Sei in Gweb+

L'ANNIVERSARIO

Muti: «Senza Verdi non ci sarebbe l'Italia»

27 gennaio 2021, 05:01

Muti: «Senza Verdi non ci sarebbe l'Italia»

VITTORIO TESTA

In viaggio per Torino, dove a febbraio al Regio dirigerà «Così fan tutte», l'opera di Mozart, per la regia della figlia Chiara, il Maestro Riccardo Muti parla volentieri del suo grande idolo Giuseppe Verdi.

Maestro, perché questo grande amore per Verdi?

«Giuseppe Verdi incarna il senso nobile e aristocratico, l’aristocrazia dell’anima e della cultura italiana. Ed è stato, oltre che un artista sommo, uno dei grandi artefici dell’unificazione. Ha fondato valori artistici ma anche civili. E’ un padre della patria. Senza Verdi non sarebbe Italia».

Maestro Muti, qual è secondo lei il motivo di questo inestinguibile affetto che un Paese diviso un po’ su tutto prova concordemente per il grande Bussetano?

«Ma perché rappresenta tutti noi, l’umanità intera. E il suo messaggio è talmente universale, denso di un umanesimo vero e profondo, che il mondo avrà sempre più bisogno di lui, per un conforto dell’anima»

Le faccio una domanda che le sembrerà fuori luogo: il 27 gennaio 1901 moriva Verdi e nello stesso giorno, nel 1756 a Salisburgo, nasceva Mozart…

«E’ una reincarnazione! No, macché fuori luogo, stavo per citarle proprio Mozart, perché è in lui e Verdi, è nelle loro opere che l’umanità trova se stessa. I due geni parlano di noi, dei nostri destini, delle gioie e dei dolori. Nelle opere di questi due geni inarrivabili troviamo tutta la gamma dei nostri sentimenti, quelli positivi che raggiungono altezze e intensità paradisiache; e quelli negativi, come l’odio, la vendetta e soprattutto in Verdi, la disperazione, il senso della morte: cosa, questa, che c’è anche nel divino Wolfgang Amadè, ma sublimata da un temperamento diverso, più lieve. D’altra parte uno è vissuto nel Settecento, l’altro ha percorso tutto il rombante e tumultuoso Ottocento, l’arrivo delle masse sul proscenio della storia. Ma la sensibilità e, ecco qui, la nobiltà d’animo di Verdi fa sì che attraverso una raffinatezza "mozartiana" il teatro del Titano abbia sempre un esito consolatorio, nel segno della fratellanza, della bontà e della speranza».

Ed è forse per questa difficoltà di cogliere le sottigliezze delle partiture verdiane che si assiste ad esecuzioni un po’ forti, che trasportano Verdi nel più estremo Verismo, tipo Violetta sempre dipinta come un’ossessa vociante?

«Sì, sta tornando di moda il grido, riecheggiano l’urlo, i personaggi danno in escandescenze. Direttori giovanissimi incitano l’orchestra e aizzano i cantanti. Siamo tornati alla dittatura del grido, dell’acuto: non scritto da Verdi, ma entrato in una prassi esecutiva greve e spesso circense, che Toscanini, Votto, Guarnieri, e altri valorosi musicisti erano riusciti a debellare o quanto meno a contenere»

Qual è a suo giudizio il motivo di questa trucibalderia canora?

«Forse è perché abbiamo costruito un mondo tecnologico che da sé è silente di voce umana. Il che fa sì che la sera c’è bisogno di sentire d’essere vivi e urlanti…Al di là delle battute, questo imperio del canto a tutta voce è ormai radicato. Acuti e sovracuti fanno, come si dice "venir giù" il teatro. E, poi estremizzati in sala di registrazione e fatti durare addirittura diverse battute in più, piacciono moltissimo. Una cosa diseducativa».

Maestro, può fare un esempio?

«Sì, certo. Prendiamo il "Vincerò" pucciniano di Kalaf, nella Turandot, cantato da Pavarotti. E’ diventato un motivo di eccitazione plurima: a teatro, in tv, sigla di programmi, di feste e gite. E quasi nessuno conosce il perché di quell’acuto, che cosa significhi».

Che cosa proporrebbe lei, Maestro?

«Prendiamo nel "Don Carlo" di Verdi il duetto, che sembra disceso dal cielo, ‘’ma lassù ci vedremo in un mondo migliore’’, cantato da Pavarotti o da Carlo Bergonzi. Un’emozione estatica, regalata da questi due fuoriclasse. Perché non provare?»

Se permette, Maestro, la reazione è facile da immaginare: è una frase troppo bella e molti farebbero scongiuri…

«Sì, è vero, c’è da ridere per non piangere».

Un’ultima domanda: il Paese è in una crisi spaventosa, il nostro ceto politico non sembra all’altezza della situazione. Scherziano un po’ per tirarci su di morale. Se le chiedessero di eseguire un’opera di Verdi adatta al nostro Parlamento quale sceglierebbe?

«"I Masnadieri"».

 

VITTORIO TESTA In viaggio per Torino, dove a febbraio al Regio dirigerà «Così fan tutte», l'opera di Mozart, per la regia della figlia Chiara, il Maestro Riccardo Muti parla volentieri del suo grande idolo Giuseppe Verdi. Maestro, perché questo...

Abbonati per leggere l'articolo integrale pubblicato sulla Gazzetta di Parma in edicola e accedere alle altre notizie esclusive del giornale di oggi

Costo: 6€/mese

Se sei già un utente abbonato a Gweb+

L'abbonamento a Gweb+ consente l'accesso alla versione integrale degli articoli più interessanti del quotidiano oggi in edicola.Il costo è di solo 6 euro al mese Iva inclusa (invece di €8) utilizzando come modalità di pagamento PayPal