno potuto contare sullo sconto di un terzo della pena. Il giudice Mattia Fiorentini ha anche disposto che, una volta espiata la pena, siano espulsi.

Un'indagine complessa, coordinata dal pm Umberto Ausiello, che nella prima fase aveva subito anche uno smacco: il gip, infatti, aveva fatto finire dietro le sbarre il 27enne (poi scarcerato) e aveva disposto i domiciliari per il complice, ma non aveva ritenuto provato il reato di morte come conseguenza dello spaccio. Ma ieri il giudice ha riscritto la storia della morte di Fabrizio, seguendo la ricostruzione dell'accusa. E partendo da quella sera, quando il ragazzo venne trovato dai genitori e dalla fidanzata sul pavimento del bagno della casa di famiglia, a Medesano. E poco dopo anche il perché di quella morte aveva cominciato a farsi strada: la sera stessa, durante il sopralluogo, i carabinieri trovarono una siringa e un flaconcino di acqua distillata.

Tutto sembrava già drammaticamente chiaro, nonostante i sei mesi in comunità a mille chilometri di distanza da Parma. E nonostante i genitori e la fidanzata fossero pronti a scommettere sulla rinascita di Fabrizio. Ma l'autopsia ha poi confermato i sospetti: overdose di eroina, iniettata nella zona dell'inguine. Non solo. L'analisi delle urine ha poi dimostrato che anche nelle settimane precedenti il ragazzo aveva assunto eroina.

Ma qual era l'«altra» vita di Fabrizio? E soprattutto cosa aveva fatto nelle ore precedenti la morte? Era stata la fidanzata, sentita dagli inquirenti, a fornire le prime risposte decisive, raccontando che alcune volte Fabrizio aveva raggiunto Parma senza di lei e che la sera prima della morte erano venuti insieme in città, ma a un certo punto il ragazzo aveva bloccato la macchina in tangenziale dicendo di non sentirsi molto bene, allontanandosi per una decina di minuti. Risalendo in auto, Fabrizio aveva poi deciso di tornare a Noceto, dove aveva incontrato un amico in un bar.

Ed è su quei momenti di «solitudine» di Fabrizio che si sono concentrate le indagini. L'analisi dei tabulati aveva poi dato due risposte piuttosto significative: la sera prima di morire aveva fatto due chiamate, una alle 23,27 e l'altra alle 23,50, tutte due al telefonino in uso al 27enne nigeriano. E le celle avevano agganciato un cellulare in zona piazzale Dalla Chiesa. L'analisi delle immagini delle telecamere del bar di Noceto avevano poi ripreso Fabrizio fare la prima telefonata in uscita dal bar: «Sto arrivando», aveva sentito dire la fidanzata, pensando che il ragazzo stesse chiamando uno degli amici con cui dovevano andare a ballare quella sera. Durante il viaggio, poi, la seconda chiamata, quella delle 23,50: «Tra 10 minuti sono lì». E sempre per una parentesi di pochi minuti Fabrizio - aveva poi ammesso la fidanzata - si era allontanato dall'auto per poi risalire. Poi, i due erano tornati al bar di Noceto, dove Fabrizio aveva incontrato l'amico a cui aveva offerto dell'eroina, troppo «densa», però, per essere tirata. La stessa che poi aveva infatti deciso di iniettarsi la sera successiva.

Ma l'analisi dei tabulati aveva anche rivelato che da settembre a novembre c'erano stati 49 contatti tra il 27enne nigeriano e Fabrizio. Altri tossicodipendenti poi, intercettati, si erano lamentati con il pusher per la qualità (molto tossica) della droga che aveva venduto. Troppo poco per avere la certezza che fosse stato lui a vendere la dose mortale a Fabrizio, secondo la difesa. Ma per il giudice anche quella sera di novembre lo spacciatore in attesa vicino alla stazione era lui.

 

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