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Carcere

Detenuto morì durante il trasferimento, medico a processo

20 gennaio 2021, 05:06

Detenuto morì durante il trasferimento, medico a processo

ROBERTO LONGONI

 

In carcere sarebbe dovuto restare ancora 16 anni. Sarebbe uscito nel 2034, dopo un periodo al 41 bis e uno in Alta sicurezza. Al suo indirizzo, i giudici non avevano pronunciato il fatidico «fine pena mai», nonostante Michele Pepe da Caivano fosse ritenuto personaggio di spessore della camorra. A non lasciargli speranza ci aveva pensato la salute. Obeso, diabetico, cardiopatico e affetto da gravi problemi respiratori, la propria pena senza fine lui l'aveva letta nelle cartelle mediche. Era un detenuto ed era anche un paziente: e il 3 dicembre 2018 si scoprì quanto fosse soprattutto un paziente. Alla fine di un trasferimento verso la casa circondariale Lorusso e Cutugno di Torino, quel giorno Pepe morì, a 48 anni. Secondo i suoi familiari quel viaggio non era da fare. E così per il pm Fabrizio Pensa che, dopo un'inchiesta condotta per competenze territoriali soprattutto dai colleghi della Procura del capoluogo piemontese, ha chiesto e ottenuto dal gup Mattia Fiorentini il rinvio a giudizio del medico di guardia al carcere di via Burla che aveva espresso il nulla osta al trasporto del detenuto. Il dottore dovrà rispondere di omicidio colposo.

Anni fa, delle precarie condizioni di salute di Pepe si era accorto anche il giudice di sorveglianza di Sulmona. Stabilità l'incompatibilità con il regime carcerario, il magistrato aveva deciso che dalla cella di un carcere il detenuto passasse agli arresti domiciliari. Poi, per qualche motivo, Pepe tornò dentro. Rinchiuso in un primo tempo a Opera, venne poi trasferito a Parma, sempre al 41 bis. Al ritorno dietro le sbarre, però, non era affatto corrisposto un miglioramento della sua salute. Pare che già nel gennaio del 2015 da via Burla sia stato ricoverato in stato precomatoso all'ospedale Maggiore per una grave insufficienza respiratoria dall'origine non bene specificata. La crisi fu superata, ma intanto si assistette a un deterioramento generale delle condizioni psicofisiche. Tanto che il 23 luglio dello stesso anno Pepe tentò il suicidio. Tempo dopo, il detenuto passò dal 41 bis all'Alta sicurezza.

«Nel giugno del 2018 - racconta Monica Moschioni, l'avvocato della madre di Pepe che si è costituita parte civile, così come altri due familiari - avevamo avanzato un'istanza al tribunale di sorveglianza di Bologna: la sua salute non era compatibile con il carcere». L'accertamento era ancora pendente il 2 dicembre del 2018, quando il detenuto venne ricoverato al Maggiore, ancora una volta d'urgenza, per un'altra crisi respiratoria.

Il giorno dopo, come si è detto, venne caricato su un'ambulanza diretta a Torino. «Un'ambulanza non attrezzata a dovere - prosegue Monica Moschioni - e priva di personale medico infermieristico in grado di intervenire nel caso che le condizioni del trasportato si aggravassero all'improvviso». Quanto poi è avvenuto, portando al decesso per arresto cardiaco. Anche se si discute sul quando. Secondo il personale di scorta, il detenuto si era assopito durante il viaggio: arrivato a Torino vivo, sarebbe morto poco dopo.

Invece, stando a chi l'avrebbe dovuto prendere in consegna al Lorusso e Cutugno, Pepe sarebbe arrivato privo di vita. Il tragitto - e queste sono le tesi dell'accusa - gli sarebbe stato fatale anche per le condizioni in cui dovette affrontarlo. Quel tipo di ambulanza (o comunque la sua dotazione) infatti non gli avrebbe permesso di viaggiare nella posizione adeguata alle sue patologie: sarebbero mancati i sostegni per permettergli di stare seduto o semiseduto come avrebbe dovuto.

«Mi auguro che il dibattimento accerti se effettivamente le cure mediche siano state adeguate - prosegue Monica Moschioni - visto che all'epoca dei fatti era anche pendente un procedimento per l'accertamento delle condizioni di salute e della compatibilità della detenzione in carcere di Pepe. Mi domando, a questo punto, se non ci siano state anche altre responsabilità».

Sulla vicenda interviene anche il garante dei detenuti. «I pericoli provenienti dalla gestione delle criticità sanitarie dei detenuti in un carcere come quello di Parma - sottolinea Roberto Cavalieri - ormai sembrano oltrepassare per dimensioni e vastità l'ipotesi di un qualunque problema di ordine, disciplina e sicurezza».

 

ROBERTO LONGONI In carcere sarebbe dovuto restare ancora 16 anni. Sarebbe uscito nel 2034, dopo un periodo al 41 bis e uno in Alta sicurezza. Al suo indirizzo, i giudici non avevano pronunciato il fatidico «fine pena mai», nonostante Michele...

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