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La storia

Rosita, la regina delle nevi, sentinella del paese fantasma

15 gennaio 2021, 05:03

Rosita, la regina delle nevi, sentinella del paese fantasma

Roberto Longoni

BEDONIA Fuori, la voce invernale del torrente dal fondo della valle e il pianto della neve dai tetti vicini. Dentro, il crepitare dei ceppi nella stufa di ghisa, le fusa del gatto sulla panca e il telefono pronto a squillare, specie di sera. «Mi vogliono bene. Controllano se ci sono ancora - sorride Rosita -. Ma io non mollo, anche se dalla scorsa estate ho sotterrato l’accetta, e la legna me la faccio portare». Il distanziamento qui è esistenziale, da pandemia demografica. Gelo a parte, tra il fuori e il dentro poco cambia per questa 86enne sentinella dell’Appennino sola tra le proprie pareti come tra le quattro case di Setterone che proprio quattro non sono. Oltre al suo, sono 65 i numeri civici di spopolamento: parola del postino che sale fino a qui ogni due giorni a portare lettere destinate a viaggiare ancora, ma nel tempo. Alcune verranno ritirate nelle toccate e fughe di chi viene giusto per verificare la tenuta del tetto. Le più invece giaceranno per mesi nelle cassette o sotto i portoni, prima di essere prese in mano in agosto dai discendenti dei tanti emigrati in Francia e Inghilterra, figli dell'epopea del gelato. E si farà spazio ad altra posta, destinata ad aspettare il prossimo agosto, il disgelo umano sempre più incerto e breve: basta lo scorrere di una generazione, perché la memoria diventi zavorra, scarto. Anche queste case potrebbero finire come quelle di chi non ebbe figli (o si tagliò i ponti alle spalle), monumenti all’oblio di ruderi e rovi seminati come da un bombardamento. Non fu la guerra, ma l’abbondanza trovata altrove a ridurli così: il filo comune a tutto l’Appennino, spina dorsale d’Italia ormai svuotata del midollo.

Anche Rosita partì - per Francia e Inghilterra - ma per tornare. Dovette farlo, per la famiglia che un poco alla volta si mise a letto per non rialzarsi più. La suocera rimase paralizzata negli anni Settanta: lei fu pronta a farle da angelo custode, e così si concluse il bel periodo a Parma, a servizio dal senatore Ferruccio Micheli che con la moglie Franca la trattava come una figlia. Alla morte della suocera, fu la mamma a non farcela più da sola: sarebbe mancata nel 2005, a 93 anni. Il papà, invece morì nel 1998, a 94, dopo un mese di malattia e senza aver mai preso nemmeno un'aspirina. L’ultimo da accudire fu il fratello Giuseppe. Morì nel 2010, e lei rimase sola in casa, ma non ancora sola a Setterone. Altri resistevano: e Rosita aiutò pure loro, fino a quando uno a uno vennero portati a riposare per sempre appena più in là, sotto una croce, abitanti di una Setterone meno numerosa solo di quella sparsa per il mondo. L'ultima messa, per i Morti, è stata celebrata direttamente lì, nel cimitero. E pensare che un tempo la chiesa, nemmeno troppo piccola, stentava a contenere i fedeli. Ora apre per San Fermo, il 9 agosto, e per la Madonna delle Grazie, l'ultima domenica di agosto. Il resto è deserto. Fa sentire i rintocchi del suo campanile in risposta a quelli di Strepeto che risuonano un minuto prima, dall'altro lato della valle. «Mi fanno compagnia» sorride Rosita, custode di un paese in agonia. Setterone ancora respira vita nel fumo del suo camino, ancora apre gli occhi attraverso la sua finestra accesa.

Di cognome Rosita fa due volte Manfredi. Qui, se non sei un Manfredi sei un Molinari o un Federici. Lei lo era già prima di dire sì a Sisto. Sposi, cognomi e cerimonia, tutto a chilometri zero (anche la luna di miele: perché andare a Parigi in viaggio di nozze, quando ci si può immigrare? Così fecero un mese dopo). La colazione nella casa di lei; il matrimonio nella chiesa nella parte alta del paese; il pranzo nell’abitazione dei suoceri. Infine, la festa in una casa appena più spaziosa. «C’era solo la fisarmonica a quei tempi...». Ingordi di note, i ballerini si diedero un gran da fare, fino a che le assi del pavimento cedettero. E dalle stelle della danza si finì nella stalla al piano di sotto (il bioriscaldamento contadino funzionava così). Era mezzanotte, tutti si ritirarono non sapendo se ridere o piangere. Lei lo interpretò come un brutto segno. Oggi è convinta lo fosse: Sisto morì nel 1996, a 68 anni, prosciugato da tre lustri d’artrite reumatoide.

