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Biblioteche

I fari della cultura non si spengono

26 gennaio 2021, 05:03

I fari della cultura non si spengono

GIOVANNA PAVESI

Prima, per necessità e quasi improvvisamente, hanno dovuto chiudere i loro spazi. Poi, quando le normative per il contenimento del nuovo coronavirus lo hanno consentito, li hanno riaperti.

Infine, con l’arrivo della seconda ondata pandemica, hanno ripensato i loro servizi, adattandoli ai cambiamenti (sociali) imposti dal Covid-19. Hanno proposto le consegne a domicilio, organizzato un calendario di prenotazioni per gli accessi, trasferito gli eventi in presenza in videoconferenza ed escogitato strategie nuove (e creative) per rimanere vicini ai propri lettori. Che non sono tutti uguali. Perché le biblioteche, che solo in città sono 20, nonostante la diminuzione delle attività e la riduzione dei prestiti, da quando è stato possibile, hanno cercato di mantenere il loro ruolo sociale, rimanendo aperte per consultazioni e studio, conversando con l’utenza (anche se a distanza) e proponendo consigli di lettura. Con modalità diverse, per non lasciare indietro nessuno.

«La situazione delle biblioteche segue la curva pandemica: nei momenti in cui il virus ha allentato la morsa è cresciuta anche la frequentazione dei nostri spazi, ma i necessari ingressi su appuntamento hanno reso farraginoso l’accesso, in particolare per i lettori over 50 che hanno meno dimestichezza con le consultazioni online e hanno bisogno di essere ricevuti e stimolati dal personale e dall’allestimento», spiega Michele Corsello, funzionario della Biblioteca civica, che riassume così i mesi appena trascorsi.

La storica struttura, che ha riaperto le sue aree dopo la ristrutturazione a fine settembre e che nel 2019 contava 196mila prestiti, nel 2020, per esempio, ha visto calare (e di molto) i libri in uscita, che sono stati 95.800.

«L’aumento dei servizi digitali proposti durante la pandemia, come le prenotazioni dei posti, le consultazioni del catalogo e i prestiti online, non ha compensato il calo», aggiunge Corsello, che ricorda anche come, durante l’anno, alcuni abbiano avuto timore a prendere in prestito un libro passato di mano in mano (nonostante i processi di sanificazione dei volumi, come i giorni di quarantena, siano garantiti). «La situazione non è semplice: le norme da rispettare sono tante e le persone, spesso, fanno fatica a capire cosa si può fare e non fare anche in biblioteca. Ma nonostante il calo degli accessi, vista la situazione, siamo soddisfatti perché in tanti hanno continuato a frequentare questo luogo, che rappresenta un punto di riferimento», chiarisce Maria Cristina Savi, responsabile della biblioteca Cesare Pavese. «A fine ottobre – prosegue Savi -, quando si prospettava una nuova chiusura, mi ha colpito un episodio: avevamo molti libri prenotati e così abbiamo chiamato gli utenti perché venissero a prenderli. Di lì a poco, davanti all’ingresso, si è formata una lunga coda di persone, come al supermercato. Questo mi ha commosso, perché ha mostrato come il servizio e i libri siano percepiti, per qualcuno, come un bene primario. Le persone si sentono accolte, ascoltate e valorizzate qui».

Adattandosi alle regole, anche la Pavese si è messa a disposizione della propria utenza (costituita principalmente da studenti, bambini e famiglie), ripensando a un modo sicuro di consegnare i testi, ma i prestiti annuali si sono dimezzati. Oggi, qui come in Civica o in altre strutture, è possibile frequentare i locali: per evitare assembramenti è richiesta la prenotazione della visita (che si può fare anche in rete) e visto che i posti sono contingentati chi volesse studiare ha a disposizione al massimo quattro sessioni di studio da quattro ore ciascuna (con l’obbligo di prenotazione tramite Opac). «Durante le chiusure ci sono mancati i laboratori di lettura e tutti gli incontri che, quotidianamente, facciamo con le scuole. Le iniziative online che abbiamo cercato di proporre sono servite a tenere vivi questi rapporti, per recuperare l’utenza», conclude Savi, che ringrazia i colleghi per la collaborazione nei momenti più complessi e il «suo maestro», Giovanni Greci, che nonostante non lavori in più, ha fatto percepire la propria presenza, anche in pandemia.

GIOVANNA PAVESI Prima, per necessità e quasi improvvisamente, hanno dovuto chiudere i loro spazi. Poi, quando le normative per il contenimento del nuovo coronavirus lo hanno consentito, li hanno riaperti. Infine, con l’arrivo della seconda ondata...

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