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Ricordi di naja

Quell'anno in divisa tra «nonni» e rigore

di Pierluigi Dallapina -

01 febbraio 2021, 05:06

Quell'anno in divisa tra «nonni» e rigore

C'era una volta il servizio militare obbligatorio, ma da 15 anni non c'è più. I giovani non più costretti a trascorrere un anno in divisa ringraziano, anche se a qualcuno è venuta nostalgia della naia. O forse è solo curiosità per un mondo che sa molto di Novecento e che ora torna a vivere, a favore di telecamere, nel reality «La caserma» su Rai2. La puntata d'esordio, in onda mercoledì sera, è stata seguita da oltre 2,2 milioni di telespettatori (9,9% di share): un buon successo.

LO RIFAREBBERO?

Ma chissà quanti di loro sarebbero disposti a fare (o rifare) il militare? Qualcuno si porta l'anno della leva nel cuore, altri non lo rimpiangono più di tanto, ma per tutti è stata un'esperienza che ha lasciato ricordi indelebili.

Quattro volti noti di Parma hanno accettato di raccontare la loro naia, tra gli scherzi (pesanti) dei «nonni», le occasioni che cambiano la vita e il rigoroso rispetto della gerarchia.

SOGNANDO LE OLIMPIADI

A Vittorio Adorni, campione del mondo di ciclismo nel 1968, la vita è cambiata per un fonogramma ricevuto durante la leva. «Ero a Piacenza quando il comandante mi disse che erano arrivati due fonogrammi. Nel primo volevano che andassi a Parma, nel secondo mi chiamavano a Roma. Mi disse “dove vuoi andare?”. Io, parmigiano, scelsi la capitale, perché lì ci sarebbero state le Olimpiadi». Era il 1960. «In caserma ci andai solo gli ultimi giorni, il resto del tempo lo passai ad allenarmi. Quando però decisero che avrei fatto la riserva, nell'inseguimento a squadre, mi arrabbiai moltissimo». Ma la carriera di Adorni stava per sbocciare. «Al termine della corsa di Castel San Giovanni, Learco Guerra si avvicinò e chiese il mio telefono. Dopo qualche giorno mi chiamò, andai a Milano. Era il '61, l'anno in cui diventai professionista. La sua squadra era la Vov, il nome dello zabaione».

CARABINIERE PER SEMPRE

«È vero, uno resta carabiniere per sempre. Io sono un carabiniere ausiliario in congedo», ricorda Fabio Rainieri, classe 1967, vicepresidente dell'assemblea legislativa dell'Emilia Romagna e consigliere regionale leghista.

«Grazie all'Arma ho imparato il rispetto della gerarchia e a stare con le persone. Ho lasciato il cuore nella caserma di Marsaglia, nel Piacentino, e se non avessi avuto l'azienda agricola avrei firmato per rimanere a fare il carabiniere. Ho ancora un rapporto di amicizia con il maresciallo di allora».

I primi mesi a Torino non erano però così rilassati. «La formazione era molto rigida. Dovevamo essere sempre impeccabili. Se la divisa aveva un bottone sporco ti potevi scordare la libera uscita».

IL GHIACCIO DELLA CARNIA

L'alpino Maurizio Trapelli, in arte Dsèvod, aveva una certezza: non andare a Tarvisio. «Il capitano Loschi, durante il Car a L'Aquila, lo paragonava all'inferno in terra. Allora mio padre, che dopo la guerra mantenne buoni rapporti con alcuni ufficiali, mi fece una promessa: “Ti farò trasferire vicino a Parma”. Risultato? Mi hanno spedito a Tarvisio».

E qui è stata dura. «I “nonni” ci svegliavano a mezzanotte, ci portavano in scuderia e ci facevano strisciare sotto la pancia dei muli. Ovviamente in pigiama. Noi eravamo i “tubi” e dovevamo fare ciò che ordinavano i “nonni”. Durante le esercitazioni, nei boschi della Carnia, faceva un freddo terribile, anche -20. Mi ricordo certe stalattiti di ghiaccio lunghe mezzo metro. Le coperte dell'esercito non è che scaldassero molto, ma a 20 anni si supera tutto».

PAVAROTTI E IL GENERALE

Quando canta sul palco dei più importanti teatri del mondo è un basso, ma fuori dalle scene Michele Pertusi è un marcantonio. «A militare ho fatto il carrista, però ci deve essere stato uno sbaglio. Gli spazi dentro al carrarmato sono piccoli, angusti. Tutti gli altri piloti erano minuti, mentre io ero l'unico alto e grosso». Un po' come costringere un cestista dentro una 500: un vero supplizio. Grazie al suo talento, Pertusi è riuscito a liberarsi di quel guscio di lamiere che gli stava decisamente stretto. «Luciano Pavarotti era amico di un generale e in questo modo riuscii ad ottenere numerose licenze che mi permisero di cantare nel Don Giovanni di Mozart e anche di andare a Philadelphia».

 

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