Era il primo febbraio del 1958, quando Rosita si sposò. Freddo, ma non come oggi. «E senza tutta questa neve. Non ne ho mai vista tanta. Anche se mio papà Domenico raccontava che parecchi anni fa le nevicate coprivano la porta e bisognava uscire dalla finestra (due metri sotto, ndr). Chissà, quello che è stato magari può ritornare». C'era poco da spalare, nel vicolo largo un metro o poco più sul quale s'affaccia l'ingresso. Le case condividono i muri laterali e sulla fronte sono divise dallo stretto necessario. All'uso ligure più che emiliano. All'uso dell'Appennino più aspro: è l'orografia a dettare storia e costumi. Il Penna non è un monte addomesticabile, e la sua gente ne ricalca il carattere. Qui la terra è sudata più che altrove. Rosita lo imparò di pari passo con il leggere e il far di conto. Alle elementari («40 bambini a scuola in canonica: chi l'avrebbe immaginato che non ci sarebbe più stato nessuno?») si presentava con un piccolo ceppo per la stufa e una cartelletta di legno. La campanella dell'uscita segnava anche l'inizio del lavoro. «Dopo la scuola, raggiungevo i miei nei campi». Se possono essere chiamati campi quei lembi di terra così ostili da rifiutare aratro e bue. «Si lavorava di zappa e il fieno veniva portato a spalla». Finita la terza, la bimba impugnò la zappa senza più passare da scuola.

Se tornare per lei fu un dovere, ora restare è una scelta e un segno di rispetto per i secoli di sacrifici dai quali discende. «Qui ho le mie radici - ripete -. Qui è dove sto bene». Non chiedetele di andare al mare né in città, ma semmai verso l'alto del Penna o sul Groppo (scalato due estati fa con alpini e volontari della Croce rossa per portare la nuova Madonnina). A Bedonia scende lo stretto necessario con il tassista amico di Pontestrambo, sforzandosi di ricordare la mascherina. «Metto insieme tutte le commissioni per rientrare al più presto. Mi sembra tutto così caotico». E chissà come doveva sembrarle la Ville Lumière, nei 12 anni in cui ci visse, lavorando negli alberghi e in una farmacia. La domenica, con Sisto, nei parchi e nello zoo di Vincennes cercava la pace perduta. In Inghilterra, invece, nei weekend portava in giro i gelati prodotti dal fratello, dopo aver lavorato durante la settimana in fabbrica o in una stireria. Ci rimase tre anni.

Ora, spesso è Bedonia ad andare da lei, specie d'inverno o durante le chiusure più restrittive. Rosita è sotto l'ala del presidente della Croce rossa Gerardo Piombo e del coordinatore della Protezione civile Marcello Malucelli che le inviano provviste e medicine. «Poche sere fa - racconta - c'era un blackout dei lampioni e io e due ragazze venute con la spesa ci siamo cercate con le torce. Sono i miei angeli. Così come i carabinieri. "Non sei sola: ti siamo sempre vicini" mi dicono». Il sindaco Gianpaolo Serpagli a ogni nevicata si accerta sia fatta la traccia: che Rosita non sia più isolata del solito. Anthony Federici, poi, provvede a spalare la neve fino alla sua porta e a portarle la legna.

Le mancano le messe, quelle sì. E ancora di più da quando Luigi Guareschi è stato ucciso la scorsa estate, a Iavole, sotto Setterone. «Una persona d'oro. Veniva a prendermi con la moglie Maria (Molinari, ndr) per portarmi in chiesa. Che dolore...». Ora, le rimane la funzione in diretta. Per il resto, la tv l'accende poco («più che altro per i telegiornali e il "Paradiso delle signore"»). D'inverno, lavora a maglia: e le dispiace non ci sia più nessuno a cui dare i suoi lavori. D'estate si assicura che tutto sia in ordine in paese, attorno alla chiesa, al camposanto. Non sta mai ferma, nonostante il ginocchio acciaccato. «La protesi significherebbe intervento, degenza, quasi di certo il ricovero - sorride, mostrando il foglio di "invito" già preparato da una Rsa -. Meglio le infiltrazioni». Va nei boschi, pur trattenendosi dall'usare l'accetta e la falce. Le mancano: questione di abitudine. Paura a stare da sola ne avrebbe avuta di più da bambina, ai tempi dei firossi, delle chiacchiere da focolare che evocavano l'invisibile. «Ora a farmi coraggio è il telefono che ho sempre con me». E con la solitudine come la mettiamo? «La provo più che altro quando avrei bisogno di risposte. Ed è la sera il momento più a rischio. Di notte poi sogno quello che faccio di giorno e sogno tutti i vecchi che ho aiutato: sono con me come quando erano vivi. Lo so che i miei mi aspettano a "casa": non sono triste al pensiero di andare da loro». Per ora, li incontra stando da questa parte dei sogni. Per un vecchio detto malevolo, tra Alpe, Strepeto e Setterone, le tre frazioni bedoniesi del Penna, ce ne vogliono cento per farne uno buono. Non ci sono neanche più. A fare per cento, a Setterone, basta Rosita.

 

Roberto Longoni BEDONIA Fuori, la voce invernale del torrente dal fondo della valle e il pianto della neve dai tetti vicini. Dentro, il crepitare dei ceppi nella stufa di ghisa, le fusa del gatto sulla panca e il telefono pronto a squillare, specie...

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