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LESIONI

Tre anni e 2 mesi a Aniyem, già condannato per il caso Pesci

14 gennaio 2021, 05:08

Tre anni e 2 mesi a Aniyem, già condannato per il caso Pesci

GEORGIA AZZALI

Ombre che riemergono dal passato. E diventano anni di galera, se nulla dovesse cambiare fino all'ultimo grado di giudizio. Lui è Wilson Ndu Aniyem, l'altro uomo della notte a casa di Federico Pesci, già condannato definitivamente a 5 anni e 8 mesi (con rito abbreviato e sconto di un terzo incorporato) per violenza sessuale di gruppo, lesioni aggravate e spaccio. Una pena a cui ieri si sono aggiunti altri 3 anni e 2 mesi per lesioni aggravate perché nel 2013 avrebbe riempito di botte la compagna. Il giudice Paola Artusi è andata oltre la richiesta del pm Antonella Destefano. che si era «fermata» a 2 anni e 6 mesi, ma ormai sul curriculum di Aniyem - 55 anni, nigeriano -, oltre a un vecchio precedente per spaccio, pesa anche la condanna per la serata del luglio 2018 nell'attico dell'imprenditore. Le strade processuali dei due si sono subito separate, perché Pesci ha scelto il rito ordinario, e il dibattimento di primo grado è ancora in corso.

Violento fuori e dentro le quattro mura di casa, Aniyem. Sono passati più di sette anni, e l'ex compagna in aula parla ancora a fatica di quella sera di maggio del 2013. Paura di un ricordo che continua a fare male, ma anche difficoltà a chiudere definitivamente con quel lungo pezzo di vita. Aniyem è l'ex, ma è anche l'uomo che ogni tanto va anche a trovare nel carcere di Piacenza, dove è rinchiuso fin dall'agosto del 2018 quando fu arrestato per il caso Pesci.

E anche quel giorno di sette anni fa Aniyem era nei guai: ai domiciliari in via Zarotto, nella casa che condivideva con la donna, undici anni in meno e stesso Paese d'origine. Non erano passati nemmeno due mesi da quando aveva litigato violentemente con una coppia di connazionali ed era stato cacciato dalla casa di Colorno in cui gli amici l'avevano ospitato per scontare i domiciliari. Quel giorno erano dovuti intervenire i carabinieri per «sancire» l'addio e trasferire immediatamente Aniyem nella casa di via Zarotto, dove aveva già chiesto al giudice di poter andare ai domiciliari. Ma anche qui il clima si è fatto pesante nel giro di poco tempo. Discussioni e insulti sempre più frequenti, esplosivi in quei pochi metri quadrati. L'8 maggio 2013, però, Aniyem sembrava non volesse fermarsi: mai lei aveva avuto paura come in quel momento. Lui l'aveva afferrata per i capelli, trascinata giù dal letto e riempita di pugni. Terrorizzata dall'aggressività e dalla forza di Aniyem, tanto che, appena era riuscita a divincolarsi, era fuggita sul pianerottolo suonando al campanello dell'anziana che viveva lì accanto.

Erano arrivati i carabinieri, ma anche un'ambulanza. Lei, una maschera di sangue, con un incisivo caduto per i pugni al volto. Al Pronto soccorso le avevano poi diagnosticato altre contusioni alla fronte e alle dita. E il giorno dopo si era presentata alla stazione dei carabinieri: aveva raccontato le ingiurie, aveva pianto ricordando le botte, mostrando il volto livido e il sorriso deturpato, ma non aveva avuto il coraggio di querelare il compagno. «Ho paura della sua reazione, anche perché ho un figlio piccolo che vive con me - aveva confessato -. E poi ho anche paura che i suoi familiari, che vivono in Nigeria nello stesso paese dei miei genitori, si possano vendicare».

Ma ci avevano pensato i carabinieri a far partire la denuncia.

 

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