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TRADIZIONI

Quando la «sarjóla» era saggezza e poesia

02 febbraio 2021, 05:02

Quando la «sarjóla» era saggezza e poesia

Lorenzo Sartorio

 

Per la «Sarjóla», un tempo, impazzavano strane e singolari previsioni meteo: dalle più pessimistiche alla e più ottimistiche e possibiliste. Stando alle antiche usanze e ai vecchi adagi, in occasione della «Candelora» (per i pramzàn «Sarjóla»): «se ‘l sol al bata in t’la candlén’na cuarànta dì d’invèron s’incamén’na», oppure «se la candlén’na la fa ciär a gh’è märs ch’al torna znär», «par la Sarjóla o c’ha piova o ch’a neva o ch’a nassa la vjóla», «par la Sarjóla da l’invèron sema fóra». Invece per i «cugini» pontremolesi al di là della Cisa: «alla Candelora de l’inverno semo fóra. Ma se la piova o la tira vento de l’inverno semo drento».

La «Sarjóla », un tempo, era una scadenza molto importante e significativa per i nostri vecchi che precede d’un soffio San Biagio, che si celebra domani ed ultimo mercante da neve secondo la massima popolare parmigiana che vuole «San Biäz con la neva sotta al näz».

Le origini della «Candelora» si perdono nella notte dei tempi. Antica festa celtica, «Imbolc», veniva celebrata dal tramonto del sole del 31 gennaio alla notte del 1° febbraio. Era detta dai celti anche «festa del latte», poiché il periodo coincideva con il primo fiorire del latte nelle mammelle delle pecore. Per i celti, ad «Imbolc», molti segni annunciavano il rifiorire della vita ad iniziare dai semi in terra che iniziavano a germogliare e al giorno che si allungava. Per la civiltà celtica era dunque una festa di purificazione ripresa dal cristianesimo con la «Candelora» chiamata anche della «Purificazione di Maria» in quanto, secondo l’usanza ebraica, una donna era considerata impura per un periodo di 40 giorni dopo il parto di un maschio e doveva recarsi nel Tempio per purificarsi.

Il 2 di febbraio, infatti, cade 40 giorni dopo il 25 dicembre, giorno della nascita di Gesù. La chiesa celebra questa giornata con la benedizione delle candele, gesto liturgico che simboleggia l’accendersi della vita divina nei battezzati. Un tempo, era convinzione del popolo che la candela ricevuta dalle mani del sacerdote, una volta portata a casa e appesa sopra il letto o chiusa nel cassettone tra la biancheria, esercitasse benefici influssi contro le forze del male, quindi la si usava al capezzale dei moribondi e la si accendeva per la nascita di un bimbo. Emulando il rito che si svolgeva in chiesa in occasione della festività di San Biagio, protettore della gola, il più anziano (a) della famiglia, incrociava due candele benedette, a digiuno, e le appoggiava sotto la gola di chi avesse manifestato dolori alla gola, facendogliele baciare. Quando scoppiava qualche temporale estivo e la gente dei campi aveva il timore che i nuvoloni neri si trasformassero in grandine, le «rezdóre» bruciavano l’ulivo benedetto nella «Domenica delle Palme» proprio con la candela della « Sarjóla». Ma anche le bestie venivano «immunizzate» da eventuali epidemie con la candelina magica del 2 febbraio mentre nei paesini di montagna venivano sciolti pezzettini della candela benedetta in un cucchiaio di ottone per curare i geloni nelle mani causati dal freddo.

 

Lorenzo Sartorio Per la «Sarjóla», un tempo, impazzavano strane e singolari previsioni meteo: dalle più pessimistiche alla e più ottimistiche e possibiliste. Stando alle antiche usanze e ai vecchi adagi, in occasione della «Candelora» (per i...

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